BARRY EISLER.
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RAIN STORM: PAGATO PER UCCIDERE.
Ciclo John Rain - 3.
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Titolo originale: Rain Storm. 2004.
Traduzione di: Gianni Pannofino.
2006. Garzanti Editore, MILANO. 
ISBN 88-11-59762-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Quelli della CIA mi avevano ingaggiato per "ritirare" Belghazi, non per proteggerlo. E se le cose non fossero filate lisce, sarei probabilmente diventato io il primo della lista dei "ritiri" da effettuare.
John Rain, killer di professione, non pu dire di no alla CIA. Aveva deciso di chiudere con la morte ed era fuggito in Brasile per far perdere le proprie tracce. Ma la sua abilit nel mascherare gli omicidi da morti naturali e la capacit di agire inosservato sullo scenario asiatico l'hanno reso indispensabile. L'incarico  di quelli che scottano, ad altissimo rischio: eliminare Achille Belghazi, spietato trafficante d'armi, implicato nel terrorismo islamico in Medio Oriente. Rain accetta, ma promette a s stesso che questa sar l'ultima missione. Quando arriva a Macao, sulle tracce di Belghazi, capisce che qualcun altro ha preso di mira il suo bersaglio. Ma per chi lavora? E che cosa nasconde la bella moglie della vittima designata? Possibile che l'intera operazione sia una messinscena? Dalle luci scintillanti dei casin di Macao, ai vicoli bui di Hong Kong, Rain diventa la pedina di un gioco troppo insidioso, dove il confine tra cacciatore e preda  sottile e pericoloso.
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L'AUTORE.
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Barry Eisler  la pi grande rivelazione del thriller americano di questi anni. Salutato dalla critica e dal pubblico come l'erede di John Le Carr,  entrato a far parte dell'olimpo dei grandi nomi insieme a Michael Connelly e Ed McBain. Rain Storm pagato per uccidere, vincitore dei prestigiosi premi Gumshoe Mystery Ink e Barry Deadly Pleasures,  un thriller serrato e implacabile, violento e adrenalinico, che ci mostra un Oriente nero e sconosciuto e un protagonista lontano da ogni clich.
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Barry Eisler  nato nel 1964 a Newark nel New Jersey. Avvocato esperto di arti marziali, di lingua e cultura giapponese, ha lavorato tre anni per conto della CIA. Oggi vive nella Bay Area a San Francisco. Gli piace viaggiare e appena pu parte per il Giappone e altri paesi dell'Asia. I thriller che hanno come protagonista il killer di professione John Rain sono tradotti in venti lingue e sono arrivati ai vertici delle classifiche dei pi importanti giornali statunitensi. Barry Osborne, produttore della trilogia Il signore degli anelli, ha acquistato l'opzione cinematografica per realizzarne un film. Per Garzanti ha pubblicato Pioggia nera su Tokyo (2004) e Alba nera su Tokyo (2005).
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RAIN STORM: PAGATO PER UCCIDERE.
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Se traccia di me io non lasciassi in questo mondo fugace, con che cosa mai potresti prendertela?
Poema funebre di Ukifune, dal Genji monogatari.
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PARTE PRIMA.
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Non smetteremo mai di esplorare E il fine di tutte queste nostre esplorazioni. Sar di giungere nel luogo da cui siamo partiti per solo allora conoscerlo.
T.S. Eliot, Quattro quartetti.
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1.
Quelli della CIA mi avevano ingaggiato per ritirare Belghazi, non per proteggerlo. E se le cose non fossero filate lisce, sarei probabilmente diventato io il primo della lista dei ritiri da effettuare.
Dal mio punto di vista, per, salvare Belghazi dall'uomo che avevo ribattezzato Karat equivaleva a fare un favore allo Zio Sam. C'era il rischio, infatti, che Karat non riuscisse a fare apparire naturale la morte di Belghazi, o che si facesse beccare, o che combinasse qualche altra fesseria, da cui sarebbero certamente nati equivoci, sospetti e accuse... Proprio quello che la CIA, al
momento di ingaggiarmi, aveva espressamente chiesto di evitare.
D'altra parte, per, c'era anche il mio interesse, che era quello di essere pagato. Se Karat fosse arrivato a Belghazi prima di me, e io non fossi riuscito ad attribuirmi il merito dell'omicidio, avrei rischiato di non vedere un solo dollaro, e questo non sarebbe stato bello.
Avevo affibbiato a quel tizio il nomignolo di Karat perch i miei primi sospetti sul suo conto avevano preso corpo quando lo avevo visto esercitarsi in alcune mosse di karat nella palestra del Mandarin Oriental Hotel di Macao, dove entrambi soggiornavamo e dove presto sarebbe arrivato anche Belghazi. Ignorando l'intrico di macchine Lifecycle e Cybex, costui si era concentrato su una serie di
colpi, parate e calci nel vuoto che agli occhi di un neofita potevano forse sembrare un normale riscaldamento. I suoi movimenti, per, erano particolarmente precisi, agili e potenti. Sarebbero risultati sbalorditivi anche in un ventenne, e quel tizio di anni ne aveva almeno il doppio.
Anch'io, di tanto in tanto, faccio esercizi simili, ma mi guardo bene dal farli in pubblico.
Attirano troppo l'attenzione, soprattutto di chi sa quello che cerca. In altre parole, di quelli come me.
Nel mio mestiere, attirare l'attenzione  una grave mancanza di buonsenso che pu costare la vita. Se qualcuno per qualche ragione ti nota, sar tentato di osservare meglio e a quel punto potrebbe finire per notare dell'altro. Potrebbero cominciare a emergere elementi che sarebbero altrimenti rimasti tranquillamente nascosti, e a quel punto l'anonimato di cui ti ammanti finir sistematicamente
smagliato e trasformato in qualcosa di assai simile a un sudario.
Karat risaltava anche perch era un bianco: europeo, avrei detto io, bench non avrei saputo indovinare il paese preciso. Aveva capelli neri cortissimi e pelle chiarissima e, quando non era impegnato nella palestra del Mandarin Oriental tra posizione del cavallo e calci all'indietro con rotazione numero 2, prediligeva mocassini elegantissimi dalla suola sottile e giacche sportive. La popolazione di Macao - mezzo milione di persone -  al 95 per cento cinese, con una piccola comunit portoghese a ricordare che il suo territorio - ora trasformato, come Hong Kong, in regione cinese a statuto speciale - era, fino a poco tempo fa, una colonia portoghese; se a ci si aggiunge che anche i milioni di turisti del gioco d'azzardo provengono quasi tutti da Hong Kong, da Taiwan o dalla Cina
continentale, sar facile comprendere perch i non-asiatici danno un tantino nell'occhio.
E proprio questo era uno dei motivi per cui la CIA aveva insistito affinch fossi io a occuparmi
di eliminare Belghazi. Non si trattava soltanto del fatto che costui era diventato uno dei principali
fornitori d'armi per svariati gruppi fondamentalisti del Sudest asiatico, che lo Zio
Sam, dopo l'11 settembre 2001, aveva inserito nella sua lista nera. N si trattava soltanto della
mia provata capacit di conferire al decesso dei miei obiettivi l'aspetto di un evento naturale,
capacit particolarmente utile, in questo caso, perch pareva che Belghazi godesse di protezioni presso
certi governi alleati che lo Zio Sam preferiva non provocare. La scelta era caduta su di me anche
perch il probabile teatro della missione avrebbe richiesto una buona capacit mimetica. Infatti,
sebbene mia madre sia americana, sul mio viso predominano i tratti giapponesi di mio padre, per effetto
dell'alea genetica e di accorti interventi di chirurgia plastica cui mi ero sottoposto alcuni anni prima al
fine di mimetizzarmi meglio in Giappone.
Con la sua particolarit etnica e i suoi kata, dunque, Karat era finito sul mio schermo radar, e a
quel punto avevo cominciato a notare alcune altre cose. Prima di tutto, il suo modo di aggirarsi per
l'hotel: la palestra, il caff, la terrazza, l'atrio... Quale che fosse il suo paese d'origine, aveva fatto un bel
po' di chilometri per arrivare a Macao. Era strano che non ne approfittasse per visitare i dintorni... a
meno che non stesse aspettando qualcuno.
Ovviamente, anch'io avrei potuto risultare appariscente, se non fossi stato in compagnia di una
giovane giapponese che rendeva il mio gironzolare per l'albergo leggermente pi spiegabile. Si
chiamava Keiko - questo, almeno, era il nome con cui mi era stata presentata dall'agenzia di
accompagnatrici presso cui l'avevo ingaggiata - e aveva all'incirca venticinque anni: bench troppo
giovane per me, era bella e sorprendentemente sveglia, e io con lei mi trovavo bene. L'importante, per,
era che nessuno, vedendoci insieme, mi avrebbe classificato come un agente segreto o un killer
solitario in ricognizione, bens piuttosto come un tizio sui cinquanta giunto con l'amante a Macao per
qualche puntata al casin e per passare un mucchio di tempo in albergo.
Una mattina Keiko e io scendemmo al bar dell'hotel,
il Caf Girassol, per la colazione. Mentre la cameriera ci accompagnava al tavolo, io scrutai la
sala in cerca di segnali di pericolo, come faccio sempre e ovunque, per abitudine. Prima di tutto, i posti
strategici. Angolo in fondo numero uno: tavolo con quattro giovani bianchi, due maschi e due femmine,
vestiti da escursionisti. Accento australiano. Minaccia potenziale: bassa. Angolo in fondo numero due:
Karat. Hmm. Minaccia potenziale: media. Continuo a scrutare. Completo la panoramica. Tavoli a
ridosso della parete: vuoti. Posti accanto alle finestre: una coppia di anziani cinesi. Un tavolo pi in l:
tre ragazze, abiti alla moda, atteggiamento spavaldo, probabilmente cinesi di Hong Kong, giovani
professioniste in gita. Al tavolo accanto: due indiani in giacca e cravatta, chiaro accento del Punjab.
Nulla di allarmante.
Tornai con la coda dell'occhio nei paraggi di Karat: volgeva le spalle al muro e godeva di
un'ottima visuale sull'ingresso del locale. La sua postazione era proprio quella che mi sarei aspettato da
un professionista, e l'attenzione che lui prestava a quello che avveniva in sala fu per me un ulteriore
indizio. Notai che aveva davanti a s un giornale aperto, anche se non si curava di leggerlo. Non
avrebbe attratto cos tanto la mia attenzione se non avesse avuto da leggere, perch in quel caso non ci
sarebbe stato nulla di strano nel suo guardarsi intorno come se fosse annoiato e non avesse altro da fare
se non osservare la gente.
In alternativa, avrebbe potuto portarsi un'amica, o un amico, come avevo fatto io. A un certo
punto ebbi la netta sensazione che stesse guardando proprio noi, e mi rallegrai di essere in compagnia
di Keiko che sorrideva guardandomi negli occhi come un'amante soddisfatta. Il suo sorriso era
convincente. Keiko sapeva il fatto suo.
Ma chi stava aspettando quell'uomo? Forse proprio me, avrei potuto desumere (Solo i
paranoici sopravvivono, credo abbia detto una volta un tizio della Silicon Valley),
eppure ero sicuro di non essere io l'obiettivo. Troppi avvistamenti casuali seguiti da... nulla.
Non aveva cercato di seguirmi, n di studiare il mio volto, non mi aveva mai guardato con
quell'espressione intensa, come a dire: S,  lui. Dopo un quarto di secolo di attivit nel settore e un
bel po' di (inconsapevole) addestramento precedente, posso dire di avere una certa sensibilit per queste
cose. Me lo sentivo che stava seguendo qualcun altro. Certo, non era escluso che gli avessero indicato
semplicemente il luogo e il momento e che intendessero comunicargli solo successivamente la persona
da colpire, tuttavia lo ritenevo improbabile. Ben pochi avrebbero accettato un lavoro del genere senza
conoscere in anticipo il loro obiettivo, perch in questi casi  sempre difficile valutare le cose.
Se la questione fosse stata locale - una disputa legata alle triadi, per esempio - difficilmente
sarebbe stato coinvolto un bianco. Le triadi, societ segrete cinesi con profonde radici a Macao e sul
continente, tendono a risolvere da sole i loro problemi. Componendo i dati disponibili, perci, ed
escludendo me stesso dalla breve lista dei possibili obiettivi, conclusi che il pi probabile oggetto delle
attenzioni di Karat fosse Belghazi.
Chi lo aveva ingaggiato? Se fosse stata la CIA, si sarebbe trattato della chiara violazione di una
delle mie regole: niente donne n bambini; niente azioni contro obiettivi di secondo piano; nessun
intervento da parte di terzi. Magari, i miei vecchi amici del governo, essendo riusciti a rintracciarmi a
Rio, avevano pensato che fossi ormai vulnerabile e che i miei principi non fossero poi cos tassativi. Se
cos era, si sbagliavano di grosso. Avevo sempre rispettato queste mie regole e avrei continuato a farlo.
Quel pomeriggio mi ripromisi di passare dalla palestra con Keiko e, come immaginavo, ci
trovai il mio amico intento a sferrare colpi nel vuoto alla stessa ora del giorno precedente. Ci sono
persone che non possono fare a meno delle loro abitudini e si rifiutano di considerare le conseguenze
della loro prevedibilit. Stando alla mia esperienza, queste persone, prima o poi, finiscono per farsi
eliminare: pi prima che poi. Nel mondo, del resto, il darwinismo  la regola.
Approfittando di un'occasione, verificai il registro delle presenze. Il suo nome era illeggibile,
ma il numero della sua stanza era scritto abbastanza chiaramente: 812. Hmm, un piano riservato ai
fumatori. Insalubre.
Domandai a Keiko se non le dispiacesse andare a fare un po' di shopping da sola. Lei sorrise e
disse che ne sarebbe stata felice, e probabilmente parlava sul serio. Forse pensava che io volessi andare
a dare un'occhiata alla sontuosa offerta di prostitute della zona. Di certo, supponeva che fossi sposato -
il che avrebbe spiegato la mia paranoia e ogni altra mossa di contro-sorveglianza da lei eventualmente
notata - e avevo la sensazione che non avrebbe trovato particolarmente scioccante l'idea che io cercassi
ulteriori avventure amorose.
Vedendola uscire dall'ingresso principale e salire su un taxi diretta in citt, provai una strana
tenerezza. I pi sarebbero portati a credere che chi lavora nel settore di Keiko sia tutto fuorch
innocente, ma in quel momento, per me, lei era praticamente l'incarnazione stessa dell'innocenza. Il suo
lavoro consisteva nel darmi piacere, cosa che faceva benissimo - e per lei il nostro soggiorno a Macao
non aveva altri fini. Era ignara, come una pecorella al pascolo, della danza mortale in atto intorno a lei.
Mi ripromisi di riportarla a casa senza che la sua innocenza fosse in alcun modo scalfita.
Chiamai la stanza 812 dal telefono dell'atrio. Non ottenni risposta. Buon segno, anche se non
risolutivo: nella stanza poteva anche esserci qualcuno che aveva deciso di non rispondere, o magari
Karat aveva trascritto appositamente un numero di stanza sbagliato, che  quanto avrei fatto anch'io.
Tuttavia, era il caso di dare un'occhiata.
Passai dalla mia camera per prelevare alcuni oggetti
di cui avrei avuto bisogno e poi raggiunsi in ascensore il settimo piano. Da l proseguii per le
scale, perch erano la via meno trafficata, e volevo incontrare il minor numero possibile di testimoni.
Al polso sinistro, nascosto sotto l'ampia manica di un pullover di lana, portavo un dispositivo che aveva
l'aria di un grosso palmare con un cinturino fissato con il velcro. Tale dispositivo, utilizzato per la
prima volta nella seconda guerra del Golfo, viene chiamato Soldier-Vision ed  in grado di produrre
una fotografia radar di una stanza attraverso le pareti, facendola comparire sul piccolo monitor. Non
certo un articolo reperibile in un qualsiasi negozio di elettronica, ma questi sono i vantaggi di lavorare
con la CIA.
Dopo essere arrivato in quell'albergo mi ero preso la briga di procurarmi un passepartout
proprio per questo genere di occasione, anche se allora era a Belghazi che pensavo, non a Karat. In
quell'hotel, al posto delle chiavi si utilizzavano schede perforate che avevano l'aspetto di carte di
credito grigie leggermente pi spesse, con vari buchi di circa due millimetri. Inoltre era in funzione un
sistema per cui la scheda doveva essere inserita in un'apposita fessura accanto alla porta affinch le luci
della stanza potessero funzionare. Quando si estraeva la scheda prima di uscire dalla stanza, le luci
restavano accese per un altro minuto. Le cameriere, ovviamente, possedevano questi passepartout, ed
era stato facile, passando accanto a una stanza in via di riordino, estrarre una di queste schede e
produrne uno stampo su un pezzo di plastilina che avevo comprato in un negozio di giocattoli. Usando
il calco come modello, non avevo dovuto fare altro che produrre i buchi giusti nella scheda della mia
stanza, riempire quelli inutili di una pasta epossidica a presa rapida e in men che non si dica mi ero
ritrovato con il passepartout in dotazione al personale dell'hotel.
La stanza di Karat si trovava sul lato sinistro del corridoio. Utilizzai il Soldier-Vision per
assicurarmi che fosse vuota e poi entrai grazie al mio passepartout artigianale. Non mi preoccupai
particolarmente di non spostare gli oggetti presenti nella stanza: se anche Karat avesse notato qualche
incongruenza, l'avrebbe certamente attribuita all'intervento della cameriera.
Una volta dentro annusai l'aria. Chiunque egli fosse, aveva ampiamente approfittato del fatto di
trovarsi in un piano riservato ai fumatori. La stanza era impregnata dell'odore di tabacco extra forte -
Gauloises, Gitane o qualcosa del genere - che si sente fuori da certi bistr di Tokyo gestiti da ferventi
francofili, convinti che le esalazioni di una Marlboro o di una Mild Seven possano rovinare la
piacevole illusione di un pomeriggio trascorso nel Quartiere latino.
Indossai un paio di guanti e perquisii rapidamente l'armadio e i cassetti, ma non trovai nulla di
interessante. La piccola cassaforte della stanza era chiusa a chiave, e al suo interno c'erano
probabilmente documenti d'identit e altro. Sul tavolo c'era un portatile Dell, ma non avevo abbastanza
tempo per aspettare che il suo sistema operativo si caricasse. Inoltre, se il computer avesse registrato
l'accensione, Karat avrebbe potuto insospettirsi.
Alzai la cornetta del telefono e digitai il numero del servizio in camera. Dopo due squilli, una
voce dall'accento filippino rispose: Mr Nuchi, posso esserle utile?
Oh, no, temo di avere premuto il bottone sbagliato. Mi scusi se l'ho disturbata.
Non c' di che, signore. Buona giornata.
Riagganciai. Dunque, si chiamava Nuchi. E gli piacevano le sigarette francesi. A parte questo,
nessun altro indizio. E nulla che confermasse i miei sospetti che quell'uomo potesse essere un killer
professionista e, magari, un nemico. In ogni caso, c'erano altri modi per saperne di pi.
Estrassi da una tasca una microspia adesiva e la piazzai sul lato inferiore di una cassettiera. Il
dispositivo funzionava a batteria e si attivava al minimo rumore. Con un
po' di fortuna, mi avrebbe permesso di ascoltare qualsiasi conversazione fosse avvenuta in
quella stanza. Nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe comunque informato sui movimenti di Karat e
consentito di seguirlo e di scoprire altre cose sul suo conto.
Tornai alla porta, mi assicurai con il Soldier-Vision che il corridoio fosse sgombro e uscii.
L'intera operazione aveva richiesto all'incirca quattro minuti.
Belghazi arriv quella sera stessa, sul presto. Mi stavo gustando un cocktail con Keiko nell'atrio
dell'hotel, da dove potevo tenere d'occhio la reception, e lo individuai immediatamente. Era scuro di
pelle, eredit della madre algerina, e i suoi capelli - lunghi e arruffati nella foto d'archivio della CIA -
erano ora rasati quasi a zero. Stimai che fosse alto poco pi di un metro e ottanta e che pesasse una
novantina di chili. Aveva una corporatura massiccia e muscolosa. Indossava un elegante completo blu -
forse un Brioni o un Kiton, a giudicare dal taglio - e una camicia bianca dal colletto sbottonato. Nella
mano sinistra stringeva una valigetta di cuoio nero che sembrava contenere un computer, e al suo polso
intravidi il bagliore di un braccialetto d'oro. Nonostante i vestiti, gli accessori e i gioielli, per,
quell'uomo non dava affatto l'impressione del damerino. Al contrario, aveva un'aria rilassata e
imponente. Sembrava la classica persona che non ha bisogno di alzare la voce quando parla ai propri
subordinati, capace di monopolizzare l'attenzione degli estranei con un semplice sguardo o un cenno.
Uno a cui non serve minacciare violenza per ottenere quello che vuole, anche perch la minaccia  gi
sempre implicita nel suo atteggiamento, nell'espressione dei suoi occhi e nel tono della voce.
Se anche non avessi avuto accesso alla foto d'archivio, l'idea che mi ero fatto di lui da lontano,
studiando la sua biografia, sarebbe stata sufficiente a farmelo riconoscere. Belghazi, che di nome
faceva Achille, era figlio di un ufficiale dell'esercito francese - di stanza in Algeria durante il cosiddetto
intervento di pacificazione di quel paese - e di una giovane algerina, che l'ufficiale si era portato in
patria senza per sposarla. La condizione di figlio illegittimo non pareva tuttavia averlo in alcun modo
intralciato: Belghazi aveva primeggiato a scuola sia nello studio sia in campo atletico e si era
successivamente distinto come fotoreporter. La sua ottima padronanza dell'arabo aveva fatto di lui
l'uomo ideale per la copertura dei conflitti nei paesi musulmani: nei campi dei profughi palestinesi, tra i
mujaheddin dell'Afghanistan e nella prima guerra del Golfo. Sfruttando i suoi contatti tra i combattenti
e quelli da lui contemporaneamente sviluppati tra le forze armate e i servizi d'intelligence stranieri,
Belghazi era diventato il tramite per la consegna di piccole forniture di armi in vari punti caldi del
Medio Oriente. La sua attivit era cresciuta di pari passo con l'ampliarsi e l'approfondirsi dei suoi
contatti con fornitori e acquirenti. Le sue attivit pi recenti si concentravano nel Sudest asiatico, dove
vari gruppi fondamentalisti e separatisti costituivano un mercato in rapida espansione. Di Belghazi si
conosceva anche il gusto per le cose pi raffinate, oltre alla sua forte inclinazione al gioco d'azzardo.
Era in compagnia di altri due omoni, anch'essi ben vestiti e scuri di carnagione, che identificai
come guardie del corpo. Uno di questi si guard in giro alla ricerca di eventuali minacce, ma Belghazi
non rinunci a un proprio personale esame dell'atrio e dei presenti. Lo curai con la coda dell'occhio e
quando vidi che aveva messo fine alle sue osservazioni, per rivolgere l'attenzione al banco della
reception, tornai a concentrare lo sguardo su di lui.
Dall'ingresso principale era appena entrata una bionda molto appariscente. Indossava un tailleur
nero a pantalone e decollete in tinta. Una tenuta pratica, ma elegante. Classico abbigliamento da
viaggiatrice di prima
classe. Era anche piuttosto alta, tra il metro e settantacinque e il metro e ottanta, con gambe
lunghe, che facevano la loro bella figura anche in pantaloni, e un corpo tornito e flessuoso. Era seguita
da un facchino che reggeva un paio di grosse valige Vuitton. Belghazi le si ferm accanto
domandandole qualcosa. Lei sollev una mano, invitandolo ad aspettare, e poi fece a sua volta una
panoramica dell'atrio dell'hotel. Una mossa inattesa, che mi indusse a riportare rapidamente la mia
attenzione su Keiko, finch non fui sicuro che la bionda avesse smesso di fissarci. Quando tornai a
puntare il mio sguardo dalla sua parte, la vidi sottobraccio a Belghazi.
Aveva la stessa aria rilassata e per certi versi imperiosa dell'amico. Il suo aspetto era
perfettamente naturale: i capelli, il viso, le curve sotto i vestiti.
Poco dopo lei, il facchino e una delle guardie del corpo si diressero verso gli ascensori.
Belghazi e l'altra guardia del corpo rimasero alla reception, intenti a discutere di qualcosa con l'addetto
in servizio.
La porta d'ingresso si apr di nuovo. Alzai gli occhi e vidi Karat.
"Cristo", pensai. "La banda  al completo." Mi domandai, quasi senza rendermene conto, se non
avesse per caso ricevuto un'imbeccata.
Karat attravers lentamente l'atrio. Vidi il suo sguardo fermarsi su Belghazi e bloccarsi in un
modo che per i pi non avrebbe avuto il bench minimo significato. Per me, invece, fu quanto mai
eloquente. Da quel suo sguardo, capii che Karat non stava osservando un uomo. No. Era lo sguardo
con cui un cacciatore osserva la sua preda.
E sapevo anche che, senza la mia grande abitudine all'autocontrollo, altri avrebbero potuto
cogliere un identico riflesso involontario sul mio viso, mentre trovavo conferma ai miei sospetti sulla
presenza di Karat.
Poco dopo, Belghazi e la sua guardia del corpo si allontanarono dal banco della reception per
dirigersi verso l'ascensore. Lasciai trascorrere quattro minuti e poi dissi a Keiko che dovevo andare in
bagno e che sarei tornato subito.
Raggiunsi un telefono interno e chiesi all'operatore di mettermi in comunicazione con la
Oriental Suite. C'erano due sole suite nell'hotel - la Oriental e la Macau -e, a giudicare dal suo dossier,
avevo la sensazione che Belghazi avrebbe soggiornato in una di esse.
Alla Oriental Suite non rispose nessuno. Riprovai, chiedendo della Macau.
Pronto, rispose una voce maschile.
Salve, qui  la reception, dissi imitando l'accento locale. C' qualcosa che possiamo fare per
rendere pi confortevole il soggiorno di Mr Belghazi nel nostro hotel?
No, va tutto bene, rispose la voce.
Benissimo, dissi io. Le auguriamo una piacevole permanenza.
Quella sera, mentre Keiko era via, ascoltai dalla mia stanza, per mezzo di un auricolare, quello
che avveniva nella camera di Karat. A quanto pareva, stava guardando la CNN. Avrei deciso in base
al suo comportamento se andare a dormire o uscire. Avevo gi indossato un paio di pantaloni antracite,
un pullover blu navy e delle comode scarpe da passeggio dalla suola di gomma, nel caso Karat avesse
deciso di passare la serata in citt.
Guardai le enormi gru e le ruspe utilizzate per costruire nuovi ponti tra Macao e la provincia
cinese del Guangdong, le cui basse montagne si profilavano a pochi chilometri di distanza. I
macchinari si stagliavano sul porto come creature mitologiche emerse dal fondo del mare, enormi,
informi, arrancanti verso la terra, ma frenate dalla fanghiglia sottostante.
Le gru mi riportarono alla mente il Giappone, dove avevo vissuto per gran parte della mia vita
adulta e dove la
pratica di strappare la terra al maire per costruirvi inutili ponti e parcheggi per uffici  uno sport
nazionale. Ma se in Giappone l'onnipresente attivit edilizia era sempre apparsa familiare e quasi
consolante nella sua ovviet, a Macao quell'eccesso aveva un che di misterioso e persino di vagamente
minaccioso. Chi prendeva le decisioni? Chi falsificava le valutazioni di impatto ambientale per
assicurare che i progetti fossero approvati? A chi finivano le tangenti? Per molti versi, Macao era un
mistero.
Ero l gi da tre settimane e mi ero spostato da un hotel all'altro, mantenendo un contegno
discreto e cercando di familiarizzare con il luogo. Prima di accettare quel lavoro, di Macao sapevo poco
pi di quello che avevo imparato leggendo la Far Eastern Economie Review: la restituzione di quel
territorio alla Cina, decisa dai portoghesi nel 1999, era avvenuta in modo amichevole, come in altri
casi, e i residenti portoghesi di Macao, che costituivano il cinque per cento della popolazione, erano
insolitamente ben integrati, parlavano cantonese e si mescolavano con la gente originaria del luogo in
un modo che avrebbe fatto arrossire la maggior parte dei britannici residenti a Hong Kong; il lavoro
meno qualificato era svolto per lo pi da filippini e thailandesi; per essere un territorio che nei cinque
secoli precedenti aveva fatto da pallina in una partita di ping-pong tra le grandi potenze, Macao aveva
un senso della propria identit insolitamente forte.
In tre settimane di soggiorno in loco, per, avevo imparato molte altre cose: come vestirmi,
muovermi e comportarmi per apparire come uno dei milioni di visitatori che giungevano, per esempio,
da Hong Kong; la disposizione e gli orari dei negozi; le leggi non scritte e le abitudini dei casin. Tutto
questo sarebbe stato estremamente ut ile per il lavoro che dovevo svolgere.
Sentii squillare il telefono nella stanza di Karat. Il televisore ammutol.
Hallo, lo sentii dire. Poi, dopo una breve pausa, aggiunse: Bien.
Dunque era francese, come avevo intuito dall'odore di fumo che impregnava la sua stanza.
L'accento era quello di un parigino colto. La mia conoscenza del francese era un residuo di studi liceali,
e l'audio della microspia era coperto da saltuarie scariche elettrostatiche. Sarebbe stata dura.
Oui, il est arriv ce soir.
Fin l ci arrivavo. S,  arrivato stasera.
Un'altra pausa. Poi, disse: Pas ce soir. Non stasera.
Pausa. Oui, la runion est ce soir. Ensuite cela. S, l'incontro  fissato per stasera. Poi, il resto.
Pausa. Ci fu un susseguirsi di parole che non riuscii a decifrare e poi: Tout va bien. Va tutto
bene. Quindi, altre frasi incomprensibili. Infine: Je vous ferai savoir quand ce serafait. Vi far sapere
quando sar fatto.
Click. Di nuovo la CNN.
Mezz'ora dopo la tv si spense nuovamente. Sentii la porta della sua stanza aprirsi e richiudersi.
Stava uscendo.
Presi una giacca a vento scura e scesi per le scale fino al pianterreno. Da un professionista ci si
sarebbe aspettato che usasse l'uscita sul retro: la via meno trafficata e meno prevedibile. Io, perci,
uscii dall'ingresso sul retro presumendo che anche lui avrebbe fatto lo stesso. C'erano tre passaggi
possibili - uno dall'hotel, uno dal salone di bellezza e uno dal ristorante - che sbucavano tutti nello
stesso cortile, il quale a sua volta aveva un'unica via di uscita, una vera e propria strozzatura.
Accanto all'hotel c'era un parcheggio scoperto. Ci entrai e mi piazzai a ridosso del muro,
nascosto dai cespugli che lo costeggiavano.
Karat comparve un minuto dopo che mi ero appostato. I lampioni lo illuminarono proiettando
ombre nel parcheggio. Lo vidi sfilare davanti a me e imboccare la via d'uscita in direzione della
avenida da Amizade, che
come gran parte delle vie di Macao aveva ricevuto quel nome secoli prima dai portoghesi. Il
morbido tessuto del suo giubbotto blu navy era un po' troppo alla moda per l'ambiente circostante - a
Macao, come avevo avuto modo di appurare, l'abbigliamento era, in genere, di un casual quasi
trasandato - ma immaginavo che Karat, come un'isola bianca in un mare asiatico, si sarebbe comunque
distinto.
Superato il parcheggio all'aperto, svolt a destra in un vicolo. Io mi guardai indietro, verso
l'uscita dell'hotel: tutto tranquillo. Per il momento sembrava solo, senza nessuno a coprirgli le spalle
contro eventuali pedinatori. Sbucai dal mio nascondiglio e lo seguii. Raggiunse la avenida da Amizade
e attese un'interruzione del traffico per attraversarla. Io mi tenni nell'ombra e aspettai.
Sull'altro lato del viale, Karat gir a sinistra, guardandosi contemporaneamente alle spalle,
come avrebbe fatto un normale pedone per osservare il traffico in arrivo prima di attraversare. Mi
concessi un vago sorriso. Il suo controllo del traffico era una mossa di controsorveglianza camuffata.
Gli riusc bene e dalla qualit del suo atteggiamento dedussi che avrei probabilmente incontrato non
poche difficolt a seguirlo da solo.
Prosegu lungo l'ampio viale in direzione dell'Hotel Lisboa, che ospita il pi grande casin ed 
l'epicentro del quartiere a luci rosse di Macao. Dopo qualche istante attraversai a mia volta la strada,
mettendomi nella sua scia. I lampioni erano ben distanziati, con ampie zone oscure in cui nascondersi,
cosicch Karat non sarebbe riuscito a scorgermi neanche se si fosse voltato a guardare.
Alcune centinaia di metri pi avanti imbocc un sottopassaggio della metropolitana. Questo
aveva una forma ad H, con i tratti pi lunghi che procedevano parallelamente all'avenida. Accelerai un
po' per ridurre le distanze e arrivai all'ingresso del sottopassaggio appena in
tempo per vederlo svoltare nel tratto trasversale, che attraversava il viale.
Mi ritrovai a dover fare una scelta. Se l'avessi seguito e lui si fosse girato a guardare, mi
avrebbe scoperto. Se fossi rimasto al coperto e lui, sbucando sul lato opposto della via, si fosse
affrettato per aumentare la distanza tra noi, molto probabilmente mi avrebbe seminato.
Ci pensai su un istante. Fino a quel momento la sua contro-sorveglianza era stata scaltra. A quel
punto, per, Karat stava abbandonando ogni accortezza: in fondo, un pedone intento a passeggiare di
norma non attraversa una via per poi, dopo poco, riattraversarla in senso opposto. Di certo, sapeva il
fatto suo. Il problema era: come se la sarebbe giocata? Sarebbe tornato indietro per sorprendere
eventuali inseguitori o si sarebbe affrettato, una volta giunto dall'altra parte, per far perdere le sue
tracce?
Se avessi avuto con me dei collaboratori, anche uno solo, non ci sarebbe stato problema.
L'avremmo pedinato in gruppo, sicuri che, se uno fosse stato scorto, un altro sarebbe intervenuto, ma in
quel caso non avevo questo vantaggio. Potevo contare soltanto sull'istinto e sull'esperienza, e da ci
trassi la sensazione che quella mossa del sottopassaggio fosse una finta, un tentativo di attirare
eventuali pedinatori nel tunnel e individuarli in mezzo alla folla, per poi invertire la marcia e incastrarli.
Perci proseguii lungo il sottopassaggio sul lato destro e tornai in superficie, nascondendomi all'ombra
di una delle malconce palme del viale.
Trascorsero quindici secondi. Trenta.
Nel caso mi fossi sbagliato e lui avesse percorso il tunnel senza fermarsi, avrei dovuto
attraversare l'avenida alla svelta. Se gli avessi dato il tempo di riemergere, mi avrebbe visto
sopraggiungere.
"Un attimo ancora, un attimo solo... Di, stronzo, dove sei?" Eccolo l, che sbucava dal
sottopassaggio, ancora sul mio lato del viale. Esalai un lungo e silenzioso sospiro.
Prosegu per un altro centinaio di metri lungo la avenida da Amizade e poi svolt a destra. Lo
imitai, appena in tempo per vederlo svoltare a sinistra lungo un vicolo intasato di scooter, delimitato su
entrambi i lati da palazzi per uffici. Mi misi nella sua scia, mentre i condizionatori ronzavano
nell'oscurit come insetti.
Tre minuti dopo arrivammo al Lisboa. Lo seguii all'interno, domandandomi se non stesse
cercando di utilizzare le molte entrate e uscite dell'hotel nel quadro di un prestabilito percorso di
contro-sorveglianza. In tal caso, Karat aveva commesso un errore. Il Lisboa era troppo affollato di
notte: un inseguitore poteva tenersi a ridosso del suo obiettivo senza che questi avesse la minima
possibilit di accorgersene. E se anche avesse avuto una sua squadra di contro-sorveglianza in
posizione, la massa dei frequentatori notturni avrebbe offerto un'infinit di occasioni per mimetizzarmi.
Poteva darsi che avesse concepito quel tragitto durante il giorno, quando l'hotel era meno affollato? In
tal caso il suo sarebbe stato un errore da dilettante. Le diverse ore della giornata, i diversi giorni della
settimana, un cambio di stagione o di temperatura potevano trasformare un ambiente in modo radicale,
a dispetto di qualsiasi precedente ricognizione.
Mi avvicinai ulteriormente e lo tenni d'occhio, ben sapendo che se si fosse intrufolato nel fitto
alveare a pi livelli del casin avrei rischiato di perdere le sue tracce. Karat, per, evit l'area riservata
al gioco d'azzardo per tracciare, invece, un cerchio in senso orario al pian terreno dove, davanti ai
negozi, crocchi di prostitute della vicina provincia del Guangdong si muovevano come pesci affamati
in un acquario sferico. Seguimmo il loro percorso, passando accanto a giocatori concitati per le recenti
vincite e voluttuosamente adocchiati dalle ragazze, ansiose di accaparrarsi qualche briciola fluttuante
della catena alimentare del casin; uomini di mezza et giunti da Hong Kong e da Taiwan con i loro
corpi flaccidi, gli occhi febbrili e l'atteggiamento rigido di chi si trovi in un qualche tetro purgatorio tra
l'impellenza sessuale e il calcolo economico; agenti della sorveglianza, abituati ai richiami delle gambe
nude e delle provocanti scollature delle ragazze e interessati unicamente a tenerle in movimento, a
costringerle a nuotare in eterno nelle acque torbide della interminabile notte del Lisboa.
Karat lasci l'edificio attraverso un'uscita secondaria. Non avevo ancora capito lo scopo di
quel passaggio per l'hotel. La zona commerciale, come l'hotel medesimo, era troppo affollata per
un'efficace opera di contro-sorveglianza. Forse, come avevo inizialmente ritenuto, aveva pianificato
male quella parte del percorso. O forse aveva semplicemente voluto dare un'occhiata in previsione di
transazioni successive. Non era certo impossibile: anche i professionisti, di tanto in tanto, si concedono
una distrazione o una pausa per soddisfare certi bisogni umani.
Il suo comportamento parve confermare quest'ultima ipotesi: uscito dal Lisboa, non fece
nient'altro per guardarsi alle spalle. Evidentemente era soddisfatto dell'audace manovra del
sottopassaggio. La mossa, in effetti, non era stata delle pi peregrine e probabilmente sarebbe bastata
per seminare chiunque, persino me, se il mio istinto fosse stato appena un po' meno acuto o se io, nelle
tre settimane precedenti, non avessi svolto bene il mio lavoro.
Prosegu in direzione nord-ovest lungo la avenida Henrique. Il viale era rettilineo, buio e
notevolmente trafficato, e io fui in grado di seguirlo tenendomi a una certa distanza da lui. I miei occhi
erano in continuo movimento, alla ricerca di luoghi pericolosi, di postazioni in cui avrei predisposto la
contro-sorveglianza o, eventualmente, un'imboscata. H mio radar non segnal nulla di allarmante.
Giunto in Senado Square, la principale area pedonale della zona, riservata allo shopping, Karat
svolt a destra.
La piazza doveva essere certamente affollata, nonostante l'ora tarda, e aumentai la mia andatura
per non perderlo di vista. Lo vidi procedere lungo le ondulate linee di piastrelle nere e bianche alla
sinistra dei getti verticali della fontana al centro della piazza, lungo i bassi portici color pastello
affollati di vetrine alla portoghese, alquanto incongrue tra i circostanti rumori e profumi asiatici.
Continuai a seguirlo a una distanza di una decina di metri. Da un negozio usciva un brano pop
hongkonghese ad alto volume. Gli odori del maiale arrosto e del riso appiccicoso impregnavano l'aria.
Fitti gruppi di passanti ci sfilavano accanto in entrambe le direzioni, chiacchierando, ridendo e
godendosi la piacevole intimit della zona commerciale e la spensieratezza della serata.
Lasciammo Senado Square per vie pi tranquille. Karat si sofferm davanti a svariate
bancarelle - frutta, lingerie, costumi tradizionali thailandesi venduti a un dollaro di Hong Kong per ogni
tre capi - ma non compr nulla. Sembrava diretto verso So Paulo, il sito di una chiesa portoghese un
tempo bellissima, ma ripetutamente aggredita, nel corso dei secoli, dal fuoco e ormai ridotta a una triste
e solitaria facciata, reliquia inquietante, illuminata di notte come uno scheletro imbiancato, eretto
all'apice di una lunga serie di ripide scalinate, dove incombe in rovinosa maest sopra la citt
sviluppatasi come un mucchio di erbacce intorno a essa.
A poco a poco la zona divenne sempre pi residenziale. Sfilammo davanti ad ampi portoni
aperti che io controllai automaticamente. Nessun pericolo, solo scene domestiche di vario tipo: quattro
anziane assorte in una partita di mahjong; un gruppo di ragazzi davanti a un televisore; una famiglia a
tavola. Passammo davanti a un vecchio tempio dall'intonaco rosso scrostato per l'umidit tropicale.
L'incenso esalante dal braciere al suo interno pervase i miei sensi con il ricordo di emozioni infantili.
Karat giunse all'angolo della via e svolt a destra. In
quell'alveare di alcove e vicoli fiocamente illuminati l'avrei probabilmente perso di vista, se
fosse riuscito a guadagnare terreno, e dunque accelerai l'andatura per rimanergli addosso. Aggirai lo
stesso angolo e... ci manc poco che andassi a sbattergli contro.
Aveva svoltato e si era fermato: un classico espediente di contro-sorveglianza, assai difficile da
scongiurare se si lavora da soli. Ecco perch se l'era presa comoda: la manovra del sottopassaggio era
stata solo in apparenza la conclusione del suo percorso, e io c'ero cascato.
Ebbi un repentino afflusso di adrenalina. I suoni mi giungevano attutiti. Il movimento,
tutt'intorno, parve rallentare.
Ci fissammo negli occhi e per un istante gravido di suspense rimanemmo completamente
immobili. La sua fronte cominci a incresparsi. "Questo tizio l'ho gi visto", stava certamente
pensando. "All'hotel."
Arretr leggermente, adottando una posizione di difesa. Con la mano sinistra sollev il lato
corrispondente del giubbotto, infilandovi sotto la destra.
Per prendere un'arma, senza dubbio.
Mi avvicinai ulteriormente e con la mano sinistra gli afferrai la manica destra,
allontanandogliela dal corpo per impedirgli di estrarre quello che nascondeva. Con l'altra mano
agguantai il risvolto sinistro del giubbotto e glielo sollevai premendoglielo sotto il mento. La sua
reazione fu pronta: cerc di arretrare per eseguire una mossa del suo repertorio di karat. Mossa
sbagliata. Agganciai il suo tallone destro con il mio piede e approfittai del pugno che gli stavo
premendo contro la gola per sbilanciarlo con un kouchigari, un'elementare mossa di judo. Karat cadde
all'indietro, mulinando inutilmente il braccio sinistro. Mantenni la presa sulla manica del suo giubbotto
e, mentre cadevamo, piantai il gomito destro nel suo diaframma, per affondarlo con forza al momento
dell'impatto con il suolo.
Nonostante il colpo, rimase lucido e cerc di divincolarsi spingendomi via. Chi pratica solo il
karat, per, non conosce la lotta a terra e ben presto commise un errore: invece di preoccuparsi della
minaccia immediata tent di nuovo di impugnare la sua arma. Io scivolai dietro di lui e tirandolo per la
manica gli torsi il braccio dietro la schiena. Si inarc per il dolore cos ne approfittai per bloccarlo con
una presa al collo, pronto a strangolarlo.
A quel punto, per, mi fermai. Volevo solo renderlo inoffensivo, non ucciderlo. Non ancora,
almeno.
Per chi lavori? gli domandai.
Per tutta risposta, Karat cerc di divincolarsi. Strinsi il braccio sinistro attorno al suo collo, ma
allentai subito la presa, per evitare di dare l'impressione che stessi cercando di finirlo, nel qual caso non
avrei certo potuto aspettarmi che lui collaborasse.
Cap l'antifona e smise di dimenarsi. Je ne comprends pas, lo sentii dire, mentre il suo corpo
era teso nella mia morsa.
"Non mi freghi, amico", pensai. "Ti ho appena sentito che ascoltavi la fottuta CNN."
Pour... Pour qui travaillez-vous? gli domandai.
Je ne comprends pas, ripet lui.
D'accordo. Al diavolo! Aumentai la pressione, stringendo un po' pi a lungo, e iniziando ad
arretrare.
 l'ultima volta, gli dissi in inglese. Dimmi per chi lavori, o per te  la fine.
Va... bene, lo sentii dire, la voce soffocata dal mio braccio che gli premeva contro la gola. Mi
sporsi leggermente in avanti per sentirlo meglio, ma prima che potessi impedirglielo, con la mano
sinistra, premette un bottone sulla cintura di pelle e sganci la fibbia, a cui era attaccata una lama
d'acciaio a doppio taglio.
Oh, cazzo. Senza neppure pensarci, mi inarcai bruscamente all'indietro serrando la presa con
entrambe le
braccia. Ci fu una frazione di secondo di pura resistenza fisica, quindi il suo collo si ruppe, e il
suo corpo si irrigid tra le mie braccia. Il coltello cadde rumorosamente a terra.
Posai l'uomo sul cemento e lo perquisii in fretta. Mi tremavano le mani per via dell'adrenalina e
il cuore mi batteva all'impazzata.
Viaggiava leggero: niente portafoglio n documenti d'identit. Solo la chiave dell'hotel nella
tasca dei pantaloni e, in una fondina sotto l'ascella, l'arma che aveva cercato di estrarre. Una
Heckler&Koch Mark 23. Fissato alla canna, un silenziatore Knights Armament.
Un coltello alla cintola e una H&K silenziata. Difficile che fosse riuscito a superare i controlli
all'aeroporto con quelle armi addosso, anche se era pur sempre possibile che le guardie fossero troppo
impegnate a cercare tagliaunghie e coltellini per accorgersene. Conclusi, per, che il misterioso Mr
Nuchi avesse qualche contatto in loco e che le armi se le fosse procurate a Macao dopo il suo arrivo.
Non aveva addosso nient'altro che potesse fornirmi informazioni su chi fosse, su chi lo avesse
mandato o, ancora, su chi avesse in programma di incontrare.
Mi rialzai e mi guardai intorno. Destra, sinistra. Niente. La strada era silenziosa come un
cimitero.
Mi defilai nell'ombra ruotando istintivamente la testa da ogni parte in cerca di eventuali
pericoli. Lasciai l le sue armi, perch non mi servivano e perch non volevo sporcarmi le mani con
oggetti che la polizia avrebbe potuto ricollegare al luogo del delitto. Dopo un po' il mio battito cardiaco
cominci a rallentare.
Chi diavolo era? Chi doveva incontrare? Era spiacevole saperne cos poco sul suo conto. Un
nome - Nuchi, che poteva benissimo essere uno pseudonimo. E, forse, la sua nazionalit. Nient'altro.
Tutto sommato, per, mi parve che il risultato non fosse poi cos male. Ero quasi certo del fatto
che, chiunque l'avesse mandato, Karat fosse l per eliminare Belghazi. Cosa per lui ormai impossibile.
La situazione, per giunta, avrebbe potuto risolversi molto peggio. Se avesse avuto in pugno la
H&K al momento in cui io avevo svoltato l'angolo, invece di tentare di impugnarla successivamente,
sarei, probabilmente, stato io a lasciarci la pelle.
Proseguii lungo strette stradine e vicoli oscuri. La mia pulsazione rallent ulteriormente. Le
mani smisero di tremarmi. Gli edifici ai lati delle vie sembravano diventare via via pi alti e la poca
luce sempre pi fioca, finch non ebbi l'impressione di zigzagare gi per il canalone di una ripida
scarpata, una buia gola urbana scavata tra facciate di cemento sbiadito da un fiume scomparso da
tempo. Le rugginose scale anti-incendio erano pareti rocciose, la biancheria appesa ad asciugare tralci
aggrovigliati, la solitaria lampada ai vapori di sodio una luna ingiallita e gibbosa.
Tornai all'hotel. Quando fui all'entrata posteriore, il mio ritmo cardiaco era di nuovo nella
norma. Cominciai a pensare al da farsi, a Belghazi.
Giusto, Belghazi. La questione fondamentale. Niente pi distrazioni. L'avrei avvicinato, avrei
fatto il mio lavoro e me ne sarei andato. E poi, giorno di paga. Una paga abbastanza sostanziosa da
permettermi di mollare per sempre quel lavoro schifoso.
O, almeno, per un tempo ragionevolmente lungo.
***
2
L'indomani mattina Keiko e io ci godemmo un'altra tranquilla colazione al Girassol, il caff
dell'albergo, e passammo un'altra oretta a curiosare nei negozi, che offrivano una splendida visuale
sull'atrio. Belghazi, per, non si fece vedere.
Intorno a mezzogiorno, andai in un Internet caf per consultare la bacheca elettronica che usavo
per comunicare con Tomohisa Kanezaki, il mio referente all'interno della CIA. Prima di procedere,
scaricai una copia del software di sicurezza e lo installai, come faccio di solito, per accertarmi che il
terminale che stavo usando non fosse dotato di snoopware, cio di software commerciali o realizzati
da hacker in grado di monitorare i tasti premuti, trasmettere le immagini visualizzate sullo schermo e
compromettere cos la riservatezza di un computer. Agli hacker piace seminare da lontano questo
genere di programmi sui terminali pubblici, come quelli installati negli aeroporti, nelle librerie, nelle
copisterie e, naturalmente, negli Internet caf, per poi fare incetta di password, numeri di carte di
credito, conti correnti e appropriarsi di identit elettroniche.
Quel computer era pulito. Controllai la bacheca elettronica e trovai un messaggio: Chiamami.
Nient'altro. Dopo essermi disconnesso, me ne andai.
Una volta all'esterno, accesi il cellulare criptato fornitomi dalla CIA, digitai il numero che
avevo memorizzato e cominciai a camminare per rendere pi difficili eventuali tentativi di
triangolazione.
Udii un unico squillo, all'altro capo, e subito dopo la voce di Kanezaki. Moshi moshi, disse.
Kanezaki  un sansei americano, cio un giapponese di terza generazione, e gli piace ostentare
le sue abilit linguistiche. Io raramente gli do corda. Ehil, risposi.
Ehil, ripet lui, abbozzando. Ho provato a chiamarti.
Io sorrisi. Kanezaki era della CIA, il che ai miei occhi lo rendeva automaticamente poco degno
di fiducia. Lui, com' ovvio, nutriva con tutta probabilit gli stessi dubbi sul mio conto. A Tokyo, per,
io avevo rifiutato l'incarico di ucciderlo che il suo capo aveva cercato di affidarmi e, anzi, lo avevo
messo in guardia in proposito. Bisogna essere degli ingrati di prim'ordine per non apprezzare un favore
del genere, e io sapevo che Kanezaki si sentiva in debito con me. E non solo per quello che io avevo
fatto. Lui, infatti, era molto pi americano che giapponese, e gli americani, che ci tengono molto alla
loro immagine di persone leali, finiscono spesso per fare la figura dei babbei. I suoi sentimenti,
naturalmente, arrivavano solo fino a un certo punto (nella mia esperienza, uno dei principi-guida delle
relazioni umane sembra imperniato su quello che hai fatto per me ultimamente), ma era gi qualcosa,
un piccolo antidoto al potenziale veleno delle sue affiliazioni professionali.
Quando non lo sto usando, dissi, questo cellulare lo tengo spento.
Per risparmiare la batteria?
Per proteggere la mia privacy.
Sei l'incarnazione della paranoia, disse lui, e io me
lo immaginai intento a scuotere la testa. Sorrisi di nuovo. Per certi versi, nonostante la gente per
cui lavorava, quel ragazzo mi era simpatico. Mi avevano impressionato le contromisure che aveva
adottato contro il suo capo dopo
il mio avvertimento, e una parte di me era felice di vederlo trasformarsi da idealista naif in
agente sempre pi esperto.
Il nostro amico  appena arrivato, disse.
Lo so. L'ho visto ieri sera.
Bene. Anche noi lo stiamo seguendo. Se tu tenessi acceso il cellulare, potremmo contattarti
tempestivamente per fornirti informazioni.
Pur non avendone la certezza, avevo sospettato che la CIA tenesse d'occhio Belghazi attraverso
un cellulare o un satellitare intercettati. Non avevo intenzione di commettere lo stesso errore.
Certo, dissi io, con un tono neutro fino al sarcasmo. Ci fu un breve silenzio.
Ho capito, lo terrai spento, disse Kanezaki, per met rassegnato e per met pensoso.
Io risi.
Avremmo maggiori probabilit di successo, se lavorassimo insieme, disse, pi serio che mai.
Io scoppiai nuovamente a ridere.
D'accordo, fa' pure a modo tuo, aggiunse. Tanto so che lo farai comunque.
Hai altro da dirmi?
S. Sarebbe bello se tu potessi render conto di una parte di quelle spese.
Suvvia, ne abbiamo gi parlato. Mi servono soldi per sedermi a certi ricchi tavoli da gioco.
L'altra sera ho visto un cinese perdere un milione di dollari americani al tavolo del baccarat. Ed  l che
gioca il nostro amico. Devo avvicinarlo, e a quei tavoli non sono ammessi spettatori n giocatori da
quattro soldi.
Probabilmente, Kanezaki stava cercando di farmelo pesare. Sapevo che quella missione della
CIA era pi segreta della media. L'ultima cosa che Kanezaki e i suoi superiori potevano desiderare era
una traccia cartacea che potesse finire nelle mani del General Accounting Office.
E se dovessi davvero fare delle vincite? disse.
Le dichiarer certamente al fisco.
Kanezaki rise. Abbiamo finito? Gli chiesi.
S... Ah, un'ultima cosa. Un'inezia. Ieri sera c' stato un omicidio dalle tue parti.
Ah, s?
S, gli hanno spezzato il collo. Ahi.
Sono certo che ne sai qualcosa.
Immaginavo quello che stava pensando. Kanezaki mi aveva gi visto ammazzare un uomo con
una presa al collo.
A dire il vero, non ne so nulla, replicai, ma posso ben immaginare.
Lo sentii sbuffare dal naso. Ricordati, disse, che anche se non siamo al tuo fianco, ti
controlliamo.
L'ho sempre saputo che non vi arruolano se non siete dei guardoni.
Spiritoso...
Spiritoso chi?
Ci fu una pausa. Ascolta, pu darsi che io sia in debito con te, ma non tutti qui la pensano allo
stesso modo, e tu non hai a che fare solo con me. Mi spiego? Devi stare in guardia.
Io sorrisi.  bello avere un amico.
Merda, lo sentii borbottare.
Se ho bisogno di qualcosa, mi far vivo, gli dissi.
Okay. Una pausa e poi: Buona fortuna.
Interruppi la comunicazione, ripulii il registro delle chiamate e spensi il cellulare.
Non mi era parso particolarmente turbato dalla fine del povero Karat. Forse la CIA non aveva
nulla a che fare con lui. O forse s, e Kanezaki-san ne era stato tenuto all'oscuro.
Continuai a camminare. Macao, intorno a me, respirava profondo, come un animale affannato.
Quella sera Keiko e io decidemmo di andare a giocare un po' al Lisboa. Non potevo continuare
ad aggirarmi per l'atrio del nostro hotel in cerca di Belghazi senza attirare l'attenzione. Tentare di
piazzare una microspia nella sua stanza come avevo fatto con Karat era troppo rischioso: se i suoi
gorilla l'avessero trovata, avrebbero certamente alzato la guardia. Decisi perci che la cosa migliore da
fare per intercettarlo era prevenirlo, piuttosto che seguirlo.
La cosa era pi facile di quello che si pu pensare.  sufficiente mettersi nei panni del proprio
bersaglio: se fossi stato in lui, che cosa avrei fatto? Come avrei valutato la situazione? Come mi sarei
sentito? In che modo mi sarei comportato? Una semplice, classica soluzione alla Dale Carnegie:
adottare il punto di vista del proprio prossimo. Io sono a posto, tu sei a posto. Io sono a posto, e tu ci
lasci le penne.
Mettere in pratica questo esercizio con un tizio avveduto come Belghazi per non  facile,
perch le persone accorte tendono a evitare comportamenti ripetitivi a vantaggio dell'aleatoriet.
Orari casuali; percorsi casuali; se possibile, mete casuali. Rinunciano deliberatamente a
qualsiasi abitudine - pranzo al solito ristorante, taglio di capelli dal solito barbiere, scommesse sui
cavalli al solito ippodromo - di cui i loro nemici potrebbero approfittare.
La vigilanza di Belghazi non era tuttavia insuperabile, anzi, presentava delle debolezze: in
particolare, la passione per il gioco d'azzardo.
Forse era stata proprio questa sua mania a consentire alla CIA e, magari, a Karat di
rintracciarlo a Macao. E proprio su questa mania stavo ragionando anch'io, per cercare di mettermi nei
suoi panni. Se infatti sei a Macao per qualche giorno, sei assuefatto al baccarat e ti piace giocare forte,
prima o poi passi senz'altro per il Lisboa. Qualsiasi altro posto ti sembra ridicolo.
Ma Belghazi non era cos sciocco. E forse, consapevole
del rischio, sarebbe andato a fare le sue puntate in posti meno eccitanti, meno lussuosi, meno
prevedibili. A me, per, non pareva plausibile. Se fosse stato dotato di un simile autocontrollo, sarebbe
stato indifferente anche al richiamo del tavolo da gioco. No, avrebbe giocato, e si sarebbe
tranquillizzato pensando che, in fondo, non avrebbe avuto di che preoccuparsi; a Macao nessuno lo
conosceva, e lui si spostava sempre con le sue guardie del corpo, per qualsiasi evenienza.
Keiko e io cenammo a base di specialit locali - un'esotica mescolanza di influenze portoghesi,
indiane, malesi e cinesi - al ristorante O porto interior, locale affascinante, bench un po' fuori mano.
La sua ubicazione mi diede modo di controllare con comodo che nessuno ci stesse seguendo tanto
all'andata come al ritorno, quando prendemmo un taxi per raggiungere il Lisboa.
Naturalmente, in fase di ricognizione sul campo, avevo visitato tutti i casin di Macao, ma solo
per prepararmi alla mia missione che aveva per obiettivo Belghazi. Dovevo familiarizzarmi non
soltanto con il gioco d'azzardo a Macao, bens con il gioco d'azzardo in s e per s: avevo deciso di
studiare a fondo i riti e i tic di questa sottocultura, per assimilarli, riprodurli e passare il pi possibile
inosservato in quel tipo di ambiente. Macao era l'inizio, ma sapevo che la falsa identit da me assunta -
quella del giapponese danaroso con la mania del gioco - sarebbe stata assai poco verosimile, se non
fossi andato almeno una volta a visitare Las Vegas.
Di conseguenza, avevo trascorso una settimana nella capitale del Nevada e soggiornato al Four
Season, all'estremit meridionale della Strip, la via pi famosa di Las Vegas, perch mi pareva l'unico
albergo decente cui fosse possibile accedere senza dover prima guadare un casin, e perch sapevo che
avrei avuto bisogno di un rifugio dove non imperassero il fumo, il rumore e l'agitazione. Giocai a
baccarat al lussuoso Bellagio; alla roulette del decentrato Rio; a dadi sui tavoli del superato Riviera, il
cui sforzo di uguagliare la gaiezza e il luccichio che lo circondavano appariva artificioso, come uno
strato di trucco sul viso di una donna che sappia di non essere mai stata bella e che, oltre a ci, sia
ormai vecchia e priva di attrattive.
Quando non ne potevo pi, mi avviavo verso il deserto a ovest della Strip e camminavo. Il
rumore sfumava rapidamente. Lo sfolgorio delle luci, invece, impiegava pi tempo a dissolversi e
anche a diversi chilometri di distanza impediva di ammirare le stelle disseminate nel cielo del deserto.
Nel silenzio, in piedi su quelle antiche creste di sabbia, respirando l'aria immobile e secca, pensavo che
l'improbabile citt esposta al mio sguardo fosse un luogo triste e desolato; che gli spettacoli, i ristoranti
e le luci al neon non fossero che una sgargiante sutura applicata a un'innegabile ferita psicologica; che
quella citt fosse una sorta di bizzarro ed effimero spettacolo anche agli occhi dei rettili che,
scrutandola come me da lontano, senza battere ciglio, sapevano, nel loro modo primitivo e da quel loro
remoto ma privilegiato punto d'osservazione, che presto tutto sarebbe stato di nuovo inghiottito dalla
sabbia e dagli arbusti, come prima.
Il sollievo era forzatamente breve. Poco dopo tornavo sulla Strip, e tutto ridiventava eccessivo:
enormi fuoristrada, acquistati grazie alle esenzioni fiscali e usati su asfalto perfettamente piatto, senza
neppure una piccola buca a sfidarli; buffet lunghi mezzo chilometro ripuliti da commensali grassi fino
all'impossibile; pensionati drogati da una vita passata davanti alla tv e mai sazi, attratti in quel luogo
dalla brama di ulteriori spettacoli.
Credevo che l'11 settembre avesse portato con s qualche cambiamento, che sarebbe stato
un'occasione per riflettere, per sviluppare una maggiore sensibilit. Invece, ammesso che quel trauma
avesse prodotto un qualche effetto del genere, il miglioramento era stato di breve durata. Durante quel
mio soggiorno, fortunatamente breve, nel Nevada avevo notato che nulla davvero era cambiato. Il
sacrificio era un dovere solo per pochi, ipocritamente lodati dalla maggioranza che aveva a malapena
interrotto i propri festeggiamenti per augurare buona fortuna ai soldati in partenza.
Nulla di tutto questo, per, aveva davvero importanza, per me. Avevo gi fatto quell'esperienza,
al mio ritorno dal Vietnam. Avevo gi fatto la mia parte, come soldato. Ora toccava ad altri.
Keiko e io scendemmo dal taxi davanti al Lisboa, e sentii il mio senso del pericolo elevarsi di
una tacca. Non mi piacciono i casin, n a Macao n a Las Vegas n altrove. In primo luogo, le entrate
e le uscite sono in genere troppo controllate. E poi le telecamere a circuito chiuso e i servizi di
sorveglianza sono i pi sofisticati del mondo. Ogni movimento che si compie in una sala da gioco viene
registrato da centinaia di telecamere e immagazzinato su nastro per un minimo di due settimane. Se
sorge un problema - se qualcuno vince un po' troppo, se un certo banco perde un po' troppo -
l'amministrazione pu esaminare il nastro e scoprire come sia potuto succedere, per poi subito porre
rimedio all'inconveniente.
Questi, per, non sono gli unici problemi che si incontrano. C' anche l'atmosfera, il contesto.
Per me, giocare quando non c' speranza di influenzare il corso degli eventi ha sempre un che di
disperato e deprimente. Chi gestisce questi luoghi  a conoscenza del problema e cerca di compensare
con una patina di finto lusso.
Entrammo da una porta a vetri e salimmo con una breve scala mobile fino alla sala da gioco
principale. Si trattava, in sostanza, di un locale circolare di circa mille metri quadrati, intasato da una
fitta calca che scorreva e fluiva un po' come le piastrine nel sangue prossimo alla coagulazione; alti
soffitti seminascosti da nubi di fumo
illuminate da riflettori; una cacofonia di grida intrecciate di gioia e disperazione.
Keiko voleva giocare alle slot machine, e io non ebbi nulla in contrario, poich in questo modo
sarei stato libero di aggirarmi intorno ai tavoli del baccarat in cerca di Belghazi. Le diedi una mazzetta
di dollari di Hong Kong e le dissi che sarei tornato di l a qualche ora. Pi probabilmente, se le cose
fossero andate secondo i piani, sarei tornato direttamente all'hotel e, quando ci fossimo rivisti, le avrei
detto che l'avevo cercata senza successo e avevo pensato che lei mi avesse preceduto in albergo.
Mi avviai verso le scale che portavano alle sale superiori, dove si giocava pesante. Passai
accanto a file di pensionati, intenti a socializzare meccanicamente con le slot machine, e mi fecero
pensare a dei piccioni cui fosse stato insegnato ad abbassare una leva in cambio di una ricompensa
incerta. Poi fu la volta di svariati tavoli da roulette tutti uguali, frequentati da giocatori pi giovani di
quelli attratti dalle slot machine, ai quali comunque, avrebbero finito per assomigliare: le mascelle tese,
gli occhi luccicanti per un'estasi da due soldi, le labbra mosse da silenziose preghiere rivolte alle
egoistiche divinit che, insensibili a queste sciocche litanie, continuavano a sottoporre i loro adepti a
tormenti olimpici.
Comprai fiches per quattrocentomila dollari di Hong Kong, equivalenti a circa sessantamila
dollari americani. Avevo spremuto Kanezaki per quei soldi e altri ne avevo chiesti per le spese, cosa
di cui lui poco prima si era lamentato. Quindi, vagai da una sala all'altra, senza mai entrarvi, finch non
trovai quello che cercavo.
Fuori dalla pi esclusiva sala VIP del Lisboa, al quinto piano, il pi alto del casin, c'erano le
due guardie del corpo di Belghazi, appostate all'entrata. Belghazi, evidentemente, si era sentito
abbastanza al sicuro da non curarsi di protestare contro la regola che vietava l'accesso agli spettatori.
Inoltre, le guardie potevano controllare efficacemente l'ingresso e trattare di conseguenza chiunque
fosse parso loro degno di sospetto.
Sfortunatamente per loro, per, io non sono un tipo dall'aria sospetta, e la loro presenza serv,
anzi, a indirizzarmi al posto giusto.
Mi infilai tra di loro ed entrai nella sala. Solo uno dei tre tavoli del baccarat era in funzione. Gli
altri erano deserti tranne, ovviamente, per i rispettivi croupier - che li presidiavano rigidi come i colletti
inamidati delle loro camicie bianche, pronti ad accogliere i giocatori che di certo, con il passare delle
ore, si sarebbero avvicinati - e per alcune attraenti donne asiatiche che con i loro sorrisi smaglianti e le
vertiginose scollature fungevano certamente da esche per gli avventori.
Diedi un'occhiata al tavolo in funzione. Eccoli l, Belghazi e la bionda, entrambi vestiti con
gusto e un po' pi alla moda rispetto agli altri: lui in camicia bianca con il colletto sbottonato e blazer
blu navy; lei con una blusa di seta bianca e bolero nero. I quattordici posti a sedere erano per la
maggior parte occupati, ma Belghazi e la sua ragazza avevano ai loro lati una postazione vuota. Erano
gli unici stranieri presenti nella sala e probabilmente avevano scelto quei posti isolati per non offendere
gli altri giocatori, che avrebbero potuto considerare iettatoria la presenza di uno straniero al loro fianco.
Io non avevo certi pregiudizi, e tanto meno quella sera.
Ero gi stato in quella sala e avevo visto gente puntare fino a centomila dollari americani in una
sola mano. C'erano avventori capaci di giocare tutta una notte e tutto il giorno successivo, fino alle ore
piccole. Alcuni dei compagni di gioco di Belghazi, con gli occhi lucidi e il colorito pallido alla luce dei
lampadari, sembravano appartenere proprio a questa categoria.
Il croupier scopr la carta del giocatore e annunci: Otto naturale! Intorno al tavolo si lev un
mormorio di eccitazione: l'otto naturale poteva essere battuto solo da un nove. L'esito della mano
sarebbe stato deciso in base alle carte gi presenti sul tavolo: nessun'altra carta sarebbe stata distribuita.
Con una determinazione quasi dolorosa, il croupier scopr la carta del banco e annunci: Nove
naturale! Ci fu un'esplosione di esclamazioni gioiose e di imprecazioni, le prime da parte di chi in
quella mano aveva scommesso sul banco, le altre da parte di chi aveva puntato sul giocatore. Mentre il
croupier passava le carte agli altri due colleghi, che cominciarono a pagare le puntate vincenti, molti
giocatori chinarono la testa e presero appunti sui blocchetti forniti dal casin, nel tentativo di
individuare una sequenza fortunata a cui tentare di aggrapparsi.
Mi avvicinai al tavolo e presi posto alla destra di Belghazi, in modo che lui, per parlare con la
bionda e seguire l'azione del giocatore seduto al posto numero uno, che svolgeva le funzioni del banco,
fosse obbligato a darmi le spalle. Notai la borsa porta-computer che teneva appoggiata a una gamba, in
modo da accorgersi se per caso si fosse mossa.
Si volt verso di me. Ci siamo gi visti, o mi sbaglio? domand in un inglese dall'accento
francese, socchiudendo leggermente gli occhi, a met tra il tentativo di ricordare e l'accusa. La bionda
mi diede un'occhiata e poi distolse lo sguardo.
Si trattava di una lieve infrazione dell'etichetta vigente tra i giocatori d'alto livello, che si fonda,
in genere, sul rispetto dell'anonimato altrui. Pu darsi, risposi io, dissimulando la mia sorpresa. Ai
tavoli dei piani inferiori, magari. Ho dovuto accumulare un po' di capitale prima di poter venire nelle
sale VIP.
Lui scosse la testa due volte, lentamente, e sorrise, senza smettere di fissarmi negli occhi. No,
non ai piani inferiori. All'Oriental. Lei era in compagnia di una donna asiatica molto bella.  qui da
solo, questa sera?
Lei soggiorna all'Oriental? chiesi, eludendo la sua
domanda come un fedifrago e che sia stato appena interrogato sulla propria amante da uno
sconosciuto.
 un ottimo hotel, rispose, anche lui vagamente elusivo.
Ero colpito. Avevo fatto attenzione a non dare nell'occhio in alcun modo, e lui mi aveva notato
ugualmente. Era estremamente sensibile all'ambiente circostante e agli elementi che, a un certo punto,
avrebbero potuto fare la differenza tra la vincita e la perdita, o tra la vita e la morte.
Il croupier ci segnal che era il momento di fare il nostro gioco.  vero, dissi io, puntando sul
banco l'equivalente di circa diecimila dollari americani, il minimo consentito. Ma il posto migliore per
giocare a baccarat  questo. Belghazi annu e punt cinquantamila dollari sul giocatore, per poi
concentrarsi sul banco e osservare lo svolgimento della mano. Capii da questo movimento che non
nutriva particolari preoccupazioni sul mio conto. In caso contrario, non mi avrebbe voltato le spalle.
No, il suo era stato un sondaggio automatico, come quando si spara nel fitto di un bosco per vedere se
si colpisce qualcosa o se qualcuno risponder al fuoco.
Il banco pass la prima carta al croupier. In quel preciso istante io mi sporsi in avanti e incrociai
le mani, posando le dita della destra sul Traser P5900 che portavo al polso sinistro. Sul lato inferiore
dell'orologio c'era una sorta di vescicola grande come un'unghia di pollice che conteneva un piccolo
cocktail di quelli che difficilmente avrei potuto ordinare al bar del casin. La miscela in questione
consisteva essenzialmente di stafilococco aureo, un agente patogeno a effetto rapido - e di idrato di
cloralio, un composto che causa nausea, disorientamento e incoscienza in un lasso di tempo che va da
una a quattro ore. Il primo elemento avrebbe costretto Belghazi a tornare alla svelta in hotel. Il secondo
lo avrebbe fatto dormire sodo, anche se non troppo serenamente, non appena si fosse disteso a letto.
Staccai la vescicola, tenendola
nel punto di congiunzione tra il medio e l'indice della mia mano destra. Avrei atteso il momento
giusto - non appena Belghazi avesse voltato la testa, o in occasione di una vincita o di una perdita
consistente da parte di uno dei giocatori - e a quel punto avrei fatto la mia mossa.
Solo allora mi resi conto di un importante beneficio collaterale offerto da questo mio piano: i
sintomi dell'infezione da stafilococco sono cos acuti, e la loro manifestazione cos rapida, che molto
probabilmente Belghazi sarebbe tornato nella sua stanza d'hotel senza o, quanto meno, prima della
bionda. E quand'anche lei lo avesse accompagnato o seguito da presso, lui l'avrebbe probabilmente
allontanata per un po', in modo da poter smaltire in privato gli effetti del suo stomaco in tumulto.
Vinsi la prima mano. Fin l, tutto bene: non avevo idea di quanto ci sarebbe voluto e, malgrado
le ottime probabilit offerte dal baccarat e l'andamento pacato del gioco, il denaro fornitomi da
Kanezaki non sarebbe durato all'infinito.
Si avvicin una graziosa cameriera. Belghazi ordin un'acqua tonica. Puntare cinquantamila
dollari a botta, per lui, era probabilmente un modo di giocare sobriamente. Io lo imitai.
La bionda si sporse verso Belghazi e disse: Je vais essayer les tables de ds.Je serai de retour
bientt. Vado a fare un tentativo ai tavoli dei dadi. Torno presto. Si alz in piedi e se ne and.
Perfetto.
Le riservai una rapida occhiata, in modo, per, che Belghazi non potesse insospettirsi n
offendersi. Indossava una gonna nera che faceva da completo al bolero. Aveva delle gambe stupende e
si muoveva con la sicurezza di chi gi da tempo ha capito di essere molto bella e ormai considera
questo dato di fatto non degno di nota o di vanto.
Al giro successivo Belghazi raddoppi la puntata. Io
ripetei la puntata precedente. Quella volta vincemmo entrambi.
La cameriera arriv con i drink, serviti su un vassoio d'argento. Pos il bicchiere di Belghazi sul
tavolo accanto a lui e poi, sporgendosi in avanti, fece lo stesso con me. Lui stava guardando il banco,
che stava per distribuire le carte. Ora.
Mi alzai parzialmente dal mio posto protendendo entrambe le mani verso il bicchiere, come se
volessi evitare di rovesciarne il contenuto. Quando la mia mano destra fu sopra il bicchiere di Belghazi,
indugiai per un istante, stringendo il medio e l'indice. Il sottile sigillo sul fondo della vescicola si apr
senza fare rumore e rilasci il suo contenuto nel bicchiere di Belghazi. Mi chinai in avanti per impedire
che le telecamere fissate sul soffitto potessero inquadrare il mio gesto. Fatto. Tornai a sedermi con il
bicchiere in mano.
Belghazi ignor la sua bibita per i due giri successivi. Il ghiaccio nel suo bicchiere si stava
sciogliendo e io cominciai a temere che una cameriera potesse arrivare a sostituirglielo. Avevo un'altra
vescicola, naturalmente, ma non volevo ripetere la rischiosa manovra appena compiuta.
Per fortuna, per, non ce ne fu bisogno. Al termine della quinta mano, Belghazi afferr il
bicchiere e bevve. Un sorso e, poi, dopo una breve pausa, un altro. Quindi, torn a posare il bicchiere.
Poteva bastare. Era ora di andare, per me. Feci un'ultima puntata e poi raccattai le mie fiches.
Buona fortuna, gli dissi, nell'atto di alzarmi.
Se ne va cos presto? mi domand. Mi ero trattenuto al tavolo per meno di mezz'ora:
un'inezia per gli standard dei giocatori accaniti. Mi resi conto che stava di nuovo sondando il terreno.
Aveva un istinto da poliziotto per le stranezze. Io annuii e sorrisi. Ho imparato ad
alzarmi dal tavolo quando sono in attivo, risposi, mostrandogli le fiches.
Lui ricambi il sorriso con il suo solito sguardo impenetrabile. Gi, in genere  la cosa pi
saggia da fare, disse.
Uscendo dal casin, mi fermai in una delle toilette. La vescica piena poteva essermi d'intralcio e
poi volevo lavarmi per bene le mani. Lo stafilococco  un agente maligno, e io non avevo intenzione di
assorbirlo involontariamente.
Presi un taxi fino all'Oriental e andai direttamente nella mia stanza. Keiko non c'era:
probabilmente stava ancora giocando con il denaro che le avevo dato. Presi il necessario dalla
cassaforte, lo infilai in un piccolo zainetto che mi ero portato appositamente e raggiunsi la suite di
Belghazi. Presto avrebbe cominciato a sentirsi male e sarebbe di certo rientrato in tutta fretta; io, da
parte mia, dovevo intrufolarmi nella sua stanza prima di lui. Se mi avesse
preceduto, avrebbe potuto chiudere la porta con il chiavistello - a bassa tecnologia, ma
inespugnabile dall'esterno - e io avrei sprecato l'occasione.
Prima di entrare, usai il Soldier-Vision. La bionda aveva detto che sarebbe andata a giocare a
dadi, ma spesso la gente cambia idea. La stanza era vuota. Entrai con il mio passepartout artigianale.
Sarebbe stato bello potermi nascondere nell'armadio o sotto il letto, ma se le guardie del corpo avessero
eseguito un controllo anche superficiale, quelli sarebbero stati i primi posti in cui avrebbero guardato.
Decisi, perci, di infilarmi nel pi grosso dei due bagni della suite. Vidi due set da toilette disposti sul
lussuoso ripiano di marmo che circondava il lavandino: quello di Belghazi e, presumibilmente, quello
della bionda.
Una lastra di marmo verticale partiva dal bordo anteriore del ripiano scendendo fino a una
cinquantina di centimetri dal pavimento. Presi dallo zainetto una minitorcia SureFire - una sessantina di
grammi di peso e quindici lumen di vivace luce bianca - e infilai la testa
sotto la lastra verticale. I tubi dell'acqua attaccati alle manopole del rubinetto scendevano per un
tratto e si infilavano nel muro. Vidi la convessit del lavandino di ceramica e un serpeggiante tubo di
scarico che prima scendeva e poi risaliva, per poi infilarsi insieme alle altre tubature nel muro
retrostante.
Sorrisi. Se Belghazi si fosse accontentato di una stanza meno lussuosa, non me la sarei cavata
facilmente. Stando Cos le cose, invece, il ripiano in marmo era sufficientemente ampio e presentava
uno spazio non trascurabile tra il retro della lastra verticale e la parte in ceramica del lavandino. Certo,
avrei dovuto fare un po' di contorsionismo, ma un uomo delle mie dimensioni poteva starci.
Frugai nello zainetto ed estrassi una banda di nylon che, una volta srotolata, aveva l'aspetto di
un'angusta amaca nera, con agli angoli quattro tasselli di alluminio. Tornai a infilarmi sotto il lavandino
e, tenendo la minitorcia tra le labbra, fissai i tasselli ai supporti che sostenevano il pesante ripiano di
marmo. Mi rannicchiai e presi posto sull'amaca. Sdraiato su un fianco reggevo lo zaino stretto al petto.
La posizione era scomoda, ma non intollerabile. Sarebbe potuto capitare di peggio, e comunque non
avrei dovuto aspettare a lungo.
Sapevo che le guardie del corpo, posto che sapessero il fatto loro, avrebbero ispezionato la suite
prima che Belghazi vi entrasse, ma sapevo anche che, nelle sue condizioni, Belghazi avrebbe chiesto di
essere lasciato solo, ordinando loro di uscire - nel caso li avesse fatti entrare - prima che potessero
eseguire una ricerca accurata. Ciononostante, da bravo boy scout qual ero, mi ero portato una speciale
calibro 22 mono-proiettile abilmente camuffata da stilografica Mont Blanc Meister-stck, che prelevai
dallo zainetto. In caso di necessit, l'avrei usata per abbattere l'eventuale aggressore pi vicino mentre,
nel conseguente trambusto, con gli eventuali altri assalitori avrei improvvisato qualcosa. Naturalmente,
in tal caso non avrei ricevuto il mio compenso, e quindi la penna usa-e-getta era riservata a una
situazione di emergenza.
L'attesa non fu lunga. Dopo una ventina di minuti, sentii aprirsi la porta della suite. Una luce fu
accesa nella stanza adiacente il bagno in cui mi trovavo. Poi, un rumore di passi in rapido
avvicinamento. La porta della toilette sbatt con violenza contro la parete e subito dopo udii dei
convulsi conati di vomito.
Altri passi, e una voce maschile: Monsieur Belghazi...
Una guardia del corpo, evidentemente. Altri conati di vomito. Quindi, la voce di Belghazi, cupa
e rotta: Yallah! Non sapevo il significato di questa parola, ma era intuibile: Vattene. Alla svelta.
Sentii il guardaspalle allontanarsi, seguito dal rumore della porta di accesso alla suite che si
riapriva e si richiudeva. Belghazi continu a gemere e a vomitare. Nella fretta aveva tralasciato di
accendere la luce del bagno, ma dalla suite giungeva abbastanza luce da consentirmi di scorgere le
ombre in movimento.
Ci fu un tonfo metallico sul pavimento di marmo, e io mi interrogai sulla sua possibile causa.
Dopo un po', realizzai: la fibbia della cintura. Lo stafilococco provoca diarrea. I rumori e gli odori che
subito cominciai a captare confermarono la mia diagnosi.
Dopo una decina di minuti lo sentii arrancare fuori dalla toilette. La luce della stanza da letto si
spense. Probabilmente si era accasciato sul letto.
Sollevai leggermente il braccio e consultai il quadrante luminoso del mio Traser. Gli avrei
concesso un'altra mezz'ora: un tempo sufficiente all'assimilazione dell'idrato di cloralio nell'organismo,
in modo da renderlo difficilmente rilevabile in caso di autopsia, ma non tale da rischiare che lui si
svegliasse. Lo stafilococco, invece, sarebbe stato individuato, ma se si  sfortunati pu capitare, in
natura, di ritrovarselo nel cibo, cosicch la sua
presenza non avrebbe creato problemi. Con un po' di fortuna, in mancanza di altre plausibili
spiegazioni, l'attacco cardiaco che Belghazi avrebbe presto subito sarebbe stato attribuito proprio allo
stafilococco.
In realt, l'infarto sarebbe stato l'effetto di un'iniezione di cloruro di potassio. Avevo intenzione
di praticargliela nella vena ascellare, o magari in quella oftalmica, dove il foro sarebbe stato difficile da
trovare, soprattutto se usava un ago molto sottile. Un'iniezione di cloruro di potassio  assolutamente
indolore ed  raccomandata, almeno implicitamente, dai cardiologi suicidi di tutto il mondo. Questa
sostanza depolarizza le membrane cellulari del cuore, causando un arresto cardiaco completo,
un'immediata perdita dei sensi e una morte rapida. Post mortem, anche le altre cellule del corpo
cominciano a deteriorarsi e rilasciano potassio nel sangue, rendendo perci impossibile l'individuazione
dell'agente che ha scatenato la reazione fatale.
Nei venti minuti successivi non colsi alcun rumore, a parte i lamenti emessi da Belghazi nel
sonno. Scesi da quella specie di imbracatura per preparare l'iniezione. Avevo con me anche una piccola
boccetta di cloroformio, da usare nel caso Belghazi avesse dato segno di volersi svegliare nel corso
della mia procedura.
Sentii scivolare nell'apposita fessura una delle schede utilizzate in quell'hotel a mo' di chiave.
Mi bloccai e tesi l'orecchio.
Un attimo dopo avvertii la porta che si apriva e subito si richiudeva. Nella stanza da letto
qualcuno accese la luce.
Nell'udire un rumore di passi nella stanza presi la Mont Blanc dallo zainetto. Belghazi non si
era svegliato. Poi, una voce di donna: Achille, tu vas bien? Stai bene, Achille? L'uomo, per,
completamente fuori fase, continu a ronfare.
"La bionda", pensai. Impugnai la stilografica con la sinistra e con la destra presi il mio
portachiavi, cui tengo
sempre attaccato lo specchietto da dentista dal manico accorciato. Mi avvicinai in silenzio alla
porta semiaperta e infilai lo specchietto nel varco per osservare l'immagine riflessa della stanza.
Era lei, come avevo intuito. Evidentemente, aveva una sua chiave.
Feci una smorfia di disappunto. Che sfortuna! Altri dieci minuti e la pratica sarebbe stata
risolta.
Scosse leggermente Belghazi una prima volta, poi di nuovo, con pi forza. Achille... disse.
Questa volta, neppure un grugnito di risposta.
La vidi inspirare a fondo, trattenere il fiato per un attimo e poi, poco a poco, espirare, piegando
il mento verso il basso e rilassando le spalle. Quindi, si diresse rapida e silenziosa verso un interruttore
a muro e spense la luce. La stanza a quel punto era illuminata fiocamente dai soli bagliori che
provenivano dall'esterno. Rivolse un'occhiata alle tende di garza che coprivano la finestra.
Si avvicin a un tavolo sistemato sul lato opposto a quello del letto. Osservai meglio e vidi la
borsa da computer di Belghazi, la stessa che lui aveva con s nell'atrio dell'hotel e al casin.
Interessante.
Fece scorrere la cerniera della borsa e ne estrasse un portatile estremamente sottile, che apr.
Raggiunse nuovamente il letto, prese con cautela un cuscino posto accanto alla testa di Belghazi e torn
al tavolo, dove sistem il cuscino sopra la tastiera del computer. Capii subito quello che aveva in
mente: voleva attutire eventuali musichette e rumori che segnalavano l'avvio del sistema operativo.
Una mossa assai scaltra, che denunciava, per, una certa premeditazione e, probabilmente, una certa
pratica in quelle operazioni. Belghazi non aveva abbassato il volume l'ultima volta che aveva usato il
computer e, se la bionda non avesse adottato quell'accorgimento, la musichetta di accensione avrebbe
potuto disturbare il suo sonno.
Dopo alcuni istanti, sullo schermo comparve il logo
Windows, ma l'accompagnamento musicale risult appena percepibile. La donna attese ancora
un po' prima di togliere il cuscino e riporlo al suo posto. Mi colp che non l'avesse gettato a terra o
altrove, a casaccio. Stava cercando di lasciare la stanza nello stato preciso in cui Belghazi l'aveva
lasciata. Un ulteriore segnale del fatto che quella donna aveva un ottimo istinto o che era bene
addestrata. O, magari, entrambe le cose.
Torn al tavolo e prelev dalla sua borsa un cellulare. Impieg alcuni istanti per configurarlo in
un modo a me ignoto e lo punt verso il computer. Quindi cominci a digitare qualcosa sulla tastierina
del telefono.
Trascorsero alcuni minuti. La bionda digitava qualcosa, osservava il monitor del computer per
alcuni secondi e poi tornava a premere tasti sul telefono, ripetendo pi volte il ciclo. Di tanto in tanto
dava un'occhiata a Belghazi. Dalla mia posizione potevo osservare il monitor e notai che, durante
l'operazione, l'immagine non era cambiata. Probabilmente il computer era protetto da password e il
cellulare della donna era qualcosa di pi di un semplice telefono: stava usando quell'apparecchio per
interrogare il computer con gli infrarossi o con il sistema Bluetooth o forse, ancora pi probabilmente,
stava tentando di scovare la password o di entrare in altro modo nel sistema.
Passarono cos cinque minuti, poi altri cinque. Eravamo ormai prossimi al momento in cui
Belghazi, metabolizzata la sostanza che gli avevo somministrato, avrebbe ripreso coscienza. Altri
cinque minuti, dieci al massimo, e avrei dovuto rinunciare a mettere in pratica il mio piano.
Ma come muoversi, in tal caso? Non era l'uscita in s a preoccuparmi: Belghazi non sarebbe
stato in condizioni di fermarmi neanche se, al momento della mia dipartita, fosse stato perfettamente
sveglio, e non credevo che la donna potesse rappresentare un ostacolo insuperabile. Se per Belghazi
mi avesse visto, tanto pi dopo il nostro incontro di quella sera al Lisboa, o se la donna gli avesse
riferito della presenza di un intruso, per portare a termine la mia missione avrei dovuto affrontare
misure di sicurezza ancora pi solide. Sarebbe stato assai difficile trovare una nuova opportunit.
Belghazi mugol nel sonno. La donna si blocc e lo guard, ma lui smise di agitarsi. La bionda,
per, stabil evidentemente che Belghazi fosse sul punto di svegliarsi, perch subito dopo rimise il
cellulare nella borsa e spense il computer, servendosi nuovamente del cuscino per soffocare la melodia
di congedo. Quando il monitor si oscur, lei richiuse il computer e lo rimise nella relativa borsa. Quindi
rimise il cuscino sul letto e cominci a svestirsi.
La situazione stava deteriorandosi. Difficile che si addormentasse alla svelta o abbastanza
profondamente da consentirmi di uscire dalla suite senza farmi notare. Anzi, mi sembrava di intuire che
il suo sonno fosse leggero come il mio. Inoltre, dalla cautela che aveva mostrato, ero certo che avesse
chiuso la porta con il chiavistello interno, forse addirittura nel quadro di un piano prestabilito. Se il
mattino dopo lei l'avesse trovato in posizione diversa, avrebbe quasi certamente concluso che nella
stanza doveva esserci stato qualcuno, e non di essersi dimenticata di chiudere.
Uccidere entrambi? Impossibile, in quelle circostanze, dare l'impressione di una morte per
cause naturali. Kanezaki aveva precisato che sarei stato pagato solo se l'operazione si fosse conclusa
senza tracce di violenza, e io ero determinato ad agire senza dare adito a dubbi, a meno che non fosse
stato strettamente necessario. D'altra parte, io non uccido n donne n bambini. Avevo dovuto fare,
qualche tempo prima, uno strappo alla regola, ma si era trattato di un fatto personale. All'amica di
Belghazi non avevo da imputare nulla di grave. Al contrario, quella donna mi piaceva. E non solo per il
suo aspetto. Era il suo modo di muoversi e di operare, il suo dominio di s. Oltre all'istinto e
all'intelligenza che mi pareva di avere notato in lei.
C'era una possibilit. Era rischiosa, ma non certo peggiore delle misere alternative concesse
dalla situazione.
Attesi finch la donna non fu completamente svestita, il momento in cui lei si sarebbe sentita
maggiormente esposta e vulnerabile. Stava per mettersi sotto le coperte quando io mi presentai nella
stanza da letto.
Trasal, vedendomi, ma per il resto conserv il suo autocontrollo. Che diavolo ci fai tu, qui?
domand con un filo di voce, in un inglese dall'accento dell'Europa continentale. Enfatizz il tu, e il
suo tono risult pi accusatorio che timoroso.
Mi conosci? bisbigliai in risposta, pensando: "Com' possibile?"
Ti ho visto al casin, e anche in hotel. Insomma, cosa ci fai qui?
Cristo, era un'osservatrice come il suo compare. Trovato qualcosa sul computer di Belghazi?
le domandai, cercando di riprendere in mano la situazione. Dopo essermi accertato che non avesse armi
tra le mani, concentrai lo sguardo sul suo torso, perch  l che hanno origine i moti aggressivi. In quel
caso, per, quello che vedevo mi mandava in confusione: nuda era persino pi bella di quando
indossava quell'elegante completo nero.
Lei mantenne la calma. Non so a che cosa alludi.
Feci balenare il mio Soldier-Vision, che ancora avevo al polso, e provai a bluffare. Davvero?
Eppure, ho filmato e registrato tutto.
Lei guard quel mio aggeggio e tornando a fissare i suoi occhi nei miei disse: Su un
Soldier-Vision? Non sapevo che potesse registrare immagini.
Maledizione, conosceva quello strumento. Chiunque fosse, era piuttosto competente; dovevo
smettere di sottovalutarla. Questo qui, s, ribattei, improvvisando. Perch non facciamo un patto? Io
non so per chi lavori, e neppure mi interessa. Per quello che mi riguarda, non
 successo nulla. Tu non mi hai visto, e io non ho visto te. Che cosa te ne pare?
Rest in silenzio per un lungo istante, apparentemente dimentica della sua nudit. Poi domand:
Chi c' con te?
Io sorrisi. Non domandare e non ti sar domandato.
Lei tacque di nuovo. Il mio sguardo si abbass per un attimo. Aveva un corpo stupendo:
muscoloso e formoso allo stesso tempo, da pattinatrice artistica o da ginnasta, nonostante la non
comune altezza e una pelle chiara e delicata che pareva luccicare lievemente nel chiarore filtrante da
dietro le tende.
Rialzai gli occhi. Aveva seguito il mio sguardo. La storia del video  probabilmente un bluff,
disse con voce tranquilla, ma non posso permettermi di rischiare. Non posso lasciarti andare con
quell'affare al polso.
Ero impressionato dal suo aplomb. Annuii in direzione di Belghazi. Si sveglier da un
momento all'altro. Se aprendo gli occhi mi trover qui, si metter male sia per me che per te.
Lei alz gli occhi al cielo, con aria esasperata, e disse: Mi vesto.
A momenti la bevevo. In fondo, era abbastanza logico: era nuda in presenza di uno sconosciuto
e voleva coprirsi. Eppure, poco prima non era parsa particolarmente turbata. La sua espressione
esasperata, poi, non era stata delle pi convincenti.
No, dissi in tono categorico. La Mont Blanc l'avevo rimessa in tasca e non avrei fatto in
tempo a estrarla. Del resto, quand'anche ci fossi riuscito, puntare minacciosamente una stilografica
contro qualcuno non  come utilizzare, poniamo, una Glock calibro 10. Non sarebbe bastata la Mont
Blanc per tenerla in scacco; diverso il discorso se avessi dovuto ucciderla, ma non era quella la mia
intenzione.
Lei mi ignor. La vidi protendersi verso la sua borsa, non verso i vestiti.
Doveva avere un'arma, l dentro. Con due ampie falcate le fui addosso e con un calcio
allontanai la borsa. Si raddrizz e mi colp con una gomitata alla tempia. Mi lasciai cadere, le cinsi con
il braccio sinistro il polpaccio e con la spalla la colpii alla coscia, facendola cadere pesantemente sulla
schiena.
Indietreggiai e mentre mi rialzavo la osservai con estrema attenzione.
Sei impazzita? dissi sottovoce. Che cosa penser se si sveglia? Forse era proprio quello che
voleva. Ma se avesse voluto svegliarlo, lo avrebbe gi fatto. La bionda, invece, non voleva che
Belghazi sapesse di me, forse per via del video, o magari per altre ragioni a me ignote. Il suo
tentativo di mettermi fuori combattimento era stato un rischio calcolato; se ci fosse riuscita ci sarebbe
stata una sola versione dell'accaduto.
Sentivo un sordo pulsare in testa, nel punto in cui mi aveva colpito. Raggiunsi la sua borsa e la
raccolsi, per evitare che riprovasse a prenderla. Non avevo idea di quello che poteva contenere: un
Mace a forma di rossetto, carte di credito affilate, una penna-pistola come la mia, magari.
Belghazi riprese ad agitarsi. Mi sarebbero serviti alcuni minuti per prepararlo all'iniezione,
anche senza interferenze da parte della mia nuova partner; evidentemente, ero ormai fuori tempo
massimo.
Sarebbe stato bello incontrarci in circostanze diverse, dissi, massaggiandomi la tempia
sinistra dolorante e movendo un passo in direzione della porta.
Come farai a superare il filtro dei guardaspalle? la sentii dire.
Le sue parole mi colsero in contropiede. Avevo contato che se ne sarebbero andati, dopo avere
accompagnato Belghazi nella sua stanza.
Puntai il Soldier-Vision verso la parete e controllai il display. Davanti alla porta c'era
chiaramente una sagoma umana. Oh, merda.
Se mi dai il video, disse, io mando via la guardia. E tu potrai andartene.
Scossi la testa lentamente, in cerca di un modo per uscire dall'impasse.
Belghazi si mosse di nuovo. Lei lo guard, per poi tornare a concentrarsi su di me.
Ascolta, disse. Io non so chi sei, ma  abbastanza evidente che non sei suo amico. Inoltre,
hai capito che neppure io sono sua amica. Forse possiamo aiutarci a vicenda.
Pu darsi, dissi, guardandola.
Per devi darmi una prova della tua buona fede. Consegnami il video.
Scossi nuovamente la testa. Sai bene che  impossibile. Se tu fossi al mio posto, non lo
faresti.
I suoi occhi si socchiusero appena. Non credo neppure che esista, questo video. Perci, se si
svegliasse, dovrebbe scegliere tra la tua parola e la mia, e posso assicurarti che finirebbe per credere
pi a me che a te.
Mi strinsi nelle spalle. E se io gli dicessi di controllare sul computer il registro delle
accensioni? Quello di Belghazi  sicuramente abilitato. O magari potrei consigliargli di dare
un'occhiata al tuo "cellulare".
Lei non seppe come replicare.
Per  vero che possiamo aiutarci a vicenda, dissi. Io torno a nascondermi. Tu fai entrare il
guardaspalle e gli dici che Belghazi sta davvero male, che continua a vomitare, che non riprende i sensi
e che sarebbe meglio portarlo all'ospedale. Tu e la guardia del corpo uscite, e nessuno si preoccuper di
perquisire la stanza, se dentro c' Belghazi. A quel punto, non appena voi sarete usciti, me ne andr
anch'io. Dopo di che avrai il video che ho girato.
Lei valut la proposta in silenzio. Se fossi stato trovato l, e Belghazi fosse entrato in possesso
del video, o se io mi fossi messo a chiacchierare del computer o del cellulare usato dalla bionda, la
sua copertura sarebbe finita alle ortiche. Se me ne fossi andato con il video, lei avrebbe corso
qualche rischio, ma poteva anche darsi che tutto si risolvesse per il meglio. Lei sapeva quali erano le
probabilit, e sapeva che anch'io lo sapevo.
Come faccio a contattarti? domandai, per chiudere l'accordo.
Lei serr le labbra e poi disse: Puoi venire a cercarmi al casin domani sera dopo le otto.
Al Lisboa?
No, qui all'Oriental.
Come dovr chiamarti?
Lei mi guard, con occhi feroci, ma gelidi. Delilah, rispose.
Belghazi si agit nel sonno. Io annuii e filai di nuovo in bagno. Estrassi la Mont Blanc e tornai
ad accucciarmi sulla pseudo-amaca sotto il lavandino.
Un attimo dopo sentii la porta della suite che si apriva e una sommessa conversazione in
francese. La voce di Delilah e quella di un uomo. Li sentii entrare nella stanza, dove cercarono di
scuotere Belghazi. Riuscii a cogliere alcune parole francesi: malato, ospedale, dottore. Poi la
voce di Belghazi, bassa e impastata: Non, non, je vais bien. No, no, sto bene. Poi, di nuovo, la voce
di Delilah, pi vicina, che insisteva affinch vedesse un dottore. Altre proteste da parte di Belghazi, pi
vicine.
Merda! Si era alzato e stavano venendo dalla mia parte. Mi sforzai di rilassarmi ed espirai
silenziosamente dal naso.
Je vais bien, ripet Belghazi, appena fuori dalla porta del bagno. La sua voce sembrava pi
ferma, ora. Attendez une minute. Sentii i suoi piedi muoversi sul pavimento di marmo, sempre pi
vicini. Poi il rumore di un rubinetto che si apriva. Voltai la testa e guardai verso il basso. Un paio di
piedi e di tibie davanti al lavandino. Notai due strisce di pelle nuda lungo le tibie, dove i peli erano
caduti, oltre a un'apparente increspatura sulla superficie delle stesse ossa: le tipiche deformazioni di chi
pratica la boxe thailandese. Le ossa si deformano in risposta ai traumi provocati dai colpi, fino a
trasformarsi in superfici insensibili e orribilmente dure. Sul dossier di Belghazi avevo letto qualcosa a
proposito della boxe thailandese e del savate. Evidentemente, quell'informazione rispondeva a verit.
Lo sentii gettarsi dell'acqua in faccia e borbottare. Merde... Poi il rumore ritmico del
frettoloso strofinio di uno spazzolino da denti: un'esigenza comprensibile, se uno ha appena vomitato.
Lo strofinio si interruppe. L'acqua riprese a scorrere. Poi qualcosa cadde a terra, praticamente
sotto di me.
Voltai la testa e vidi che gli era caduto lo spazzolino da denti. Oh, cazzo!
Il mio battito cardiaco che fino a quel momento era rimasto piuttosto regolare sal bruscamente
di giri. Dalla zona addominale sentii diffondersi l'adrenalina nel collo e nelle membra. Serrai la presa
sulla Meisterstck. Respiravo superficialmente, senza fare rumore. Il mio corpo era perfettamente
immobile.
Belghazi si inginocchi e allung una mano verso lo spazzolino. Vidi la sommit di una testa
dai capelli a spazzola, l'attaccatura del naso deformata da un'antica frattura; la parte alta di due zigomi
pronunciati; le spalle e la schiena muscolose, coperte di peluria scura.
Gli sarebbe bastato alzare gli occhi, e mi avrebbe scoperto.
Ma non lo fece. Le sue dita si strinsero intorno allo spazzolino, e subito si rialz. Un attimo
dopo l'acqua smise di scorrere e Belghazi usc dal bagno.
Sentii giungere delle voci dalla stanza da letto, ma riuscii solo in parte a capire quello che
dicevano. Belghazi sembrava deciso a non farsi visitare da un medico. Cristo, avrei dovuto trascorrere
la notte raggomitolato sotto il lavandino come un rocciatore appeso alla parete di una montagna.
Udii la voce di Delilah. Qualcosa a proposito di mdecine. La porta della suite si apr e si
richiuse.
Passarono due minuti. Dalla suite non giungevano rumori di sorta. Poi dei passi, che si
avvicinavano in fretta. Qualcuno entr di slancio nel bagno e mi pass davanti, diretto verso la cabina
W.C. La porta della cabina sbatt, e subito dopo un rumore di conati di vomito.
Captai i passi di Delilah, pi leggeri ma decisi, che si avvicinarono al lavandino. Si chin in
modo da potermi vedere. Doveva averci pensato, realizzando che quello era l'unico nascondiglio
possibile. Ancora una volta, restai impressionato.
Ho spedito la guardia del corpo a prendere delle medicine, bisbigli.  la tua unica chance.
Senza dire nulla, rotolai gi dall'imbracatura e mi lasciai cadere sul pavimento senza fare
rumore, poggiando a terra una mano e i talloni. Cominciai a smontare l'imbracatura, ma Delilah mi
ferm posandomi una mano sulla spalla. Lascia stare, disse. Non c' tempo. Me ne occuper io pi
tardi.
Dall'interno della cabina W.C. Belghazi esclam: Merde! e vomit di nuovo. Feci un cenno a
Delilah e mi diressi all'uscita. Lei mi segu a ruota. Mi fermai prima di uscire dalla suite e utilizzai il
Soldier-Vision per accertarmi che in corridoio non ci fosse nessuno.
Uscii, e Delilah richiuse la porta alle mie spalle senza dire una parola.
***
3
Vivevo in Brasile da poco meno di un anno, quando mi avevano scovato. Aveva piovuto tutto il
giorno, e il cielo era oscurato da opprimenti nuvole basse, incagliate tra scenografici rilievi come fumo
generato da una lontana calamit.
Dopo essermi separato da Tatsu, a Tokyo, avevo portato a termine i miei preparativi e mi ero
calato nei panni di Yamada-san, il gelido alter ego che mi ero inventato a mo' di paravento per il giorno
in cui i miei nemici sarebbero riusciti a rintracciarmi in Giappone. Ero partito per San Paolo, che, con
la sua cospicua comunit giapponese, era il luogo ideale per un nuovo arrivato che, come Yamada-san,
volesse fare perdere le sue tracce.
Yamada trov un appartamento confacente alle sue esigenze ad Aclimago, zona residenziale
situata nei pressi di Liberdade, il quartiere giapponese di San Paolo, e svolse tutte le pratiche necessarie
per fondare la sua nuova azienda dedita all'esportazione in Giappone di divise da judo e jujitsu prodotte
in Brasile - alta qualit e prezzi contenuti - un business che, se le condizioni si fossero rivelate
favorevoli, si sarebbe potuto estendere a ulteriori merci. Molti suoi vicini erano di origine coreana e
cinese, e tra essi Yamada sarebbe facilmente riuscito a passare inosservato. Un quartiere pi
giapponese, come Liberdade, avrebbe potuto porre qualche problema, perch i vicini giapponesi
sarebbero stati pi inclini a sondare il suo retroterra e a discuterne tra loro in sua assenza. Se si fosse
trovato a dover parlare del proprio
passato, Yamada avrebbe semplicemente raccontato di essere un sararman, un impiegato di
Tokyo che aveva subito il doppio smacco del licenziamento da parte dell'azienda di elettronica per cui
lavorava e dell'abbandono da parte della moglie, con cui era stato sposato per vent'anni e alle cui
esigenze non era pi stato in grado di provvedere. Una storia triste anche se non tanto insolita, in quel
periodo di difficolt economiche, e i vicini di Yamada, con la tipica discrezione giapponese, avrebbero
annuito comprensivi al suo racconto e non avrebbero certo chiesto ulteriori particolari.
Yamada aveva la mania della lingua portoghese: corsi in audiocassetta, insegnanti, televisione,
musica, film, persino una serie di prostitute, perch Yamada sapeva che condividere il letto con
qualcuno  il modo migliore per assimilarne la lingua. A intervalli di qualche settimana lasciava la citt
e si metteva in viaggio, per conoscere di persona la sua terra di adozione: il vasto cerrado, le pianure
centrali, con la manciata di citt di frontiera e le sempre pi sparute trib indie; la bizzarra citt di
Brasilia, spuntata dal nulla come un insediamento extraterrestre creato a imitazione delle metropoli
umane; la preistorica estensione dell'Amazzonia, dove le dimensioni di ogni cosa - gli alberi, le ninfee
e, naturalmente, il fiume che l'attraversava - prima ridimensionano e poi cancellano, nel viaggiatore,
qualsiasi senso della rilevanza umana; l'arte e l'architettura barocche del Minas Gerais, abbandonate
come una contraddittoria apologia dai minatori che secoli prima avevano spogliato quei territori in
cerca di oro e di diamanti.
Yamada evit lo stato di Bahia e, in particolare, la sua capitale, Salvador. Come John Rain,
conosceva una donna che era nata a Salvador, la bella Naomi, per met brasiliana e per met
giapponese, con cui aveva avuto una storia a Tokyo e a cui aveva fatto una promessa, quando lei era
stata costretta a lasciare il Giappone. Yamada avrebbe voluto farle visita, ma allo stesso tempo esitava,
senza riuscire a capire se si trattasse di un tentativo di prevenire l'inevitabile o della semplice speranza
di godersi l'imminenza di quella prospettiva. A volte Yamada era tormentato da questi pensieri, ma il
nuovo ed esotico contesto in cui era immerso, dopo tutti gli anni trascorsi in Giappone, i viaggi e il suo
assiduo studio della lingua locale erano un potente diversivo.
I progressi di Yamada nello studio del portoghese erano sensibili, come del resto era abbastanza
naturale per una persona che gi parlava l'inglese e il giapponese da madrelingua, e dopo sei mesi si
sent pronto per trasferirsi a Rio; a Barra de Tijuca, per la precisione, una sorta di enclave dell'agiata
classe media cittadina che si estendeva per una ventina di chilometri lungo la costa a sud di Rio,
chiamata semplicemente Barra dagli abitanti del luogo. Scelse un appartamento confacente alle sue
esigenze all'angolo tra l'avenida Belisario Leite de Andrade Neto e l'avenida General Guedes de
Fontoura. Era un bel palazzo, con entrate su entrambi i viali su cui si affacciava e circondato
esclusivamente da edifici residenziali, che offrivano, caso mai Yamada ne avesse avuto bisogno, una
gran quantit di vie di fuga e nessun luogo dove eventuali nemici potessero appostarsi per sorvegliarlo
o tendergli un'imboscata.
A Barra, cominciai davvero a sentirmi a mio agio nei panni di Yamada. In parte perch ormai
era da un pezzo che mi ero calato in questa nuova identit; in parte perch il soggiorno a San Paolo era
stato solo il primo passo, dopo la mia fuga dal Giappone, e io non mi sentivo tanto al riparo da chi,
probabilmente, non aveva ancora smesso di cercarmi; e poi  impossibile sentirsi a disagio per troppo
tempo in una citt come Rio, con i suoi ritmi e la vita che vi si conduce.
Nel nuovo contesto diventai un nisei, uno tra le decine di migliaia di nippo-brasiliani di seconda
generazione
che avevano deciso di trasferirsi da San Paolo a Rio. Parlavo il portoghese abbastanza bene da
poter sostenere questa copertura: l'accento non era il massimo, ovviamente, ma questo poteva spiegarsi
immaginando che fossi cresciuto in una famiglia giapponese e avessi trascorso l'infanzia in Giappone.
Ero colpito da quanto apparisse vaga l'idea del Giappone agli altri nisei residenti in Brasile. A
quanto pareva, guardandosi allo specchio costoro non vedevano altro che un brasiliano. Se si fossero
soffermati a pensarci il Giappone sarebbe apparso loro come una pura coincidenza, una terra e una
cultura lontane, non molto pi importanti di altre da loro conosciute attraverso i libri o la televisione:
una terra e una cultura assai significative per i genitori o i nonni, ma non particolarmente rilevanti per
loro. Mi scoprii a provare una certa invidia per questa forma di oblio delle proprie origini, e mi piaceva
il Brasile perch offriva una cultura che facilitava questa soluzione.
Barra, poi, presentava queste condizioni al massimo grado. La mia copertura da nisei era labile,
lo sapevo, ma la cosa non era particolarmente importante. Barra, la zona di Rio il cui tasso di sviluppo
non aveva uguali nel paese, il cui panorama era sempre pi affollato di grattacieli, i cui quartieri erano
perennemente in trasformazione per gli ininterrotti arrivi e partenze,  molto pi concentrata sul futuro
che non sul passato personale di chi la frequenta.  il classico posto in cui, dopo un mese che ci abiti,
vieni considerato un residente di lunga data, e io non ebbi difficolt ad adattarmi.
A Rio, con la sua popolazione fissata per lo sport e la forma fisica, riuscii a trovare senza
problemi frullati a base di proteine e mousse di acai. Questi cibi, insieme agli antiossidanti all'olio di
pesce e ad altri supplementi dietetici, riducevano i miei tempi di recupero e mi consentivano di seguire
un programma quotidiano di cinquecento piegamenti sulle gambe e trecento flessioni
sulle braccia, oltre ad altre pratiche per il mantenimento della flessibilit.
Movimentavo le mie mattine e le mie serate andando ad allenarmi alla Gracie Barra, la moderna
mecca del jujitsu, dove la prolifica famiglia Gracie aveva assimilato gli insegnamenti di un diplomatico
giapponese per poi elaborare la pi micidiale forma di combattimento a terra mai esistito. Mi allenavo
spesso, e duramente, per rimediare alla forzata inattivit del periodo di clandestinit a Osaka e, poi, a
San Paolo. Le cinture nere erano affascinate dalla mia abilit, ma il loro modo di combattere era
certamente migliore del mio e io approfittai dell'opportunit per estendere il mio arsenale.
Nel pomeriggio partivo in sella a una vecchia bicicletta a dieci rapporti per raggiungere una
delle spiagge pi isolate della citt, Grumari, o addirittura lingue di sabbia ancora pi inaccessibili,
dove mi avventuravo a piedi e dove arrivavano solo i surfisti pi determinati, o magari qualche nudista.
Dopo un mese a Rio, la mia pelle era abbronzata come quella di un vero carioca, e i miei capelli -
castani come quelli di mia madre, da quando avevo smesso di tingerli di nero - erano screziati di
biondo come quelli dei surfisti.
A volte nuotavo fino a qualche vicino isolotto e mi sedevo su quei deserti spuntoni di roccia
grigi e verdi a osservare il ritmo delle onde contro gli scogli, a cogliere l'occasionale alito di vento, e la
mia mente, allora, cominciava a vagare. Pensavo a Midori, la pianista jazz che avevo conosciuto per
caso e poi deliberatamente salvato dopo averle ucciso il padre, un uomo di cui, in seguito, avevo
cercato di esaudire le ultime volont, sperando inutilmente nel perdono della figlia. Ripensavo
all'ultima notte trascorsa assieme, quando lei, sopra di me, si chin e venendo mi sussurr: Ti odio.
Quello che avevo fatto a suo padre aveva pregiudicato anche la sua passione per me. Mi domandavo
stupidamente se non sarebbe magari capitata, nel corso di qualche tourne, in un jazz club di Rio. E
rimiravo la mia nuova citt d'adozione, che mi appariva come un'isola, non diversa da quella da cui la
osservavo: un posto bellissimo, certo, ma pur sempre un luogo d'esilio, talvolta di rimpianto e, in
definitiva, di solitudine.
Non avevo abbandonato l'appartamento di San Paolo. Di tanto in tanto, anzi, ci tornavo per
salvare le apparenze, anche se la nuova azienda di export intestata a Yamada la gestivo perlopi da
lontano, via e-mail. Utilizzavo un semplice software disponibile in commercio per accendere e
spegnere le luci a intervalli irregolari durante le ore diurne, per dare l'impressione che qualcuno ci
abitasse e per far s che le bollette dell'elettricit fossero tali da giustificare la presenza di qualcuno a
tempo pieno. Avevo lasciato leggermente aperto un rubinetto in modo che sgocciolasse di continuo, per
ottenere lo stesso effetto quanto al consumo di acqua. Inoltre, ogni tanto soggiornavo per brevi periodi
in alberghi o in altri appartamenti a Rio, per creare ulteriori complicazioni a chi avesse cercato di
rintracciarmi.
Tutte queste misure di sicurezza, per, costano, e bench avessi messo da parte una certa
quantit di denaro, le mie possibilit economiche non erano illimitate, e quello che avevo risparmiato si
trovava in gran parte su conti anonimi off-shore che non fruttavano interessi. Azioni generatrici di utili,
fondi pensione e cose del genere erano fuori discussione. Nel giro di qualche anno, per, una volta che
le eventuali piste seguite dai miei nemici si fossero raffreddate e le loro motivazioni fossero venute
meno, mi ripromettevo di ridurre almeno in parte quelle misure precauzionali che gravavano sulle mie
finanze.
Il tempo, intanto, passava, e Rio, per quanto piacevole, cominci a sembrarmi come una tappa
di un percorso, non una vera meta; un luogo di sosta, non il traguardo del mio cammino. C'era una
mancanza di scopo, in quella permanenza a Rio, che la mia dedizione al jujitsu alleviava, ma non
riusciva a eliminare. Ogni tanto ripensavo a Tatsu che mi aveva detto, con aria triste ma sicura: La
pensione non fa per te, e quelle sue parole, che inizialmente avevo interpretato come una minaccia e
avevano poi gradualmente assunto il senso di una semplice previsione, riemergevano nella mia
memoria come qualcosa di assai simile a una profezia.
Diventai sempre pi inquieto, e la mia inquietudine si rivel un terreno fertile da cui spunt
nuovamente il ricordo di Naomi. Di quando mi aveva detto: Vienimi dentro, in quella prima lunga
notte da noi condivisa. Di come era passata a parlare in portoghese mentre facevamo l'amore. Di come
si era offerta di aiutare Harry - che non era stato, per me, un semplice assistente, bens un amico come
pochi altri - e di come quell'offerta si era, infine, rivelata inutile. E di come, in occasione del nostro
ultimo incontro, le avevo promesso che sarei andato a trovarla in Brasile e che non l'avrei lasciata per
sempre in attesa, senza che lei sapesse che cosa ne sarebbe stato di me.
Con Naomi era stato bello. Una storia appassionata, dolce e senza complicazioni emotive, non
certo come quella che avevo avuto, o quasi, con Midori. Una storia che, comunque, non si sarebbe
ripetuta e al cui riguardo preferivo autoflagellarmi il meno possibile. Andare da Naomi sarebbe stato da
egoisti, ne ero certo, perch la nostra relazione a Tokyo le era quasi costata la vita e, nonostante ora
fossimo altrove, nonostante tutte le precauzioni che avevo adottato, non era affatto impossibile che quei
pericoli si ripresentassero. Ben presto, per, mi ritrovai a pensare a lei di continuo, a immaginare
possibili soluzioni al problema. Il Giappone era lontano. Io, ormai, ero Yamada-san, o no? E Naomi, in
Brasile, era semplicemente se stessa. Avremmo potuto ricominciare daccapo.
Avrei dovuto sapere che non era possibile ma tutti abbiamo i nostri momenti di stupidit, di
auto-indulgenza
- di cecit, persino - frutto della debolezza e dei bisogni pi umani.
Naomi, la cui madre, giapponese, era morta tanti anni prima, mi aveva detto qual era il nome di
suo padre -David Leonardo Nascimento - e mi aveva spiegato come fare a rintracciarla a Salvador.
Nascimento  un nome piuttosto comune in Brasile, ma sull'elenco telefonico di Salvador da me
consultato in una biblioteca pubblica di Rio non trovai nessun David Leonardo. Una ricerca su Internet
si rivel assai pi feconda: David Leonardo Nascimento, a quanto risultava, era il presidente di una
societ attiva a Salvador nel settore immobiliare, edilizio e industriale.
Avrei potuto semplicemente telefonare e farmi dare il numero di Naomi, ma non volevo che
trascorresse troppo tempo tra il nostro contatto telefonico e l'incontro vero e proprio. Una preferenza
dovuta a esigenze di sicurezza, ma anche a fattori personali. Non avevo voglia di farla troppo lunga al
telefono, di spiegare dove mi trovavo e quello che facevo, di giustificare il mio lungo ritardo. Meglio
affrontare questi argomenti a quattr'occhi.
Salvador  a due ore di volo da Rio, e girando per la citt restai sbalordito, come sempre mi era
accaduto spostandomi per il gigantesco Brasile, dal contrasto tra le diverse regioni del paese. Salvador,
pi prossima all'equatore rispetto a Rio,  pi calda, la sua aria pi fragrante e umida. A Rio le
onnipresenti rocce granitiche sembrano rivelare il solido scheletro del paese; a Salvador c'era terra
rossa dappertutto, pi simile a una morbida epidermide. La gente aveva una carnagione mediamente
pi scura, effetto dell'eredit africana dell'area, visibile anche nelle sculture barocche delle chiese
coloniali, nel ritmo sanguigno della musica del candombl, nelle fluide e danzanti movenze dei
capoeiristas, con il loro misto di danza, lotta e ginnastica, perfettamente accordato al suono del
berimbau e al battito travolgente della conga.
Nascimento era ben protetto da una schiera di segretarie, e dovetti rimbalzare da un'attesa
all'altra prima di potergli parlare personalmente. Lui mi disse che Naomi gli aveva parlato di un amico
giapponese, un certo John, ma da allora era passato un bel po' di tempo. Ammisi il mio ritardo e attesi.
Dopo un po' mi disse che sua figlia lavorava in un locale di Rio, lo Scenarium, in rua do Lavradio. Mi
diede un numero di telefono, e io, dopo averlo ringraziato, andai diritto all'aeroporto, ridendo tra me
dell'ironia della sorte: per mesi avevo evitato di andare a Salvador e quando finalmente mi ero deciso
avevo scoperto che io e Naomi, a Rio, eravamo stati praticamente vicini di casa.
Quella sera, dopo essermi accertato di non essere seguito, presi un taxi per la Lapa, uno dei
quartieri pi antichi della citt in cui si trova lo Scenarium. Mi feci lasciare a qualche isolato dalla
meta, com' mia abitudine, e attesi che il taxi fosse ripartito prima di avviarmi verso il bar.
Camminai per vecchie strade di acciottolato deformate nel corso dei secoli dall'incessante
sommovimento tellurico. I radi e fiochi lampioni bastavano a malapena a contrastare l'oscurit
circostante, e le persone di passaggio si manifestavano come sagome indistinte e incorporee, come
fantasmi del passato coloniale della zona, che sfilavano confusi davanti alle facciate sbiadite e ai
balconi fatiscenti, anime perse intente a cercare luoghi un tempo fiorenti e ridotti a testimonianze di
rovina e abbandono. Qua e l si notavano segni di una vita rinnovata - una balaustra in riparazione, una
serie di finestre restaurate - piccoli portenti che facevano delle diroccate reliquie su cui risaltavano uno
spettacolo stranamente vivace rispetto allo sfondo di moderni grattacieli torreggianti.
Svoltai in rua do Lavradio e vidi lo Scenarium. Il bar occupava tutt'e tre i piani di due edifici
giustapposti, le cui facciate soffrivano, come quelle di molte altre costruzioni, di vecchiaia e
trascuratezza. La luce e la musica che emanavano dall'interno, per contrasto, apparivano vibranti e
vivissime. Una lunga coda di auto sostava lungo la via, come per rendergli un reverente omaggio. Mi
soffermai per un istante davanti all'ampio ingresso aperto, sorpreso nel notare che il mio cuore stava
battendo pi velocemente della norma, al ricordo del breve ma intenso momento vissuto con Naomi a
Tokyo e al pensiero di quanto tempo fosse passato da quando le avevo promesso che mi sarei rifatto
vivo.
Entrai e mi guardai intorno. Prima di tutto, d'istinto e per abitudine, i posti pi pericolosi:
le sedie rivolte verso l'entrata, gli angoli parzialmente nascosti, i luoghi ideali per un'imboscata.
Non notai nulla di strano.
Mi inoltrai nel locale. L'interno era arredato come un magazzino di cimeli hollywoodiani.
C'erano curiosit e antichit di ogni genere: registratori di cassa in ferro, una cabina telefonica rossa, in
stile inglese, una massa di ombrellini, busti, statue a figura intera, scaffali di bottiglie e brocche di varie
forme e colori. Persino i tavoli e le sedie parevano d'epoca. Se il locale non fosse stato cos vasto,
sarebbe sembrato un po' troppo ingombro.
I soffitti erano alti e di legno nudo, le pareti di legno e d'alabastro. Al centro della sala, a una
decina di metri dall'ingresso, il soffitto scompariva, e il locale si apriva in verticale fino al terzo e
ultimo piano. Al centro di questa apertura, un trio di musicisti stava eseguendo De Mais Ningum, un
classico del choro moderno di Marisa Monte, uno stile musicale che potrebbe essere definito come una
forma particolare di jazz brasiliano, dato che sia il choro sia il jazz si basano sull'improvvisazione e su
una mescolanza di elementi musicali africani ed europei. Il choro, per,  meno noto, anche se pi
antico, del jazz e ha una sua caratteristica vena di malinconia. La folla, ammassata intorno a schiere di
tavoli in legno e seduta a gruppi di cinque per divano lungo le pareti, accompagnava la musica
cantando con trasporto.
Mi feci strada fino a una scala situata sul fondo del locale e da l salii al secondo piano,
anch'esso affollato di gente che cenava e non meno pieno di cianfrusaglie di vario tipo, ma meno
sfarzoso dell'area sottostante.
Il terzo piano era ancora pi tranquillo. Per alcuni minuti, restai appoggiato alla ringhiera situata
intorno al buco centrale, a osservare il trio jazz, i clienti seduti ai tavoli davanti al palco, i camerieri che
si aggiravano e sentii calare su di me una strana tristezza, a un tempo remota e pesante, come se stessi
assistendo a quella scena movimentata da una grande altitudine o da una distanza immensa e
assurdamente aliena.
Un cameriere mi si avvicin e mi si rivolse in portoghese.
Sto cercando Naomi, gli dissi.
 di sotto, nel suo ufficio, spieg lui. Chi posso dire che la cerca?
Ci pensai su un istante e poi risposi: Il suo amico giapponese.
Il cameriere annu e se ne and.
Andai in fondo allo spazio che costituiva il terzo piano e uscii su uno dei balconi affacciati su
rua do Lavradio. Mi appoggiai alla ringhiera, bucherellata e corrosa come un detrito ligneo alla deriva,
e mi sentii pervadere da una calma surreale, sul genere di quella che provo quando sto per concludere
un lavoro, come un cecchino che si rilassi prima di sparare. Non c'era nulla che potessi fare. Sarebbe
andata com'era destino che andasse.
Passarono alcuni minuti. Sentii cigolare il pavimento di legno alle mie spalle come se qualcuno
stesse velocemente avvicinandosi. Mi voltai e vidi Naomi, i capelli pi lunghi e la pelle color caramello
di una tinta leggermente pi scura di quando ci eravamo lasciati a Tokyo, e quando si rese conto che
ero proprio io si illumin di un enorme sorriso e lanci un gridolino di gioia quasi infantile, gettandosi
poi tra le mie braccia aperte, attirandomi in una stretta fortissima.
Profumava proprio come nei miei ricordi, di dolce e, per certi versi, di selvaggio, un suo
profumo naturale che io associer sempre al caldo, all'umido, all'ardore tropicale. Anche il suo corpo
era piacevole al tatto, minuto ma pieno nei punti giusti, e la sua presenza fisica tra le mie braccia
insieme al suo profumo sommersero la mia mente con una marea di ricordi confusi.
Solo dopo un lungo abbraccio si stacc da me e dopo aver dato un'occhiata pi in basso, verso
qualcosa di cui aveva gi colto la consistenza, mi colp con una certa forza a una spalla. Aveva
un'espressione fintamente risentita, ma nei suoi occhi notai anche una rabbia autentica.
Hai idea di quante volte mi sono ripromessa di non fare quello che ho appena fatto? mi
domand nel suo inglese dal marcato accento portoghese.
No. Quante?
Tante. L'ultima volta  stata poco fa, mentre salivo le scale per venire qui.
Sono felice che tu abbia cambiato idea.
Perch non mi hai telefonato? Perch hai lasciato passare tutto questo tempo? Credevo che non
fossi pi interessato a me, o che ti fosse successo qualcosa di brutto.
La prima intuizione  sbagliata. Con la seconda, invece, ci hai quasi azzeccato.
Che cos' successo?
I suoi occhi verdi erano cos seri che non potei trattenere un sorriso. Ho dovuto sistemare
alcune faccende a Tokyo, risposi. Mi ci  voluto un po'.
Arrivi direttamente da Tkyo?
Ho girato molto.
Dobbiamo proprio mantenere tutti questi segreti, dopo quello che c' stato tra noi?
Proprio per questo  meglio tenere certi segreti, le dissi, sincero. Lei per ne sembr ferita, e
allora aggiunsi: Stiamo prima un po' insieme, ti va?  passato tanto...
Ci fu un breve silenzio. Poi Naomi annu e disse: Vuoi qualcosa da bere?
Io annuii di rimando. Sarebbe fantastico.
Un single malt? domand, ricordandosi i miei gusti.
Sorrisi. Che ne diresti di una caipirinha, piuttosto? La caipirinha  il cocktail nazionale
brasiliano. Si fa con cachaga - liquore locale distillato dal succo di canna da zucchero - spicchi di lime,
zucchero e ghiaccio, e io ne ero diventato un cultore dopo il mio arrivo in Brasile.
Lo conosci bene, il Brasile, disse lei, guardandomi.
Capii che avrei fatto meglio ad accettare il single malt, come lei si aspettava. Go ni itte wa, go
ni shitagae, dissi io, stringendomi nelle spalle. Paese che vai, usanza che trovi.
Naomi sorrise.  un'ottima scelta, disse. Facciamo una caipirinha buonissima.
Sollevai un sopracciglio. "Facciamo"?
Il suo sorriso si distese. Io e gli altri proprietari del locale.
Sono sbalordito, dissi, guardandomi intorno. Com' successo?
Lei sorrise: Prima la caipirinha.
Ci sedemmo accanto alle finestre aperte, nella semioscurit del terzo piano. Un cameriere ci
port una caraffa di caipirinha e due bicchieri e, come Naomi aveva assicurato, il drink era fatto come
si deve: aspro, ma dolce, freddo e forte, fragrante di tropici. A differenza del whisky, che suscita in me
associazioni frutto di una pluridecennale consuetudine, il gusto della caipirinha non evoca nulla del mio
passato.
Le domandai in che modo fosse diventata proprietaria, insieme ad altri, di un posto come lo
Scenarium, e lei spieg che la cosa era nata in parte da un'ispirazione momentanea e per un'altra parte
dalle conoscenze di suo padre. Il governo stava investendo nella riqualificazione del quartiere della
Lapa - il che dava conto dei lavori di restauro che avevo notato - e offriva esenzioni fiscali alle aziende
e agli esercizi disposti a trasferirsi in zona. Lei aveva qualche soldo da parte e a Tokyo aveva
sviluppato una certa competenza in fatto di locali notturni, e suo padre l'aveva messa in contatto con un
gruppo di persone che intendevano aprire un bar-ristorante.
E tu? mi domand. Che cosa hai fatto?
Bevvi un sorso di caipirinha. Ho cercato di inventarmi qualcosa. Ho tentato di crearmi una
nuova attivit.
Meno pericolosa della precedente?
Lei non conosceva tutta la verit. Sapeva solo che, qualunque cosa fosse, finivo sempre per
avere a che fare con gente ombrosa e che a Tokyo, a momenti, ci lasciavamo le penne entrambi. Se
andr bene, risposi.
A quanto pare, ti sei tenuto in forma, osserv lei.
Io sorrisi. Metodo Pilates.
E sei anche abbronzato. Ci si abbronza cos, a Tokyo?
Stava mettendo a fuoco il bersaglio. Avrei dovuto prevederlo.
"Forse lo avevi previsto. Forse era proprio quello che volevi."
Io, per, non ero ancora pronto a dirle tutto. Sai com'? Con tutte quelle luci al neon, dissi.
Naomi non rise. Ho la sensazione che tu sia a Rio da un po'.
Non smentii n confermai.
Perch ci hai messo cos tanto? riprese lei dopo un istante. Perch non sei venuto prima?
Non sono arrabbiata. E neanche tanto offesa. Voglio solo sapere perch.
Bevvi ancora un po'. Posso diventare piuttosto pericoloso per le persone che frequento,
risposi. Forse te ne sei accorta anche tu, a Tokyo.
 stato tanto tempo fa. In tutt'altro posto.
Io annuii, pensando a Holtzer, l'ormai defunto capo
dell'ufficio della CIA a Tokyo, a come fosse ricomparso nella mia vita, simile a una malattia gi
sofferta, e a come fosse quasi riuscito a uccidermi. Pensai a come la CIA avesse pazientemente
sorvegliato Midori, nella speranza che prima o poi lei potesse condurli a me. La prudenza non  mai
troppa, dissi.
Restammo in silenzio per un po'. Poi Naomi domand: Da quanto tempo sei a Rio?
Mi guardai intorno. Non voglio crearti complicazioni, dissi.
Sei venuto fin qui per dirmi solo questo? Avresti potuto spedirmi una cazzo di cartolina...
Avevo tentato di resistere al suo fascino, a Tokyo, perch sapevo che sarebbe finita male. E le
cose non erano cambiate.
Eppure, ero l.
Mi piacerebbe stare un po' con te, le dissi. Se per te va bene.
Lei mi riserv un sorriso appena abbozzato. Vedremo, rispose.
Facemmo l'amore, quella notte, e lo rifacemmo nelle notti successive. Naomi aveva un piccolo
appartamento in un grattacielo non lontano dalla Lagoa Rodrigo de Freitas, appena fuori dalla zona
delle spiagge e dei negozi pi affollati di Ipanema. Da una delle finestre si vedeva il non lontano
Corcovado, sulla cui sommit stava il famoso Cristo Redentore con il capo chino e le braccia
benedicenti spalancate verso la citt sottostante, e certe notti mi capitava, mentre Naomi dormiva, di
osservarlo in silenzio. Fissavo la sagoma lontana della statua, forse per sfidarla a fare qualcosa - a
fulminarmi, magari, o a darmi un qualunque altro segno delle sue facolt - e dopo un certo tempo,
durante il quale non accadeva mai nulla, distoglievo lo sguardo, sempre insoddisfatto. La statua del
Cristo sembrava farsi beffe di me con il suo mutismo e la sua immobilit, come a promettere non la
redenzione, bens al massimo un segno di riconoscimento, ma non quando glielo avessi chiesto
io, bens a sua totale discrezione.
In una mattina piovosa - era passato pi o meno un mese da quando ero stato per la prima volta
allo Scenarium e avevo ricominciato a frequentare Naomi - uscii da casa sua per andare a fare un po' di
esercizio alla Gracie Barra. Era venerd, e avevo deciso di andare ad allenarmi in pantaloncini e
maglietta, senza il pesante judogi di cotone. Salii per le scale fino al terzo piano, mi tolsi i sandali e
guadagnai il tappeto.
Sul lato pi lontano della sala un bianco muscolosissimo era appeso a una sbarra di fronte a una
raffigurazione di Taz, il diavolo della Tasmania dei cartoni animati, logo e mascotte dell'accademia.
L'uomo era a piedi nudi e a torso scoperto, vestito di soli pantaloncini blu pesanti, e il suo tronco
luccicava per via di uno strato di sudore oleoso. Mi vide arrivare e si stacc dalla sbarra, atterrando con
movenze fluide e in silenzio, nonostante la sua massa corporea.
I capelli biondo sabbia erano pi lunghi, ora - persino pi lunghi della coda di cavallo che
sfoggiava un tempo - e la sua antica barba si era ridotta a un semplice pizzetto, ma io lo riconobbi
all'istante. Conoscevo il suo nome di battaglia: Dox. Era un ex marine, tiratore scelto, e come me era
stato reclutato dalla CIA all'epoca di Reagan per rifornire e addestrare i mujaheddin afghani che
combattevano contro gli invasori sovietici. Avevamo passato un paio d'anni con gli uomini che lo Zio
Sam, allora, chiamava affettuosamente muji e che ora, invece vengono pi semplicemente detti
talebani o terroristi di al-Qaeda, e io non lo vedevo, o forse non ero riuscito a vederlo, da quel lontano
periodo di collaborazione.
Mi si avvicin con un largo sorriso. Ti va di fare un po' di capriole? mi domand con il
caratteristico accento di campagna di cui ancora mi ricordavo.
Notai che non c'erano posti dove potesse nascondere armi o trasmittenti. Mi domandai se quella
tenuta non fosse stata scelta appositamente per una circostanza del genere, per rassicurarmi. A Dox
piaceva fare il bifolco, e c'era molta gente che ci cascava, ma io avevo imparato che sapeva essere assai
sottile, quando voleva.
Non si trattava certo di una visita di cortesia, ma io non nutrivo preoccupazioni immediate per
la mia sicurezza. Se anche Dox avesse avuto cattive intenzioni, il terzo piano della Gracie Barra
sarebbe stato un luogo ben poco indicato per metterle in pratica. Dox era palesemente straniero, si era
dovuto certamente registrare all'entrata e si sarebbe lasciato alle spalle dozzine di testimoni.
Facciamo un po' di riscaldamento, prima, dissi io, senza ricambiare il sorriso.
Oh, cazzo... Io sono gi caldo. Tra un po' comincer a raffreddarmi.  un'ora che sono qui in
attesa di qualcuno con cui allenarmi un po'. Fece un paio di saltelli sulle punte dei piedi, flettendo
avanti e indietro le sue enormi braccia.
Mi guardai intorno. Bench i corsi mattutini alla Barra fossero meno frequentati di quelli serali,
sul tappeto c'erano almeno venti persone intente ad allenarsi, alcune cos vicine da poterci sentire
parlare. Decisi di tralasciare le domande che avrei voluto porgli.
Perch non vai ad allenarti con qualcun altro? gli domandai, rivolgendomi verso gli altri
presenti in sala.
Lui scosse la testa. L'ho gi fatto. Poi, sorridendo, aggiunse: Ma non credo di essergli molto
simpatico. Mi trovano... poco ortodosso.
Unhortodox era il termine da cui era nato il suo soprannome: Dox. Negli anni Ottanta era stato
uno dei pi giovani inviati in Afghanistan, e a quei tempi aveva da poco abbandonato il suo corpo
d'appartenenza, in circostanze tutt'altro che chiare. Si diceva che avesse picchiato un superiore, anche
se Dox non andava certo in giro a
parlarne. Di qualunque cosa si fosse trattato, per, il ragazzo - che, a differenza della maggior
parte dei suoi compagni in Afghanistan, non aveva combattuto in Vietnam per ragioni di et - sembrava
incline a mettersi alla prova. Gli piaceva accompagnare i muj nelle imboscate, nonostante il suo
mandato prevedesse compiti di solo addestramento, e per questo era rispettato. Aveva un modo tutto
suo di agire e aveva dimostrato di conoscere una quantit di tattiche insolite e bizzarre, tra cui l'uso di
ordigni esplosivi che inducevano i sovietici a sparare contro nemici che gi da tempo si erano ritirati tra
montagne impenetrabili. N si era limitato ad addestrare i cecchini: partiva anche lui, ogni tanto, per
andare a fare un po' di tiro al bersaglio.
Anche i suoi metodi di allenamento erano poco convenzionali: sollevava barili di carburante e
talvolta si piazzava in verticale sulla testa, con le mani dietro il collo, restando l per mezz'ora o pi.
Molta gente, per queste sue strane abitudini e per certe sue maniere da bravo ragazzo di campagna, lo
sottovalutava. Io non avrei commesso quell'errore.
Quando sar pronto, te lo far sapere, gli dissi, facendo ruotare la testa per sciogliere i
muscoli del collo.
Adott nuovamente il suo solito, enorme sorriso. Non vedo l'ora.
Si avvicin al muro e si mise in verticale sulla testa. Cristo, non aveva smesso di fare quella
roba!
Io feci un po' di stretching, qualche ponte senza braccia e altri esercizi finch non mi sentii
abbastanza flessibile. Mi alzai in piedi e feci un cenno a Dox, che dalla sua posizione capovolta non mi
aveva perso d'occhio neppure per un istante. Abbass le gambe, si rimise in piedi e si avvicin.
Sei tosto, amico, questo  evidente. Per fare quei ponti sul collo devi esserti tenuto in gran
forma.
Bench sul campo fosse sempre stato terribilmente efficiente, in altri contesti Dox aveva sempre
parlato un po' troppo per i miei gusti. Non aveva perso questo vizio, evidentemente. Vuoi cominciare
in piedi o da terra? gli domandai.
Come vuoi tu, amico, disse. Sei tu che giochi in casa.
Se con quest'ultima battuta aveva sperato di mettermi in allarme, sarebbe rimasto deluso. Era
riuscito, per, a irritarmi. Pensai che probabilmente non avrei reagito con la prontezza che il galateo
solitamente prevede quando lui, immobilizzato al tappeto, avesse eventualmente battuto a terra con la
mano in cerca di tregua.
Annuii e cominciai a girargli intorno. Lui colse il segnale e subito si mise a sua volta in
movimento.
Ci afferrammo a vicenda: io lo presi dietro il collo con la destra, tenendo il gomito premuto
contro il suo torace, in modo da controllare la sua spinta in avanti. Lui mi prese alla stessa maniera, ma
tirandomi verso di s per rifilarmi una testata sul naso. Feci appena in tempo a chinare la testa, in modo
da ricevere il colpo sulla sua sommit, mi feci male, senza per riportare altri danni. La mia irritazione
crebbe, ma prima che potessi reagire, lui cominci a far forza con la mano che mi aveva posato sul
collo, tirandomi a destra e a sinistra, avanti e indietro. Sfruttava la mano e il gomito con una
disinvoltura che denotava un certo esercizio, e aveva una forza impressionante.
Era il caso di cambiare tattica. Tirai il suo collo verso di me e poi, quando lui spinse in senso
contrario, utilizzai lo slancio accumulato per sgambettarlo e farlo cadere all'indietro. Pensavo che
avrebbe cercato di rialzarsi, invece rimase sdraiato e mi afferr la testa con le mani attaccando a
craniate la parte inferiore della mia mandibola. Mi sentivo come se qualcuno stesse cercando di
sfondarmi la testa con un bastone. Per allentare la pressione, gli bloccai la testa con entrambe le mani,
puntai le ginocchia contro il suo petto e tentai di allontanarmi per guadagnare una posizione pi
favorevole.
Anche in questo caso la sua reazione fu per me un indice della sua preparazione: mi
immobilizz la caviglia sinistra con il braccio destro e si gett all'indietro sul tappeto, tentando quella
che identificai come una mossa di sambo. Il sambo  una forma di lotta diffusa in Russia che si
distingue, tra l'altro, per l'attenzione riservata alle prese ai piedi, alle ginocchia e alle caviglie, alcune
delle quali possono essere praticate con una rapidit tale da causare danni gravi ed estesi, tanto che
sono state bandite da molte forme di lotta agonistica.
Con il piede destro lo colpii alla trachea e torsi l'altra gamba in modo da liberarla dalla sua
morsa. Lui cerc di allontanarsi arrancando, ma io riuscii ad afferrargli il piede sinistro. Prima che
potesse scalciare e liberarsi, rigirai il polso destro intorno al suo tallone e mi inarcai, in una presa che
dimostrava come anch'io, in fondo, me la cavassi piuttosto bene con il sambo.
Nonostante fosse nota come gancio al tallone, questa mossa  diretta principalmente contro
l'articolazione del ginocchio. Il tallone funge soltanto da leva, e io lo tenevo saldamente. Dox cerc di
scalciare con la gamba destra, ma da quella posizione i calci erano deboli. Torsi il tallone ancora un po',
e lui rinunci a quella soluzione.
Basta, basta, disse. Hai vinto.
Chi ti ha mandato qui?
Ehi, ho detto basta! Piantala, di!
Aumentai di qualche grado la torsione, e lui strill. Chi ti ha mandato? ripetei.
Lo sai benissimo chi mi ha mandato, disse con una smorfia. La stessa ditta dell'altra volta.
Ah, s? E come facevano a sapere dov'ero?
Non lo so!
Cerc di divincolarsi. Io serrai ulteriormente le ginocchia e torsi il suo tallone di un'altra
frazione di grado.
Che cazzo! disse, a voce abbastanza alta, per farsi udire dagli altri. Di, amico! Non lo so
davvero!
Il suo respiro era sempre pi affannoso, per il dolore e per la fatica. Lo guardai negli occhi.
Ehi, Dox, gli dissi, con voce tranquilla, quasi in un sussurro. Conter fino a tre. Se al tre non
mi avrai detto quello che voglio sapere, ti torcer il tallone con tutte le mie forze. Sei pronto? Uno, due,
tr...
La ragazza! La ragazza! Le hanno dato dei soldi o qualcosa del genere. Non conosco i
particolari.
Quale ragazza?
Lo sai. La brasiliana. Naomi come-si-chiama?
Ero meno sorpreso di quanto avrei immaginato. Avrei dovuto rifletterci a mente fredda, in
seguito.
Chi  che ti manovra?
Oh, Cristo! Ti ho detto quello che volevi, amico. Non devi... Ah, cazzo! Mi manda Kanezaki!
Di origine giapponese, sui trent'anni, occhialini con la montatura di metallo, dice che ti conosce.
Kanezaki. Avrei dovuto prevederlo. Avevo rinunciato a eliminarlo la prima volta che l'avevo
scoperto a pedinarmi. Mi domandai, per un attimo, se non fosse stato un errore.
Notai che svariate persone ci stavano osservando; tra queste, Carlinhos, il fondatore
dell'accademia e principale istruttore. Nessuno pareva intenzionato a intromettersi, riconoscendo com'
d'uso tra i brasiliani che il problema era di quelli da risolvere homem
homem - da uomo a uomo - e non era tale da suscitare, per il momento, particolari
preoccupazioni. Io, per, non avevo voglia di attirare troppa attenzione. Mollai la presa e mi allontanai.
La tensione deflu dal corpo di Dox, che si lasci andare lungo disteso sulla schiena, tenendosi
tra le mani il ginocchio dolorante. Ehi, amico, non posso credere che tu abbia fatto una cosa del
genere, disse. Non era per niente necessario.
Io non risposi.
E se non l'avessi saputo? Che cosa sarebbe successo?
Io scrollai le spalle. Chirurgia ricostruttiva dei legamenti crociati anteriori e posteriori e dei
menischi, e poi un periodo di riabilitazione compreso tra i sei e i dodici mesi, oltre a una quantit di
antidolorifici che non funzionano mai come si vorrebbe.
Merda... borbott lui. Pass cos all'incirca un minuto, dopo di che si alz e mi guard. Flett
ripetutamente la gamba e riacquist il suo infaticabile sorriso.
A momenti ti battevo, amico. Ammettilo.
Certo, dissi. A momenti. Mi rialzai in piedi. Dove hai imparato il sambo?
Il suo sorriso si allarg. Da quando la temuta Cortina di ferro  caduta mi  capitato di lavorare
con i russi.
Ti hanno accolto nonostante gli scherzi che gli hai fatto in Afghanistan?
Dox si strinse nelle spalle. Il mondo  cambiato, socio, e i nemici ora sono altri. Sto
collaborando con loro sul problema ceceno, e dunque siamo come vecchi amici.
Annuii. Andiamo da qualche parte dove possiamo parlare.
Prendemmo le rispettive borse e uscimmo senza neppure cambiarci. Io avevo ancora il detector
di microspie e trasmittenti che Harry aveva appositamente creato per me. Giaceva silenzioso nella mia
borsa, in funzione dopo la quotidiana ricarica, e garantiva che Dox era pulito. Questo, per, non
implicava affatto che fosse da solo.
Lo condussi lungo un tortuoso circuito, attraverso quartieri tranquilli. Prendemmo per due volte
il taxi. Mi attenni a procedure di contro-sorveglianza standard e tralasciai la perlustrazione di tutti gli
angoli potenzialmente caldi della zona, per evitare che lui, dalla mia approfondita conoscenza della
zona, potesse dedurre che risiedevo in citt. Lui cap quello che stava avvenendo e non protest.
Quando giungemmo alla spiaggia di So Conrado, ero ormai sicuro che nessuno ci aveva
seguito. Aveva smesso di piovere, e noi ci incamminammo lungo la battigia. La marea stava calando e
si ritirava dalla sabbia umida come un esercito sconfitto che abbandoni un territorio sfuggito al suo
controllo.
Pass un minuto. Nessuno dei due apr bocca.
Un pallone usato da alcuni calciatori da spiaggia rotol verso di noi. Dox lo raccolse e lo restitu
al ragazzino dalla pelle bruna che lo stava rincorrendo. Il ragazzo ringrazi con un cenno e torn a
giocare. Lo osservai per un momento, domandandomi come ci si dovesse sentire a crescere in quel
modo, in una citt di mare, dove il peggio che si possa fare  giocare a pallone sulla spiaggia.
Allora, abbiamo finito con tutte queste manovre da spie? mi domand Dox.
Io annuii, e dopo un istante lui riprese.
Ti sei scelto una bella sistemazione, qui, disse. Bel tempo, l'oceano... E poi, amico, che
donne! Mi sono innamorato in media tre volte al giorno, da quando sono qui. Il primo giorno, arrivando
all'hotel, mi sono presentato alla reception e sono praticamente svenuto quando ho visto com'era bella
la receptionist.
Potresti fare l'autore di guide turistiche, gli dissi.
Lo farei al volo.  dura la vita per la gente come noi, sai? Se ti fai un certo curriculum, ti
ingaggiano solo per determinati lavori.
Tu, a quanto pare, te la cavi bene, osservai io.
Diede un calcetto alla sabbia e guard l'oceano. Certo che qui  davvero bello. Sei a Rio da
molto?
Il suo accento campagnolo stava intensificandosi. Io non avrei certo abboccato, ma non volevo
neppure dare l'impressione di avere capito il suo gioco. Meglio lasciare che mi sottovalutasse come gli
altri facevano solitamente con lui.
Un paio di mesi, risposi. Giro molto, per non farmi rintracciare da gente come te.
Lui si accigli. E di! Che altro potevo fare? Quelli
che se la passano bene si sistemano facendo le guardie del corpo per gente ricca e stronza, come
esperti del settore, godendosi la bella vita nelle stanze degli ospiti di qualche casa a Brentwood,
andando a rendere pi coriacei certi facili obiettivi che, per le leggi naturali, sarebbero dovuti
scomparire gi da tempo per consentire l'evoluzione del patrimonio genetico. I pi fortunati di tutti
insegnano alla gente di Hollywood il comportamento dei soldati o fanno saltare in aria di tutto, a
beneficio delle cineprese. E i pi sfigati? Guardie di sicurezza nei centri commerciali e sbirri a
noleggio. Nel primo campo non ho mai avuto nessuna chance, mentre la seconda possibilit me la sono
gi bruciata. Perci, eccomi qui.
Perch non hai provato alla Blackwater o in altre ditte del genere?
Dox fece spallucce. Ci ho provato, ma ho scoperto che il mondo delle corporation non mi
offriva adeguate opportunit finanziarie. E sai come si dice, amico? Certe occasioni capitano una volta
sola.
Restammo per un po' in silenzio. Perch ti hanno mandato? domandai.
Allung la mano e si massaggi il ginocchio. Lo sai anche tu, il perch. Ci conosciamo, e loro
hanno pensato che ti saresti fidato di me. Sorrise. Non  cos, forse?
Ah, certo, replicai. Mi fido ciecamente.
Be',  andata proprio cos, riprese lui, fingendosi incapace di cogliere il sarcasmo. Inoltre, se
non ho capito male, loro vogliono che io ti convinca della validit di quello che hanno in mente, che io
susciti il tuo interesse. Io sono una specie di piazzista, mi spiego?
Certo, ripetei.
Okay, la storia  questa. Ho fatto dei lavoretti per lo Zio Sam, schifezze smentibili, cose in
nero. Alto rischio. Alte probabilit di finire fregati, ma molto redditizie.
Ah, s?
S, loro pensavano che potesse interessare anche a te.
L'idea di contattarti, per, non  stata mia. Non sapevo neanche che fossi ancora in giro. Molta
della gente con cui lavoravamo in Afghanistan non respira granch, di questi tempi.
Di chi  stata l'idea, allora?
Ascolta, loro hanno dei programmi. Qualcosa di nuovo, di grosso. Hanno bisogno di gente
come te e me, e pagano bene. Tutto qui.
Lo sai che cos' un pronome, Dox?
Il suo viso si rabbui, ma poi torn a illuminarsi. Ah, ho capito... Sto dicendo troppe volte
"loro" e stronzate cos... senza dirti veramente di chi si tratta.
Lo guardai e restai in attesa.
Lui sorrise e scosse la testa. Di, amico! Lo sai benissimo di chi si tratta: dei Cristiani In
Azione. Simul un brivido d'eccitazione. La CIA.
Okay.
Hanno ricevuto una sorta di nuovo mandato. Sar meglio che te lo spieghino loro.
Prima, per, voglio sentirlo dire da te.
Ehi, io non conosco tutti i particolari, n posso spiegarti di preciso la missione di cui mi sto
occupando. Ti dico solo che pagano un mucchio di soldi per fare s che certa gente smetta di creare
problemi. Vogliono fare la stessa proposta anche a te.
Attraverso il tuo referente?
Dox annu. Ho un numero di telefono che dovresti chiamare.
Trascrissi il numero usando un mio codice e mi congedai da Dox, per tornare all'appartamento
di Naomi. La mossa era prevedibile, cosicch presi una gran quantit di precauzioni. La cautela, per,
era perlopi automatica. Se avessero voluto uccidermi, non avrebbero mandato da me qualcuno che gi
conoscevo. Di certo sapevano che, cos facendo, avrebbero solo ottenuto di farmi alzare la guardia o,
magari, di farmi scappare.
No, avevo la sensazione che la storia di Dox fosse vera. Ciononostante, non era il caso di
rilassarsi troppo.
Tornando da Naomi pensai a quello che Dox mi aveva detto. La CIA doveva avere collegato la
presenza dei corpi fuori dall'appartamento di Naomi a Tokyo con la contemporanea morte di Yukiko,
quella diabolica troia che aveva ingannato e ucciso Harry dopo che la yakuza lo aveva utilizzato per
scovarmi. Avevano capito, malgrado la mancanza di vere prove, che ero coinvolto in quegli omicidi.
Sapevano che Naomi e Yukiko avevano lavorato come ballerine nello stesso locale, a Nogizaka. Non ci
voleva molto per dedurre, sulla base di questi dati, che tra me e Naomi doveva esserci un legame.
Utilizzai il citofono dell'ingresso principale. Naomi fu sorpresa dal mio ritorno, ma apr
comunque. Salii le scale. Lei era sulla porta ad attendermi.
Entrai. La stanza profumava di caff appena fatto. I capelli le ricadevano umidi sulle spalle di
un accappatoio bianco: era appena uscita dalla doccia, evidentemente.
Qualcuno mi ha seguito, stamattina, le dissi.
Ti hanno seguito? domand.
S, e non con le migliori intenzioni.
Un rapinatore?
No, un professionista. Uno che sapeva esattamente dove cercare.
Lei mi guard, con un'aria pi spaventata che confusa.
Spiegami che cosa sta succedendo, Naomi.
Dopo una lunga pausa, disse: Io non gli ho detto niente.
A chi?
Non so chi siano, di preciso. Mi chiamano praticamente una volta al mese. Hanno cominciato
subito dopo il mio ritorno da Tokyo. Uno sconosciuto  venuto allo Scenarium e si  messo a farmi
domande su di te.
Descrivimelo.
Mi ha detto di chiamarsi Kanematsu. Americano, ma
di origine giapponese. Aveva i capelli lisci e gli occhialini dalla montatura di metallo. Sulla
trentina, credo, ma ancora pi giovane all'aspetto. Mi ha detto che lavora per il governo degli Stati
Uniti e che  tuo amico, ma si  rifiutato di aggiungere altro.
Ancora Kanezaki, sotto falso nome. Che cosa gli hai detto? le domandai.
Lei mi guard con un'espressione per met vulnerabile e per met di sfida. Ho ammesso di
averti conosciuto, ma ho spiegato che non sapevo dove fossi n come fare a trovarti.
Ammesso che fosse vero, era stata una mossa intelligente. Se avesse negato di conoscermi, ne
avrebbero dedotto che stava mentendo e non avrebbero creduto neanche al resto. Di certo avrebbero
aumentato la pressione su di lei.
E dopo?
Naomi si strinse nelle spalle. Pi o meno una volta al mese ricevo una telefonata. Sempre da
parte della stessa persona. E io gli ripeto sempre la stessa cosa.
Annuii e ci pensai su. Che cosa ti hanno offerto?
Lei abbass lo sguardo, tornando per subito a fissarmi in viso. Venticinquemila dollari.
Solo per metterli in contatto con me?
Lei annu.
Be',  bello sapere che sono cos apprezzato, dissi. Il tizio con cui hai parlato ti ha spiegato
come fare per metterti in contatto con lui?
Lei si alz e and in camera sua. Sentii aprirsi un cassetto. Al suo ritorno mi porse un biglietto
da visita, senza dire una sola parola. Sul biglietto c'erano un indirizzo e-mail e un numero di telefono.
Quest'ultimo aveva un prefisso di Tokyo. Lo stesso numero che mi aveva dato Dox.
Venticinquemila dollari sono un bel gruzzolo, dissi, rigirandomi il biglietto da visita tra le
dita.
Lei continu a fissarmi.
Hai mai avuto la tentazione di accettare? le domandai.
Socchiuse gli occhi. No.
Nonostante tutti i soldi che hai dovuto investire nel locale? Cifre del genere, a volte, possono
tornare molto utili...
Credi che io abbia intenzione di tradirti? domand, alzando la voce. Per soldi?
Mi strinsi nelle spalle. Non mi avevi parlato di tutti questi tuoi contatti. Ho dovuto insistere.
Avevo paura di dirtelo.
E come mai hai conservato il biglietto da visita? Per sicurezza? Come souvenir?
Cal il silenzio. Vattene a fare in culo, allora, sbott Naomi.
Pensai, tra me, che avrei dovuto prevederlo.
Non ero deluso, forse era meglio cos.
Mi domandai con uno strano distacco se anche quell'episodio non fosse parte di una punizione
cosmica che mi ero tirato addosso uccidendo in Vietnam il mio fratello di sangue Crazy Jake. O se la
causa non fosse piuttosto qualcun'altra delle cose che avevo fatto. La ciclica condanna a coltivare la
speranza in qualcosa di vero, di buono, pur sapendo, al contempo, che tale speranza  destinata a
sfumare.
"Magari lei non ha detto nulla. Magari ti hanno scovato per qualche altra via."
"Ma perch, allora, non ti ha mai detto nulla? E perch ha conservato quel biglietto da visita?"
Mi ero illuso, a Rio, di essere abbastanza al sicuro da poterla incontrare. Solo allora capii
quanto mi fossi ingannato. La malattia di cui ero portatore era ancora contagiosa.
E ancora potenzialmente fatale. Se anche avessi potuto fidarmi della sua discrezione la CIA
evidentemente la teneva d'occhio. Era diventata un punto di riferimento, un nesso, proprio come era
stato per Harry. E Harry ci
aveva rimesso la pelle. Non volevo che accadesse anche a Naomi.
E quello fu il momento riservato alla parte pi dura. Non  necessario che tu ne abbia voglia,
mi aveva detto una volta l'istruttore di un centro addestramento reclute. Devi farlo, e basta.
La fissai per un istante interminabile. Aveva uno sguardo furioso, ma io vi colsi anche un
briciolo di speranza. La speranza di poterla abbracciare e attirare a me, scusandomi e dicendo che ero
un po' arrabbiato e che avevo esagerato.
Mi alzai fissando quei suoi bellissimi occhi, ora spalancati per la sorpresa, per il dolore.
Addio, Naomi, dissi.
Me ne andai. Mi ripetei che non ero deluso e neppure particolarmente sorpreso. Avevo imparato
gi da un pezzo a non fidarmi: la fede cieca, nella vita, equivale all'atto di protendere il mento scoperto
in un incontro di boxe. Pensai che in fondo era un bene avere trovato ulteriore conferma alla
fondamentale correttezza della mia visione del mondo.
Presi precauzioni straordinarie per assicurarmi di non essere seguito. Quindi raggiunsi una
spiaggia tranquilla, a Grumari, e restai solo, seduto, a guardare il mare.
"Non dare la colpa a Naomi. Chiunque avrebbe ceduto."
"No, Midori no", fu la risposta che diedi a me stesso. Subito, per, ribattei: "Ti sbagli. Stai
soltanto cercando di idealizzarla, di trasformarla in qualcosa che non esiste."
Forse, per, Midori era davvero pura, e io stavo cercando di ridimensionarla, di inficiare il suo
valore e minimizzare la gravit della mia perdita.
"Probabilmente, non lo saprai mai. Ma, allora, come farai a deciderti?"
"Non importa quale sar la decisione. L'importante  che sia tu a decidere."
Scossi la testa confuso. Midori aveva ancora il potere
di farmi ammattire, dopo tutti i mesi trascorsi e il mezzo mondo che ci separava. Mi faceva
dubitare di me stesso e del mio giudizio.
"Che conclusione ne trai, allora?"
Questa domanda non ebbe bisogno di replica. Conoscevo gi la risposta.
Restai a lungo l seduto a pensare. Alla mia vita a Rio. A come Naomi fosse entrata a farne
parte, per poi svanire. Al da farsi.
Sulla sabbia si lev una forte brezza. Mi sentivo svuotato. Il vento avrebbe potuto benissimo
attraversarmi.
Contavo di potermi lasciare tutto alle spalle. Via di corsa, in qualche nuovo angolo del mondo,
a inventare un nuovo Yamada.
Scossi la testa, cosciente di non essere pronto per una simile soluzione. Il pensiero di
ricominciare tutto daccapo non mi comunicava altro che terrore.
Il che rende quantomeno sospetta la conclusione cui giunsi subito dopo: "Meglio scoprire che
cosa vogliono, in ogni caso. Meglio prendere l'iniziativa, piuttosto che restare passivamente in attesa di
conoscere le loro intenzioni."
Lasciai la spiaggia e telefonai a Kanezaki da un telefono pubblico. Il rischio che riuscisse a
localizzare la chiamata a Rio era concreto, ma del resto la CIA sapeva gi che ero l.
Il telefono squill due volte. S... sentii dire. Sembrava assonnato.
A Rio era primo pomeriggio; a Tokyo erano dodici ore pi avanti. Spero di non averti
svegliato... dissi.
Non ti preoccupare, rispose lui, riconoscendo la mia voce. Mi sarei dovuto alzare
comunque, per rispondere al telefono.
Fui sorpreso dalla risata che mi sorse spontanea. Che cosa vuoi?
Possiamo vederci?
Sar a Rio ancora per pochi giorni, gli dissi. Dopo di che sar irreperibile.
D'accordo. Allora ci vediamo a Rio.
Sono felice di avertene concesso l'opportunit.
Ci fu un breve silenzio. Dove e quando?
Hai un telefono GSM che ti porti dietro quando viaggi? A differenza dei cellulari giapponesi,
gli apparecchi GSM funzionano allo stesso modo in Brasile e in buona parte del mondo.
S.
Okay. Dammi il numero.
Kanezaki snocciol le cifre. Io presi nota e dissi: Ti chiamo dopodomani a questo numero,
quando sarai arrivato a Rio.
D'accordo.
Riagganciali.
Due giorni dopo lo chiamai. Alloggiava all'Arpoador Inn sulla rua Francisco Otaviano, un hotel
poco caro situato sulla famosa spiaggia di Ipanema.
Come facciamo? mi domand.
Prendi un taxi e fatti portare al Cristo Redentore, gli dissi. Da l, dirigiti a piedi verso
sud-ovest lungo la strada che si inoltra nel Parque Nacional da Tijuca. Ci vediamo l. Dovrai partire
dalla statua del Cristo tra un'ora esatta.
D'accordo.
Un'ora dopo mi misi comodo lungo un sentiero che sovrastava la via che attraversava il parco
nazionale, a circa un chilometro dalla statua. Kanezaki era in orario. Lo guardai sfilare sotto la mia
postazione, attesi di essere certo che fosse solo e scesi verso la via principale, raggiungendolo da dietro.
Kanezaki, lo chiamai.
Si gir di scatto, sorpreso di sentire la mia voce cos vicina. Che cazzo... disse, forse anche un
po' imbarazzato.
Sorrisi. Mi parve lievemente invecchiato rispetto all'ultima volta che l'avevo visto, pi magro,
pi stagionato. Gli occhialini con la montatura di metallo non gli davano pi l'aria da intellettuale.
Anzi, conferivano al suo volto un'aria pi... concentrata, per certi versi. Pi attenta.
Il detector di microspie taceva. Lo perquisii, gli tolsi per sicurezza il cellulare e accennai verso
il sentiero da cui ero appena sceso. Da quella parte, dissi.
Lo condussi per un vialetto secondario del parco, dove camminammo finch non trovammo un
taxi. Dopo un paio di manovre di contro-sorveglianza, andai a nascondermi comodamente con lui nella
Confeitaria Colombo, un caff fondato nel 1894 che, se non fosse stato per l'atmosfera tropicale e per le
animate conversazioni in portoghese che vi risuonavano, avrebbe potuto dare l'illusione di trovarsi a
Vienna. Ordinai un espresso in inglese, per evitare che Kanezaki potesse intuire la mia reale
conoscenza della lingua e delle consuetudini locali, e lui fece altrettanto.
Abbiamo nuovamente bisogno del tuo aiuto, mi disse, quando la cameriera, dopo averci
servito i caff, si fu allontanata. Diritto al sodo. Come Tatsu. Sapevo che c'era un rapporto, tra loro, in
cui ciascuno considerava l'altro una fonte, anche se probabilmente Tatsu era nel giusto, mentre
Kanezaki si ingannava. Mi domandai se Kanezaki non si ispirasse in qualche misura al pi anziano ed
esperto conoscente.
Come l'ultima volta? gli domandai, con le sopracciglia lievemente rialzate a manifestare un
moderato sdegno.
Lui si strinse nelle spalle. Sai bene che io ero all'oscuro di tutto, non meno di te. Questa volta
si gioca a carte scoperte. Con tanto di approvazione.
L'approvazione di chi?
Kanezaki mi fiss. Delle autorit competenti.
D'accordo, dissi, bevendo un sorso dalla tazzina di porcellana. Spiegami.
Lui si sporse in avanti posando i gomiti sul tavolo.
Dopo l'11 settembre, il congresso ha tolto le briglie alla CIA. Si respira aria nuova
all'agenzia. Stiamo di nuovo premendo sull'acceleratore, a caccia dei cattivi...
Gli eletti, i pi fieri... commentai io.
Lui si rabbui. Ascolta: ora le cose sono davvero diverse...
Que sera, sera... canticchiai..
La sua mascella si irrigid. Ti diverti a farmi incazzare? mi domand.
Un po', s.
 infantile.
Sorbii un altro po' di espresso. Qual  il punto?
Se mi lasciassi parlare...
Finora mi hai gi rifilato cinque luoghi comuni, tra cui qualcosa a proposito di briglie e
acceleratori. Sto aspettando che tu mi dica qualcosa di interessante.
Kanezaki arross, ma ci non gli imped di sogghignare. Sorrisi della sua compostezza. Era
maturato dal nostro ultimo incontro.
Okay, disse. Ti ricordi il Predator che, nello Yemen, nel novembre 2002, ha eliminato Abu
Ali e altri cinque membri di al-Qaeda con un missile Hellfire? Era uno dei velivoli che abbiamo in
dotazione.
Questo era scritto anche sui giornali, dissi.
Dai giornali, per, non si  saputo quale sia effettivamente l'ampiezza di queste operazioni
clandestine. La CIA ha vinto un braccio di ferro con il Pentagono su chi dovesse occuparsi di queste
attivit. Il Pentagono ci ha provato, ma non sono in grado di agire abbastanza rapidamente sulla base
dei dati di intelligence che noi raccogliamo.
Aspettai ulteriori ragguagli.
Ora, dunque, abbiamo un nuovo mandato: mai pi 11 settembre! Basta con gli attacchi
terroristici. Siamo stati incaricati di fare qualunque cosa - e intendo proprio qualunque cosa - per
minare le infrastrutture del
terrorismo internazionale: i finanzieri, i mercanti d'armi, gli intermediari...
Annuii. Insomma mi volete per quella "qualunque" cosa...
Ovvio, disse, quasi con impazienza, e a quel punto fui sicuro: aveva preso quell'abitudine da
Tatsu, che aveva un modo tutto suo di pronunciare quelle due sillabe, come se si fosse a malapena
trattenuto dal dire: Sei sempre cos ottuso?
Bevve un sorso di caff. Ascolta: alcuni dei soggetti in questione godono di forti protezioni
politiche. Alcuni, anzi, sono tecnicamente cittadini degli Stati Uniti.
Tecnicamente?
Si strinse nelle spalle. Potrebbero rientrare nella categoria degli enemy combatants, i
combattenti nemici.
Chiusi gli occhi e scossi la testa.
Che cosa c'? mi domand.
Sorrisi. Sto solo pensando a come il fine continui a giustificare i mezzi.
A volte li giustifica.
Il loro fine o solo il tuo?
Lasciamo perdere le discussioni filosofiche, disse Kanezaki. Il fatto  che, anche dopo l'11
settembre, sia pure nell'attuale clima improntato sulla sicurezza, non conviene eliminare questa
gente apertamente. Tanto meno con un missile Hellfire, Molto meglio se i decessi appaiono... come
dire? Naturali.
Poniamo che io sia interessato, anche se non lo sono, che vantaggio ne trarrei?
Non sei interessato? Eppure, ti sei preso una gran quantit di fastidi per incontrarmi.
Un anno prima la mia affermazione l'avrebbe scoraggiato. Ora, invece, controbatteva. Buon per
lui.
Non  stato un problema, per me. Ero qui per via di una donna. Quando ho scoperto che
collaborava con
voi, ho dovuto rompere con lei. Perci ero qui a passare qualche giorno prima di tornarmene a
casa.
Non manifest il minimo segno di sorpresa quando apprese che ero a conoscenza dei suoi
contatti con Naomi. Mi guard e disse: Gira voce che la tua nuova casa sia proprio a Rio.
Ricambiai il suo sguardo e lui vide qualcosa nei miei occhi che lo indusse a guardare altrove.
Se stai cercando di fregarmi, dissi, stai perdendo il tuo tempo. Ma se io dovessi intuire, in queste
tue stupide tecniche di manipolazione verbale imparate a Langley, anche solo un vago elemento di
minaccia, ti ammazzo senza neanche darti il tempo di implorarmi di non farlo.
Sentii la paura pervaderlo come un'onda gelida. Sapevo che nella sua mente si era condensata
l'immagine della sua guardia del corpo, a cui avevo rotto il collo con la stessa disinvoltura con cui lui si
sarebbe aperto la cerniera dei pantaloni per fare una pisciata. Proprio quello che speravo: che lo tenesse
bene a mente.
Con il compenso previsto potresti sistemarti discretamente, disse Kanezaki, dopo un breve
silenzio.
Sono gi a posto, risposi io, anche se, purtroppo, non era vero.
Restammo entrambi per un po' in silenzio. Poi lui disse: Ascolta: da parte mia non c' nessun
tentativo di manipolazione verbale o, quantomeno, non pi del solito. E ti assicuro che non ho
intenzioni minacciose. Sto dicendo soltanto che la tua collaborazione ci sarebbe di grande aiuto per
operazioni molto importanti, e che se tu accettassi potresti fare un sacco di soldi.
Io soffocai un sorriso. La cosa era ben fatta.
Dimmi chi devo eliminare e quanto mi frutter, dissi. Poi vedremo se varr la pena di
discuterne.
L'obiettivo era Belghazi, ovviamente. Il primo di una lunga serie, mi disse Kanezaki, se avessi
dato la mia disponibilit. Duecentomila dollari a botta, consegnati nel
modo da me prescelto: cinquantamila subito, gli altri a operazione conclusa. Quanto alle spese,
avremmo trattato in contanti, per ridurre al minimo i documenti e le tracce cartacee, una regola che a un
certo punto avremmo dovuto in qualche misura modificare, date le somme necessarie per muoversi
nelle sale da gioco VIP del Lisboa. L'unica condizione era che il decesso dell'obiettivo apparisse
assolutamente naturale.
Era pi o meno quello che avevo immaginato. Una cifra sufficiente a incentivarmi, ma non tale
da indurmi a rifiutare successivi incarichi. Non era certo un cattivo affare, per loro: pi o meno il costo
di un Hellfire o due, e molto meno di un missile da crociera.
Ci penser, gli dissi. E mentre io ci penso, tu dovrai pagare a Naomi quello che le spetta.
Lei non ha tenuto fede al patto, disse Kanezaki, scuotendo la testa senza neppure tentare di
negare i suoi contatti con lei. Perci, niente da fare...
Che cosa avrebbe dovuto fare?
Avrebbe dovuto contattarci nel caso tu ti fossi fatto vivo.
Io lo guardai. Se non vi ha contattato lei, come?...
Analisi vocale.  una sorta di macchina della verit. Una tecnica che ho applicato in occasione
di tutti i nostri contatti. Ogni volta che le domandavo se ti eri fatto vivo, lei rispondeva di no. L'ultima
volta, per, la macchina ha rilevato evidenti segnali di stress.
E cos hai capito che stava mentendo.
S. Le abbiamo messo della gente alle costole, e il resto della storia lo conosci anche tu.
Distolsi lo sguardo e riflettei. Naomi, dunque, mi aveva detto la verit: non mi aveva tradito.
O magari mi aveva tradito, e Kanezaki stava solo cercando di proteggerla. Non c'era, e
probabilmente non ci sarebbe mai stato, modo di saperlo per certo.
Pagatela ugualmente, dissi.
Kanezaki stava per protestare, ma io lo interruppi.  stata pur sempre lei a condurvi da me,
anche se inconsapevolmente. Pagatela e basta.
Vedr quello che si pu fare, disse lui dopo un attimo di pausa.
Mi domandai se anche quest'ultima risposta non fosse un modo per darmi l'impressione di
averla spuntata. Anche in questo caso, per, era impossibile determinarlo.
Mi far vivo, dissi. Se l'avrete pagata, riparleremo della missione. Altrimenti, non se ne far
nulla.
Lui annu.
Meditai di aggiungere qualcosa, qualche minaccia, affinch la lasciassero in pace. Avvertimenti
di questo tipo, per, sarebbero serviti soltanto a svelare, pi di quanto non avessi gi fatto, che io a
Naomi ci tenevo e, dunque, a metterla ancora di pi in pericolo. Meglio lasciar perdere e, da quel
momento in poi, tenermi alla larga da lei.
Inutile fissarsi. Se anche ci fosse stata una sola possibilit di crederle, le mie deduzioni
automatiche, le mie accuse, l'avevano compromessa.
Pensai all'opportunit di scusarmi, ma ci sono cose che non si possono risolvere dicendo
scusa o perdonami, ti prego o avrei dovuto immaginare...
L'ultima parola sarebbe toccata ai venticinquemila dollari.
Ora parlami di Dox, gli dissi.
Lui si strinse nelle spalle. Mi serviva qualcuno che tu conoscessi, per dimostrarti che il
programma e i suoi benefici erano veri. Se non fosse stato per questo, non avresti mai saputo del suo
coinvolgimento.
C' altra gente coinvolta?
Lui mi guard da sopra le lenti degli occhiali. Il suo sguardo diceva: Sai benissimo che non
puoi farmi questa domanda.
Io lo fissai a mia volta. Lui scroll nuovamente le spalle e disse: Mi limiter a dire che uomini
come te e Dox
sono rari. E neanche lui  in condizioni di operare in certi posti dove tu hai invece campo libero.
In Asia, per esempio. Lui, inoltre, usa in genere metodi meno sofisticati dei tuoi, il che lo rende poco
adatto per certi incarichi. Mi spiego?
Ci lasciammo cos, mi diede l'URL di una bacheca elettronica sicura. Lo chiamai qualche
giorno dopo sul suo cellulare giapponese. Era tornato a Tokyo. Mi disse che Naomi aveva avuto i soldi.
Le telefonai allo Scenarium da una cabina. In sottofondo si sentiva il frastuono del locale. Non
li ho voluti, quei maledetti soldi. Mi avrebbero fatto comodo, ma li ho rifiutati, disse.
Naomi... cominciai a dire. Ma lei aveva gi riagganciato.
Restai a fissare la cornetta per un bel pezzo, come se il telefono mi avesse tradito, dopo di che
la rimisi a posto. La ripulii con un gesto automatico. Mi allontanai.
Entrai in un Internet caf e composi un messaggio brevissimo, la cui parte fondamentale era il
numero di un conto bancario off-shore su cui Kanezaki avrebbe dovuto far affluire i cinquantamila
dollari di anticipo.
Sentii una risata e alzai gli occhi. Dei ragazzini, al terminale accanto al mio, stavano giocando a
un video game on-line.
Mi domandai, per un attimo, come avessi fatto a ritrovarmi in quella situazione.
Mi domandai anche se non fosse esattamente questo ci che Tatsu intendeva quando aveva
detto che la pensione non faceva per me. E che avrei inevitabilmente compromesso qualsiasi altra
opportunit.
Non smetteremo mai di esplorare, ha scritto un poeta. E il fine di tutte queste nostre
esplorazioni sar di giungere nel luogo da cui siamo partiti.
Cristo, che depressione...
***
4
Dopo aver lasciato la suite di Belghazi, decisi di andare a camminare sul lungomare. Volevo
pensare a quello che era appena successo e a quello che avrei voluto succedesse in seguito.
Delilah. Chi era? In che modo la sua presenza avrebbe influenzato la mia missione? Le stesse
domande che lei, di sicuro, stava ponendosi su di me.
Avevo capito dal suo modo di agire che era addestrata. Era probabile, dunque, che lavorasse per
qualche organizzazione. Inoltre, contrariamente a quello che appariva in pubblico, non era amica di
Belghazi. Stava con lui perch da lui voleva qualcosa: qualcosa che custodiva - almeno cos lei credeva
- sul suo portatile e che lei non era ancora riuscita a ottenere.
Ci pensai su. Accordandosi con me per farmi uscire dalla suite di Belghazi, si era, almeno
temporaneamente, messa dalla mia parte. Condividevamo un segreto. Un segreto che sarebbe potuto
diventare la base di una collaborazione, nel caso i nostri interessi si fossero rivelati sufficientemente
compatibili.
Lei, per, aveva anche ottimi motivi per considerarmi una minaccia. Esistevano prove concrete
della sua attivit contro Belghazi - il suo cellulare dalla doppia funzionalit e il registro delle accensioni
sul computer di Belghazi - prove che eventuali malintenzionati avrebbero potuto facilmente scoprire, se
indirizzati da qualcuno come me, per esempio.
Chiaramente, il fatto che io fossi a conoscenza di quelle
prove per lei potenzialmente rovinose era sufficiente a farle desiderare di togliermi di mezzo. E
il togliermi di mezzo poteva assumere diverse forme, nessuna delle quali tanto attraente, dal mio
punto di vista.
D'altra parte, per lei non avrebbe avuto senso optare per soluzioni troppo aggressive senza
prima tentare di saperne di pi. Se mi fosse parsa sciocca o inesperta, sarei giunto a tutt'altra
conclusione. Ma lei, evidentemente, lavorava nel settore da un bel pezzo e denotava un'intelligenza non
comune. Sarebbe stato ragionevole attendersi un comportamento conseguente.
Sorrisi. "Un comportamento, cio, identico a quello che adotteresti tu." S, probabilmente era
proprio cos.
Anche a questo proposito, lei sarebbe giunta a conclusioni analoghe sul mio conto.
Il rischio di un nuovo incontro, perci, sembrava calcolato. Inoltre, l'idea di evitarla, perdendo
con ci l'occasione di scoprire novit sul conto di Belghazi, avrebbe complicato e reso pi pericoloso lo
svolgimento della mia missione. Non fu certo una scelta facile, ma alla fine decisi di andare a cercarla
al casin del Mandarin.
Con il cellulare telefonai a Kanezaki. Era tardi, ma lui rispose dopo il primo squillo.
Sono io, dissi.
 una coincidenza, o  solo che ti diverti a chiamarmi a notte fonda?
Entrambe le cose.
Di cosa hai bisogno?
Di informazioni, risposi io. Tutte le notizie di cui disponi sul conto di una donna in cui mi
sono imbattuto, anche se non ho molti elementi da fornirti. Si fa chiamare Delilah, ma forse non 
l'unico nome che usa. Credo sia europea, anche se non saprei dire di quale nazionalit.  alta, bionda e
straordinariamente bella.
Sono informazioni utili alla tua missione o vuoi solo chiederle un appuntamento?
Forse sfottendomi Kanezaki pensava di coltivare il nostro cameratismo. O di mettersi su un
piano di parit con me. Non aveva comunque importanza.
Tra l'altro, si accompagna al nostro amico, dissi.
Non sono granch, come elementi su cui lavorare.
C' per caso un'eco su questa linea? domandai, con voce di un'ottava pi bassa. Avevo la
sensazione che sovrastimasse le difficolt dei compiti che gli venivano affidati per fare la figura
dell'eroe. Per stava un po' abusando di questa tecnica, come fanno i bambini quando adoperano troppo
spesso una parola appena imparata.
Dopo una pausa che mi parve soddisfacente, disse: Sto solo dicendo che potrebbe risultare
difficile trovare informazioni utili sulla base dei particolari che mi hai fornito.
Non mi interessa la tua stima delle difficolt che potresti incontrare. A me servono quelle
informazioni. Sei in grado di procurarmele o no?
Un'altra pausa, e io immaginai che Kanezaki, all'altro capo della linea, stesse arrossendo. Forse
cominciava a illudersi che io stessi lavorando per lui. E se questo equivoco era piuttosto frequente tra
gli agenti segreti di primo pelo, a me non piaceva esserne l'oggetto. Gli avrebbe fatto bene, ogni tanto,
considerare che io lavoro solo per me stesso. E che lui  una comparsa, non un primo attore.
In sottofondo sentii una voce, attutita ma percepibile.  John, vero? disse la voce. Fammici
parlare!
Cristo! Quell'accento lo conoscevo. Era Dox.
Ci fu uno scambio di battute che non riuscii a comprendere, seguito da una serie di scariche
elettrostatiche e da altri rumori. Dopo di che al telefono arriv Dox, con la sua voce tonante.
Ehi, amico! A quanto pare ti stai divertendo un mondo, laggi! Si tratta di una bionda o di una
moretta? O magari di un'asiatica? Le adoro, le asiatiche...
Doveva avere strappato il telefono dalle mani di Kanezaki, nonostante le sue proteste.
Che diavolo ci fai, l? domandai, sorridendo involontariamente.
Be', sai com'? Un incontro con il mio referente. E tu? Immagino che hai deciso di approfittare
della generosit dello Zio Sam. Buon per te, e peggio per i cattivi.
Ti dispiacerebbe ripassargli il telefono?
Certo non c' bisogno di fare l'antipatico con me. Volevo solo salutarti e darti il benvenuto a
bordo.
Molto gentile da parte tua.
Dopo una pausa, al telefono torn Kanezaki.
A quanto pare, anche tu avevi il tuo piccolo appuntamento, laggi, dissi, incapace di resistere
alla tentazione.
Non lo chiamerei "appuntamento". La sua voce mi parve alquanto cupa.
Ridacchiai. No, certo, a meno che tu non abbia fatto brutte esperienze in prigione con un certo
Bubba.
Nota: Bubba, in gergo,  il detenuto che in prigione decide chi, tra i compagni di cella, dovr
farsi sodomizzare (n.d.t.).
Al che anche Kanezaki scoppi a ridere. Era importante che capisse chi comandava il gioco, ma
non volevo castigarlo troppo duramente. La sua buonafede il suo sincero senso della lealt erano un
patrimonio, non certo qualcosa da gettare al vento.
Controller sulla bacheca elettronica, dissi. Se trovi qualcosa su quella donna, scrivimelo
l.
Okay.
Dopo una pausa, aggiunsi: Grazie.
Figurati, rispose lui, ed ebbi l'impressione che stesse sorridendo.
Verso le sei della sera successiva mi presentai al casin del Mandarin. Delilah aveva detto dopo
le otto, ma a me piace arrivare in anticipo agli appuntamenti. Serve a evitare brutte sorprese.
Mi servii dell'ingresso che dava sulla strada, preferendo evitare, per il momento, di passare
dall'hotel. Keiko era fuori, ma volevo ridurre al minimo il rischio di incontrarla mentre rientrava o
usciva di nuovo. Raggiunsi la scala mobile, annuii cortese all'indirizzo dei sorveglianti ed entrai.
La sala era ampia e perlopi vuota. Il movimento sarebbe cominciato pi tardi. Per il momento,
non c'erano che poche anime solitarie. Sembravano persi nella vastit della sala, e giocavano senza
entusiasmo, in modo discontinuo, come se avessero sperato di trovare un ambiente pi festoso.
Scorsi Delilah all'istante. Era una delle poche persone sedute intorno all'unico tavolo del
baccarat, l'unica non asiatica in vista. Era vestita in modo semplice, con pantaloni e top neri. Aveva i
capelli raccolti, e non notai la minima traccia di gioielli. Se il suo scopo era di apparire dimessa, per,
non ci era per nulla riuscita.
Controllai, come al solito, i posti potenzialmente pi rischiosi, ma non notai il minimo segno di
pericolo. Per il momento, la mia supposizione che lei non avrebbe tentato nulla di precipitoso si era
rivelata corretta. Ma era troppo presto per esserne certi. In fondo, il casin, con tutte le sue telecamere,
gli uomini della sorveglianza e gli altri sistemi di sicurezza, era un posto poco indicato per
un'imboscata. Se aveva in mente di attaccarmi, lo avrebbe fatto in seguito.
Acquistai una manciata di fiches e mi sedetti accanto a lei.
Un po' presto per il baccarat, dissi, a sottolineare che era in anticipo per il nostro
appuntamento e mantenendomi sul vago, nell'eventualit che qualche vicino capisse l'inglese.
E presto per entrambi, si direbbe, rispose lei, scommettendo sul giocatore e guardandomi di
traverso.
Io sorrisi e puntai sul banco. Non mi piace arrivare
tardi. C' il rischio che il tavolo sia gi tutto occupato, e le probabilit di vincere a quel punto
non sono pi tanto favorevoli.
Lei ricambi il sorriso, e io per la prima volta potei guardarla negli occhi. Erano di un blu
intenso, quasi cobalto, e non si limitavano a guardare, bens parevano soppesare con intelligenza e
persino con una certa ironia.
S,  sempre meglio arrivare presto, disse lei.  un vantaggio di cui non tutti si rendono
conto, ma  indispensabile se si vuole precedere la folla.
Notai che il suo inglese, nonostante l'accento straniero, era decisamente disinvolto. Al momento
di impararlo doveva essere stata abbastanza piccola da assimilare l'idioma, ma non tanto da perdere
l'accento originario.
Il banco distribu le carte. A quanto pare, siamo gli unici che apprezzano il vantaggio di
arrivare presto, dissi.
Lei segu il mio sguardo e poi torn a guardarmi. Speriamo...
Il croupier gir le carte. Delilah vinse e io persi. Lei raccolse le fiches senza guardarmi, ma non
fece nulla per nascondere il suo sorriso.
Volevo portarla in un posto dove si potesse parlare con calma. Il casin era un buon punto di
partenza, perch rappresentava un luogo d'incontro relativamente sicuro e neutro. Inoltre, forniva una
copertura automatica per le nostre vere intenzioni: se qualcuno - per esempio, Belghazi - ci avesse visti
insieme, sarebbe sembrata una coincidenza, dato che potevamo benissimo essere arrivati l
separatamente per una partita a carte o a dadi. Un tavolino d'angolo in un bar, la panchina appartata di
un parco o una passeggiata al porto non avrebbero offerto le stesse garanzie. Al tavolo del baccarat,
per, non avremmo potuto parlare liberamente. Senza contare che stavo perdendo.
Stavo pensando di andare da qualche parte a bere qualcosa, dissi. Ti va di venire con me?
Mi guard per un attimo e poi rispose: Certo.
Lasciammo il casin. Non appena i pochi clienti del casin furono abbastanza lontani da non
poterci udire, lei disse: Non al bar dell'hotel. Mi conoscono troppo bene. Prenderemo un taxi e
andremo da qualche altra parte. Difficile che mi imbatta in gente che mi conosce, ma se dovesse
accadere ci siamo incontrati al casin del Mandarin e siccome l'atmosfera era smorta abbiamo deciso di
andare a fare un salto al Lisboa. E tu mi hai chiesto se mi andava di condividere il taxi con te. Okay?
Ero impressionato, ma non sorpreso. Era chiaramente abituata a pensare in termini operativi e
da questo punto di vista era tanto naturale quanto efficiente. Gi in precedenza avevo capito che era
addestrata. A questa consapevolezza aggiunsi l'impressione che dovesse avere svariati anni di
esperienza sul campo.
Okay, risposi.
Dissi al taxista di portarci all'Oparium Caf, un locale non lontano dal nuovo Centro Culturale
di Macao, sull'avenida Baia Nova, che avevo scoperto mentre aspettavo Belghazi e cercavo di
familiarizzarmi con la citt. Al pianterreno c'era un gruppo che suonava una sorta di acid-funk a un
volume un po' troppo alto per i miei gusti, davanti da una masnada di teenager intenti a pogare.
Salimmo ai piani superiori, dove l'ambiente era pi soffuso e tranquillo, e ci sedemmo a un
tavolo d'angolo su enormi poltrone a sacco. Gli altri posti a sedere erano costituiti perlopi da divani,
alcuni dei quali occupati da coppie avvinghiate in intimi abbracci che la penombra solo in parte
oscurava. Una bella cameriera portoghese ci port i menu. Erano scritti in cinese e portoghese. Delilah
sorrise e disse: Prendo quello che prendi tu.
Nella luce fioca i suoi occhi parevano pi grigi che blu. Mi piaceva il modo in cui
quell'illuminazione ammorbidiva i suoi tratti, colorava il suo sguardo e disegnava il suo sorriso
conferendole un'ambiguit affascinante.
Consultai il menu e vidi che nel locale non servivano single malt di qualit. Ordinai allora della
caipirinha.
La cameriera si allontan.
Delilah e io restammo per un attimo in silenzio. Poi, lei si sporse verso di me e guardandomi
negli occhi mi domand: Allora? C'era qualcosa che volevi darmi?
La guardai. Perch avevo l'impressione che quella sua domanda fosse intrisa di doppi sensi? Era
attraente, come ho gi detto; anzi, pi che attraente, ma non bastava. Mi guardava in un modo da cui
traspariva un'evidente apprezzamento sessuale... Proprio come avrei potuto sperare che mi guardasse
una donna desiderabile.
E riusciva a farla sembrare una cosa naturale, vera. Avrei dovuto andarci cauto.
In che senso? le domandai.
Devo proprio essere pi esplicita? mi domand lei, in tono chiaramente allusivo.
Mi chiesi quale risposta si attendesse. Visto quello che sapevo sul suo cellulare e sul computer
di Belghazi, era naturale che mi vedesse come una potenziale minaccia. E probabilmente si aspettava
che sfruttassi il pretesto del video per difendermi da lei. Decisi di sorprenderla.
Quella storia del video era un bluff, le dissi, e secondo me lo sai anche tu. Senza questo
espediente, temevo che tu potessi decidere di svegliare Belghazi.
Dopo un breve silenzio, disse: Non hai paura che, senza video, io possa tentare qualcos'altro?
Mi strinsi nelle spalle. S, un po'...
Perch allora me lo hai detto?
La guardai. Non sono una minaccia per te.
Lei sollev un sopracciglio. Come quando un cane mostra la pancia?
Io sorrisi. Be', io ho gi visto la tua...
Lei ricambi il sorriso. Questo  vero.
Il sorriso indugi sulle sue labbra e io sentii qualcosa irrigidirsi nelle parti basse. Ciononostante
pensai: "Non
essere stupido. Questo  il suo modo di giocarsela:  cos che lei induce il prossimo ad
abbassare la guardia."
Va bene. Cos non hai il video, disse Delilah poco dopo. Continuava a guardarmi negli occhi.
E allora cosa facciamo, adesso?
L'irrigidimento si aggrav. Capii, allora, che me la sarei cavata molto meglio, quella sera, se,
prima di uscire, avessi potuto svitare e lasciare in un cassetto quella dannata parte di me.
Trovai, per, un mezzo meno estremo per difendermi.
Pensai per un attimo alle decine di altri uomini che aveva ingannato in quel modo prima di me;
a come, per lei, io non fossi che l'ennesimo scemo, un'altra vittima da prendere e manipolare per il
pisello. Quel pensiero ebbe l'effetto di irritarmi, ed era proprio quello che mi ci voleva, perch mand
in corto circuito la mia inevitabile reazione limbica e mi restitu almeno in parte l'espressione che
volevo proiettare.
Ehi, Delilah, dissi sommessamente, lasciando trasparire dal mio sguardo una lieve freddezza,
smettiamola con queste stronzate. Non sono qui per flirtare con te. Potremmo aiutarci a vicenda, forse,
ma sar impossibile se tu continui a trattarmi come un quattordicenne sprizzante testosterone al primo
appuntamento con una ragazza. Okay?
Lei sorrise e inclin la testa, e l'unico effetto fu quello di accrescere il suo fascino. Perch mai
dovrei tentare di adescarti? domand.
Volevo farle cambiare atteggiamento, costringerla ad abbandonare quel terreno a lei fin troppo
favorevole. Per il momento, per, non ci stavo riuscendo.
Perch sei molto brava, in questo, risposi, senza distogliere lo sguardo, e a tutti piace fare le
cose in cui eccellono. Cristo, se assegnassero l'Oscar anche nel tuo campo, saresti sicuramente premiata
come migliore attrice.
Socchiuse leggermente gli occhi, ma a parte questo
conserv il suo aplomb. Eppure, avevo la vaga sensazione di avere imboccato la strada giusta.
A quanto pare, hai un'opinione di te piuttosto scarsa, disse.
Mi aspettavo una risposta del genere. La maggior parte degli uomini non si sognerebbe neppure
di fare qualcosa che possa pregiudicare le loro possibilit di portarsi a letto una donna stupenda.
Delilah conosceva bene il meccanismo. Vi aveva appena fatto esplicitamente ricorso, invocandolo
persino.
A dire il vero, ho un'opinione di me piuttosto alta, risposi, ma ti ho vista al lavoro con
Belghazi, e lui  molto pi sveglio della media. So bene quello che sei in grado di fare, e vorrei che la
smettessi di provarci con me. Ammesso che tu sia in grado di smetterla, ovviamente, perch magari fai
questo giochetto da cos tanto tempo che non puoi pi farne a meno.
Per la prima volta la vidi smarrire almeno un po' della sua compostezza. Ritrasse lievemente il
capo, con un movimento che non fu esattamente un sussulto, e spalanc gli occhi a denotare un piccolo
afflusso di adrenalina.
Che cosa vuoi, allora? mi domand dopo una breve pausa. I tratti del viso erano impassibili,
ma i suoi occhi tradivano una certa rabbia, e la sua postura era un po' pi rigida di prima. Questa
combinazione di effetti le confer uno sguardo pericoloso. Era la prima volta che riuscivo a dare
un'occhiata alla persona vera che stava dietro la maschera, la prima occasione che avevo di vedere al di
l di quello che lei voleva mostrarmi.
La cosa incredibile fu che con ci lei risult ancora pi bella di prima. Era come vedere la vera
bellezza di una donna dopo la rimozione del trucco che era servito solo a offuscarla, il volto di una
geisha ancora pi strabiliante senza il rituale strato di biacca.
La stessa cosa che vuoi tu, risposi. Vorrei evitare
che ci intralciamo a vicenda nello svolgimento del nostro lavoro.
E quale sarebbe il nostro lavoro?
Sorrisi. Qui cominciano i problemi, vero? dissi.
Gi... fece lei. La sua espressione cambi: se prima era incazzata, ma con un evidente sforzo
di non darlo a vedere, ora si era fatta pi chiusa e indecifrabile. Sapevo che le mie parole l'avevano
colpita, ma ancora non mi era chiaro quale nervo avessi toccato, e non potei fare a meno di ammirare la
sua pronta capacit di recupero.
Perch non partiamo da quello che sappiamo? proposi. Tu cercavi qualcosa sul computer di
Belghazi.
Lei sollev un sopracciglio, ma non disse nulla. Nel suo sguardo era tornato a manifestarsi quel
lieve e incongruo umorismo.
Per non sei ancora riuscita a trovarlo, ripresi io. Belghazi non si separa mai dal suo
computer, e quando finalmente hai potuto metterci le mani non sei riuscita a superare la barriera della
password.
Dovremmo parlare anche delle altre cose che sappiamo, disse lei.
E cio?
Di quello che tu vuoi da Belghazi.
Mi strinsi nelle spalle. I miei affari con Belghazi sono d'altro genere. Non mi interessa cosa c'
sul suo computer.
Gi, non sembravi tanto interessato al suo computer, quanto piuttosto alla sua persona.
Non dissi nulla. Non c'era ragione di confermare le sue intuizioni.
E lui era l. Incosciente. Inerme. Mi sono domandata: "Perch quell'uomo se n' andato senza
finire il lavoro?"
Tu ignori il motivo per cui io sono entrato nella sua stanza, dissi, anche se lei lo sapeva
benissimo.
Mi avevi atterrato, e io ero chiaramente disarmata,
disse guardandomi. Non avrei potuto fare nulla per ostacolarti, e tu lo sapevi, ma hai
rinunciato.
Mi strinsi nelle spalle, sempre in cerca di un modo per depistarla. Forse perch non volevo fare
del male a una donna nuda, dissi.
Lei scosse la testa. Ho conosciuto diversi uomini spietati, uomini che sono in grado di agire
senza esitazioni. Conosco il tipo.
Non mi aspettavo il tuo arrivo. Mi hai preso alla sprovvista.
Lei sorrise, e io capii che stava cambiando la sua diagnosi. Pu darsi. Oppure pu essere che i
tuoi "affari" con Belghazi dovessero essere sbrigati in modo... riservato. In modo che nessuno potesse
intuire un intervento esterno. E questo sarebbe stato chiaramente impossibile in presenza di altri.
Non mi aspettavo da lei quel tipo di ragionamento. Io, in genere, sono abbastanza bravo a
mettermi nei panni del mio prossimo, a prevedere le mosse altrui, ma lei, in quel caso, si era dimostrata
pi brava di me. Era ora di riprendere l'iniziativa, di concedermi un secondo per riflettere.
Che buffo! Stavo appunto ponendomi all'incirca le stesse domande sul tuo conto, dissi. Per
esempio: "Perch lei e la gente per cui lavora non sono semplicemente scappati con il computer?"
Lei accenn un sorriso, forse a conferma dei miei sospetti.
Fammi indovinare, dissi. Se Belghazi si fosse accorto che le informazioni contenute nel suo
computer erano state compromesse, avrebbe adottato contromisure adeguate. Anzi, no: se Belghazi
fosse stato per te l'unico motivo di preoccupazione, l'avresti eliminato tu stessa e ti saresti portata via il
computer con comodo. Lui, dunque, non  l'unico in grado di adottare contromisure se il computer
dovesse essere rubato. Ci sono altri, persone
o organizzazioni, che verrebbero messe in allarme dal furto delle informazioni che cercavi. E se
le otterrai, sar essenziale che costoro non lo sappiano. Mi sbaglio? Forse non sono l'unico che ha
bisogno di agire in modo "riservato".
Lei inclin il capo, come se finalmente avessi cominciato a dire qualcosa di interessante. S,
disse. Rubare  facile. Rubare senza che la vittima del furto se ne accorga...  pi complicato.
La cameriera ci port la caipirinha in bicchieri ghiacciati e si allontan. Delilah bevve un lungo
sorso. Lo stesso vale per te, aggiunse. Uccidere  facile. Uccidere qualcuno e dare l'impressione che
la morte non sia un omicidio  un po' pi difficile: quello richiede una certa... abilit.
Usava questo e quello in modo vagamente meccanico, come chi abbia imparato l'inglese
non dalla nascita. Rubare era questo, uccidere era quello; il primo era per lei, l'altro per me.
Ebbi la sensazione che questi usi verbali non fossero deliberati. Li interpretai quali ulteriori piccole
conferme della correttezza delle mie deduzioni sui suoi fini.
Restammo in silenzio per un po', impegnati a digerire quello che ci eravamo detti e a
riconsiderare la situazione.
A quanto pare siamo in una posizione speculare, disse. Forse possiamo aiutarci a vicenda.
Non sono sicuro di riuscire a seguirti, le dissi, anche se non era vero.
Lei scroll le spalle. La tua presenza, in effetti, mi complica il lavoro. E la mia presenza lo
complica a te. In questo senso, siamo in una posizione speculare.
I tuoi specchi potrebbero essere leggermente distorti, dissi, ingollando un sorso di caipirinha.
Se dovesse succederti qualcosa, Belghazi si allarmerebbe. O, in subordine, la sua eliminazione
potrebbe non sembrare naturale. Se invece succedesse qualcosa a me...
S, disse, hai ragione. La gente con cui lavoro ha fatto la stessa osservazione quando ne
abbiamo parlato. C'era chi aveva intenzione di mandare una squadra per eliminarti.
Gli hai spiegato che devono mettersi in coda?
Lei rise. Gli ho detto che avrei considerato un errore un'eventuale azione ostile nei tuoi
confronti. Ho visto in che modo hai studiato la sala quando sei entrato al casin. Ho visto benissimo
come continui a guardarti le spalle senza dare nell'occhio. Anche questo tavolo, l'hai scelto perch era
in un angolo, in modo da poterti sedere con le spalle alla parete.
Lo stesso vale per te.
Sapevi bene che non ti avrei permesso di lasciarmi con le spalle verso le scale, anche perch il
posto l'avevi scelto tu.  stato un compromesso.
Vero.
In ogni caso hai l'aria di chi ha molta esperienza e competenza, anche se credi di essere bravo
a nasconderlo. Ho detto alla mia gente che ucciderti non sarebbe stato facile e che probabilmente
sarebbe successo un macello. Il genere di macello che avrebbe insospettito Belghazi. Ha un istinto
acutissimo, come sicuramente gi sai. Dubito che qualcuno sia riuscito ad avvicinarsi a lui pi di te.
Se escludiamo te...
Lei sorrise, e io vidi di nuovo quel suo sguardo da camera da letto. Ho risorse che a te
mancano. Bevve un sorso di caipirinha.
D'accordo. Che cosa proponi?
Si strinse nelle spalle. Ho detto ai miei che agire contro di te non sarebbe stata una buona idea,
anche se non era da escludersi, nel caso tu avessi continuato ad agire in modo irragionevole. Se tu non
ci avessi lasciato scelta...
La guardai, lasciando trasparire di nuovo una certa freddezza. Dubito che le persone per cui
lavori siano in possesso di informazioni sul mio conto, le dissi, ma se
cos fosse ti avrebbero detto che alle minacce reagisco male, in modo addirittura irrazionale.
Non ti sto minacciando.
Sii pi convincente.
Ascolta: tu sai cosa vogliamo da Belghazi. E noi sappiamo quello che vuoi tu. Stai alla larga
per qualche giorno. Dammi il tempo di procurarmi quello che mi serve. Dopo di che avrai campo
libero.
Io ho gi campo libero.
Lei scosse la testa. Quell'occasione capita una volta su un milione. Qualcuno, forse tu stesso,
gli ha messo qualcosa in quello che ha mangiato o bevuto. Se capiter di nuovo, lui capir che c'
qualcosa di strano e reagir di conseguenza, alzando la guardia. Inoltre, lui si muove molto. Sei riuscito
a rintracciarlo qui, d'accordo, ma sei sicuro di poter anticipare la sua prossima mossa?
Bevve di nuovo. Se invece ci mettiamo d'accordo, avrai un'informatrice attendibile. Quando
avremo ottenuto quello che vogliamo, non ci interessa cosa gli accadr.
Ci pensai su un attimo. C'era qualcosa di evidente, qualcosa che lei stava cercando di evitare.
Decisi di sondare il terreno.
Ho un'idea migliore, dissi. Aiutami ad avvicinarlo, e io far quello che devo fare. Quando
avr finito, tu potrai portarti via il computer.
Lei scosse la testa. Non pu funzionare.
Perch no?
Scosse nuovamente la testa. Non funzioner, punto e basta. Non posso dirti perch. Dobbiamo
fare come dico io. Concedimi solo un po' di tempo e poi ti aiuter.
Proprio come pensavo. Le informazioni contenute nel computer di Belghazi avrebbero perso
valore se Belghazi fosse morto prima che Delilah fosse riuscita a impossessarsene.
La guardai e dissi: Se anche avessi bisogno del tuo
aiuto perch mai dovrei fidarmi di te? Una volta ottenuto quello che ti serve, potresti sparire e
basta.
Delilah fece spallucce. Questa, per, sarebbe per te la peggiore delle ipotesi, o no? Nella
migliore, invece, io potrei restare e aiutarti. E ti assicuro che puoi credermi, perch sarebbe fantastico
per noi se, dopo avere ottenuto le informazioni che ci servono, dovessimo assistere alla morte
"naturale" di Belghazi. Se invece morisse in modo... "violento", il discorso sarebbe diverso.
Evidentemente hai una certa fiducia nelle mie capacit di farcela...
Lei scroll nuovamente le spalle. Dal tuo comportamento nella suite ho dedotto che proprio
quella era la tua intenzione. E se sei davvero l'uomo che noi crediamo tu sia, le capacit per farlo non ti
mancano di certo.
Sollevai le sopracciglia.
Avevi ragione. Ho chiesto alla mia gente di svolgere qualche ricerca sul tuo conto, riprese lei.
Non avevo molti elementi a disposizione: maschio, tratti asiatici, sulla cinquantina, lingua inglese
dall'accento americano, abile nel combattimento corpo a corpo e a muoversi senza farsi vedere,
estremamente freddo anche in situazioni difficili...
Sembra il testo di un'inserzione sul giornale, commentai.
Mi ignor, ...e probabilmente intenzionato a eliminare Belghazi in modo da farla sembrare una
morte naturale.
E allora? Hanno trovato qualcosa? domandai in tono pacato.
Nei nostri archivi non c'era nulla di specifico, disse, ma abbiamo recuperato alcune notizie
interessanti da fonti di dominio pubblico, soprattutto dalla rivista "Forbes". Una serie di articoli scritti
da un certo Franklin Bulfinch, morto non tanto tempo fa a Tokyo. Dai suoi scritti risultava che in
Giappone circolava un assassino capace di far passare i suoi omicidi per decessi naturali. Fece una
pausa e mi guard in faccia. E io ho l'impressione di avere a che fare proprio con quest'uomo
misterioso.
Per chiunque lavorasse, era sicuramente gente in gamba. Era notevole il modo in cui avevano
utilizzato fonti di dominio pubblico. I servizi di intelligence, di solito, ritengono che se un documento
non ha il timbro Top Secret e non  contenuto in una cartelletta color malva non merita di essere preso
in considerazione. Io, per, so come funzionano certe storie segrete e come lavorano i vari Bulfinch, e
so che i servizi segreti potrebbero imparare pi cose leggendo Forbes o l'Economist di quante i
giornalisti ne scoprano parlando con i servizi segreti.
Di quanto tempo hai bisogno? domandai.
Non molto. Due giorni, forse tre.
Come fai a esserne certa?
Non posso dirtelo, ma  sicuro. Bevve un altro sorso di caipirinha. Fidati di me.
Io scoppiai a ridere.
Lei ritrasse il capo simulando indignazione. Io, per, mi sono fidata di te. Ti ho fatto uscire
dalla suite, o no?
Solo perch credevi che ti avessi filmato. Questo non  fidarsi;  cedere alle minacce.
Lei sorrise di nuovo, con gli occhi illuminati di ironia. Tu hai bisogno che io stia con lui, non
puoi agire finch sar tra i piedi. Ci significa che sei costretto a fidarti. Perch usare brutte espressioni
tipo "cedere alle minacce"?
Risi di nuovo. Aveva ragione. Non avevo molte alternative praticabili. Avrei dovuto fidarmi
di lei.
Siccome qualsiasi metodo di comunicazione diretto sarebbe stato troppo pericoloso, stabilimmo
che, se avessi avuto bisogno di vederla, avrei appiccicato un piccolo adesivo colorato sotto i pulsanti
all'interno dei quattro ascensori dell'Oriental. Avevo visto gli adesivi in un negozio di cancelleria. La
scelta era dovuta al fatto che all'interno degli ascensori avrei potuto piazzare gli adesivi
senza essere visto, e Delilah avrebbe potuto controllare diverse volte al giorno senza destare
sospetti con comportamenti insoliti; inoltre, sarebbero stati cos piccoli e discreti che nessuno, a parte
lei, ci avrebbe badato. In caso di necessit lei avrebbe fatto altrettanto. Il luogo d'incontro sarebbe stato
il casin del Mandarin Oriental quando Belghazi andava al Lisboa a giocare.
Non credo che Belghazi possa avere saputo che abbiamo lasciato il casin insieme, stasera,
disse. In caso di necessit, per, possiamo usare la storia che abbiamo concordato, e cio che io stavo
andando al Lisboa e tu mi hai chiesto se potevamo prendere il taxi insieme. C' sempre una fila di taxi
davanti all'Oriental, perci, se anche dovesse decidere di verificare, non gli riuscirebbe tanto facile.
Ci sono telecamere dappertutto, al casin del Lisboa, dissi, deciso a verificare fino a che
punto avesse previsto i possibili sviluppi. E sulle immagini registrate questa sera non ci sar traccia di
te.
Lo so, ma lui non ha modo di esaminare i nastri. E anche se fosse gli direi che ho deciso di
sbarazzarmi di te, perch mi parevi un po' troppo interessato e quindi me ne sono andata a fare
shopping nel centro commerciale dell'hotel, dove non ci sono telecamere.
E quanto a me? domandai, pur prevedendo la risposta, per il gusto di ammirare la sua
scaltrezza.
Lei si strinse nelle spalle. Tu sei asiatico:  molto pi difficile individuarti tra la folla e
accertare che non c'eri. E quand'anche lui ci riuscisse, come posso conoscere la ragione per cui non sei
entrato? Magari tu non avevi nessuna voglia di andare al Lisboa, stasera, e stavi solo tentando di
rimorchiarmi. Magari, dopo essere stato scaricato, ti sei scoraggiato e te ne sei andato.
Bevvi un lungo sorso. Come spiegare, allora, la nostra reciproca indifferenza se dovessimo
incrociarci, per esempio, nell'atrio del Mandarin? Di solito, due persone
che giocano a baccarat allo stesso tavolo e poi condividono un taxi, non si comportano come
estranei se si incontrano.
Lei sorrise, chiaramente compiaciuta della mia insistenza. Pu essere che tu sia rimasto male
per il risultato del nostro incontro e abbia deciso di ignorarmi.
 plausibile, ma non puoi essere sicura che tutto fili liscio. Se anche una cosa ha una
spiegazione ragionevole, c' gente che pu ignorarla e pensare male.
Certo, ma  molto improbabile che qualcuno ci abbia notato e si sia incuriosito. Il resto  solo
una copertura per la peggiore delle ipotesi.
Annuii, sinceramente impressionato. Sapevo che le sue spiegazioni sarebbero andate anche pi
a fondo, tenendo conto di eventualit ora pi remote. Se Belghazi avesse saputo che era stata vista in
quel bar con me, lei gli avrebbe risposto che era annoiata, perch lui era sempre via. E che al mio
invito, aveva accettato, ma poi aveva lasciato perdere, perch non voleva che lui si ingelosisse o
pensasse male di lei. Confessando un affronto di scarso rilievo avrebbe celato il vero motivo del suo
colloquio con me.
S, era brava. La migliore che mi fosse capitato di incontrare da molto tempo a quella parte.
Me ne andr prima io, disse, alzandosi. Non c'era bisogno di spiegazioni. Non volevamo farci
rivedere insieme. Lei fece per aprire la borsa.
Vai, le dissi. Ci penso io.
Lei sollev un sopracciglio.  il nostro primo appuntamento? Lo disse con la sua personale e
attraente ironia, non per fare la smorfiosa.
Le sorrisi. Forse, allora,  meglio che paghi tu. Non vorrei che ti facessi idee sbagliate.
Lei mi guard per un attimo, come se stesse valutando l'opportunit di dire qualcosa. Alla fine,
per, si limit a sorridere, si volt e se ne and. La immaginai mentre controllava la via dalle vetrine
prima di uscire.
Terminai la mia caipirinha. Le coppie sui divani erano sempre avvinghiate.
Pagai il conto e uscii. Mi domandai se Keiko fosse nella nostra stanza d'albergo ad aspettarmi.
Stranamente, speravo di no.
***
5
Keiko e io trascorremmo i due giorni successivi a fare le classiche cose da turisti. Visitammo
Coloane e Taipu. Salimmo in cima alla Macau Tower. Facemmo il giro delle chiese portoghesi e dei
musei nazionali e giocammo d'azzardo al Casin Galleggiante. Keiko sembrava divertirsi. Per me,
invece, fu una lunga, ininterrotta attesa.
Mi ritrovai a desiderare di non avere bisogno della copertura garantitami da Keiko. Era una
ragazza simpatica, e fisicamente mi attraeva, ma mi ero stancato della sua compagnia. Oltretutto, non
mi piaceva l'idea che Belghazi e Delilah sapessero della mia presenza al Mandarin, anche se il rischio
non era dei pi gravi, perch Belghazi non poteva immaginare che io fossi per lui una minaccia, e
Delilah aveva ottimi motivi per astenersi da iniziative per me dannose, almeno per il momento. Il
rischio, poi, doveva per forza essere corso: se Belghazi avesse saputo della mia partenza dal Mandarin
e poi mi avesse rivisto a Macao, gli sarebbe sorto qualche sospetto. Sapevo per certo che era sensibile a
quel genere di piccole cose. Insomma, dovevo starmene quieto e quanto mai attento a quello che mi
accadeva intorno.
Due volte Keiko e io prendemmo il traghetto Turbojet per Hong Kong. Nel primo caso le diedi
del denaro da spendere nelle numerose boutique dell'isola, a mo' di piccolo pegno da pagare al mio
decrescente entusiasmo nei suoi confronti, e quando lei and a fare acquisti, io vagai senza meta,
osservando, imitando, esercitandomi nella parte dell'hongkonghese, la pi utile per camuffarsi, sia l sia
a Macao: l'andatura, la postura, gli abiti, l'espressione. Comprai un paio di occhiali dalla sottile ed
elegante montatura di metallo, assai in voga a Hong Kong. Mi procurai una di quelle valigette che la
maggior parte degli abitanti maschi dell'isola porta sempre con s e che appartengono ormai alla cultura
locale, incentrata sulla costante disponibilit a concludere affari. Acquistai degli abiti in normali
negozi, con la certezza - purch evitassi di aprir bocca - di non essere individuato come elemento
estraneo al contesto demografico.
In partenza per la seconda gita a Hong Kong, mentre attraversavamo l'atrio del Mandarin
Oriental di Macao, la mia attenzione fu sollecitata dalla presenza di un arabo. Mai visto. Non era uno
dei guardaspalle di Belghazi. Presi nota mentalmente della sua posizione, ma non diedi il minimo
segno di aver fatto caso a lui, che invece era tutt'altro che discreto. Quando mi voltai dalla sua parte,
lo sorpresi a guardarmi in faccia con espressione intenta; con l'aria di chi, in un contesto meno
equivoco, vedendo passare una presunta celebrit si interroghi sull'opportunit di chiedere un
autografo, con il rischio di sbagliare persona e fare la figura dello scemo. Nel mio ambiente,
quell'espressione  tipica del palo che sbircia nell'abitacolo di un'auto di passaggio in un luogo
prestabilito e poi comunica via radio ai propri compatrioti, appostati cinquanta metri pi avanti, che  il
momento di agire, se si vuole portare a termine il sequestro previsto, sparare qualche ben assestata
raffica di kalashnikov o far detonare una bomba gi collocata lungo la strada.
Ordinarie misure di sicurezza da parte di Belghazi, forse, che voleva tenere d'occhio il viavai
all'hotel, in cerca di eventuali movimenti o figuri sospetti.
D'istinto non mi accontentai di questa spiegazione. E
il mio istinto  la cosa di cui mi fido di pi al mondo.
"Delilah." Sentii montare dallo stomaco una collera
sorda. Non capita spesso che io mi lasci abbindolare,
ma lei ce l'aveva fatta. Mi aveva indotto a credere che i nostri interessi potessero in qualche
modo coincidere.
Sennonch i nostri interessi coincidevano davvero. Quello che lei mi aveva detto era
perfettamente plausibile. Agire contro di me, invece di attendere fiduciosa che io tenessi fede
all'accordo preso, avrebbe comportato per lei un rischio non necessario. E se anche avesse deciso di
correrlo, questo rischio, l'avrebbe fatto in modo meno scoperto. Un non-asiatico che se ne sta nell'atrio
dell'hotel e, appena mi vede comparire, strabuzza gli occhi e mi fissa... Non poteva essere uno dei soci
di Delilah. Lei ci sapeva fare, e io l'avevo appurato. Non avrebbe mai ammesso un comportamento cos
dilettantesco.
Forse, per, mi sfuggiva qualcosa. Non potevo esserne sicuro.
"Lascia perdere. Procedi per ordine."
Okay. Keiko e io proseguimmo con la nostra andatura, sorridendo e chiacchierando, come una
normale e felice coppia di turisti che si guardasse intorno piena di meraviglia. Avrei potuto invertire la
marcia e uscire dal retro. Non volevo, per, dare all'arabo la sensazione di essermi accorto di lui,
perch in seguito avrei potuto trarre vantaggio dalla mia apparente inconsapevolezza. E poi non
credevo che mi avrebbe aggredito in un luogo cos frequentato, ammesso che quella fosse la sua
intenzione. Macao  una penisola, ed eventuali aggressori avrebbero certamente scelto un luogo che
consentisse loro di fuggire e farla franca. Procedemmo, perci, verso l'uscita principale, dove
prendemmo un taxi che, dopo un breve tragitto, ci lasci al terminal dei traghetti di Macao.
Sceso dal taxi non notai segnali di pericolo n davanti all'edificio n nell'atrio al pianterreno. L,
per, il posto adatto per aggredire una vittima predestinata era il piano immediatamente superiore, dove
i passeggeri salivano a bordo delle navi. Se volevi accertarti che il tuo obiettivo fosse in partenza per
Hong Kong, la sala d'imbarco era l'unica vera strozzatura dell'edificio.
E fu proprio l che notai un secondo uomo, anche lui arabo: un gigante barbuto con il fisico da
linebacker. Con la sua giacca costosa e un paio di lenti scure, se ne stava accanto a uno degli sportelli
bancomat della sala, un po' perch questo offriva una giustificazione alla sua presenza in quel punto e
un po' perch da l si poteva tenere tutto sotto controllo. Anche in quel caso, continuai a muovermi
come se non mi fossi accorto di nulla.
Quegli arabi erano cos vistosi da indurre in me il sospetto che si trattasse di specchietti per le
allodole, comparse piazzate l apposta per far da schermo ad altri... Asiatici, magari. Decisi che era
possibile, ma non tanto probabile. Il mio radar non segnalava altre presenze incongrue. Spedire fin l
quei tizi, quale che fosse la loro provenienza, sarebbe comunque stato un modo assai dispendioso, in
tempo e denaro, per conseguire il minuscolo vantaggio che la loro distrazione avrebbe potuto fornire.
Ebbi, invece, la netta sensazione che il problema che mi si poneva non fosse pi grave di quanto
apparisse. Di certo quei tizi sapevano di balzare alquanto all'occhio. Tuttavia, non mi conoscevano
abbastanza da capire che io avrei attribuito un grande rilievo alla loro presenza e agito di conseguenza.
Non avevano riflettuto su un elemento cruciale, cio sul modo in cui io avrei interpretato la loro
relativa vistosit. Peggio per loro.
Il passaggio in traghetto fino a Hong Kong dur un'ora. Non c'erano mediorientali a bordo n
altre presenze inquietanti.
Al terminal marittimo di Shun Tak presentammo i nostri passaporti alla dogana e sbucammo
nell'atrio principale, davanti al cancello degli arrivi.
Scorsi immediatamente il terzo uomo. Un altro arabo, capelli lunghi, baffi, completo blu navy,
camicia bianca con il colletto sbottonato, lenti scure dall'aria elegante.
Diversamente dalla maggior parte delle persone che erano giunte ad attendere i passeggeri in
arrivo da Macao e sostavano proprio davanti al gate, lui era appoggiato con aria noncurante a una
transenna, dietro la zona a cielo aperto che si trovava al centro dell'atrio. Evidentemente, il mio nuovo
amico aveva paura di avvicinarsi troppo e di essere individuato. Il suo tentativo di trovare una
posizione pi appartata, per, aveva sortito tutt'altro effetto.
Scendemmo con la scala mobile e, giunti all'ammezzato, ci spostammo verso il lato opposto di
quello spazio e, compiendo una curva di centottanta gradi, andammo a prendere un'altra scala mobile
per scendere al pianterreno. Mentre eseguivo quella curva a U, vidi sulla scala mobile da cui Keiko e io
eravamo appena scesi uno dei pedinatori, che ribattezzai Occhiali-da-sole.
Mi soffermai davanti alla vetrina di un tabaccaio prima di prendere la seconda scala mobile. Mi
posizionai in modo che Keiko mi stesse di fronte, con le spalle rivolte alla vetrina.
Keiko, le dissi in giapponese, fammi un favore. Da' un'occhiata alle mie spalle... Con aria
indifferente, mi raccomando. Non indugiare con lo sguardo su nulla e nessuno. E dimmi cosa vedi.
Lei guard e si strinse nelle spalle. Non saprei... C' molta gente. Devo fare caso a qualcosa in
particolare?
Vedi uno straniero? Un tizio che potrebbe essere arabo, magari... Non fissarlo, limitati a una
rapida occhiata e poi guarda altrove... Altra gente, le vetrine... Sei soltanto stufa di aspettare e, mentre
io guardo le vetrine, ti guardi intorno, okay?
Cosa succede? domand lei, e nella sua voce colsi una certa inquietudine.
Io scossi la testa e sorrisi. Niente di preoccupante. Mi piazzai davanti a lei per impedirle di
scrutare oltre, le appoggiai una mano sul fondoschiena e la indussi a
muoversi con una leggera pressione del palmo. Ora, senza guardarti indietro, dimmi che cosa
hai visto.
C'era un arabo con un completo giacca e pantaloni.
Che cosa faceva?
Parlava al cellulare. Mi  parso che ci fissasse, ma appena ho cominciato a guardare intorno lui
ha distolto lo sguardo. Lo conosci?
Pi o meno.  difficile spiegare...
Come diceva Ian Fleming? Una volta non  nulla. La seconda volta,  una coincidenza. La
terza, per,  il tuo nemico in azione. E a me, in genere, non piace attendere che si accumulino tutti
questi indizi. Era ora di agire.
In strada prendemmo un taxi. Aprii la portiera e feci salire Keiko. Con la coda dell'occhio vidi il
nostro amico che gironzolava davanti a un 7-Eleven a pochi metri dalla fila dei taxi. Sapevo che anche
lui, non appena fossi salito a bordo richiudendo la portiera, avrebbe preso un taxi.
Mentre ci allontanavamo, utilizzai il mio specchietto da dentisti per verificare. Keiko mi
osserv senza dire nulla. Mi domandai che cosa stesse pensando. Il tassista sembrava incurante. Era
assorto nell'ascolto di un variet radiofonico, il cui conduttore parlava con voce congestionata da
un'ilarit forzata.
Chiesi all'autista di portarci alla filiale della Citibank accanto alla stazione centrale della
metropolitana. Uno dei miei vari alter ego ha un conto corrente alla Citi. E io non esco mai senza
portarmi dietro la corrispondente carta bancomat.
Entrammo in banca, e Keiko attese, mentre io prelevavo cinquantamila dollari di Hong Kong,
all'incirca l'equivalente di settemila dollari USA. Il prelievo era superiore al limite massimo consentito,
e io dovetti passare allo sportello. L'impiegato mi infil il denaro in una busta. Lo ringraziai e tornai da
Keiko.
Ti va di andare a fare un po' di shopping? le domandai, mostrandole la busta rigonfia.
Eravamo circondati da
negozi di Herms, Prada, Tiffany, Vuitton e altri ancora, che la attraevano molto. Se non ti
dispiace, vorrei comprarti qualcosa di nuovo.
Lei sorrise, e gli occhi le si illuminarono. Hontou? Davvero? disse. Probabilmente, era
contenta che il problema con l'arabo, di qualunque cosa si trattasse, fosse superato.
La portai da Marks 8c Spencer, poco lontano, lungo la via, una meta che a me interessava pi
per l'aspetto architettonico che per le merci in vendita. La facciata era interamente di cristallo a lastre e
garantiva un'ottima visuale sulla via antistante. Keiko e io ci fermammo a curiosare tra i capi di seta e
cashmere, e in quel frangente vidi Occhiali-da-sole e due altri suoi compari che si appostavano
all'esterno del grande magazzino: due davanti alla banca HSBC, l'altro davanti alla gioielleria Folli
Follie.
Dal modo in cui si erano raggruppati trassi la convinzione che non stessero pi soltanto
inseguendomi. Altrimenti non si sarebbero messi cos vicini tra loro, secondo uno schema
assolutamente controproducente a fini di sorveglianza, ma indicato, invece, nel caso in cui l'intenzione
sia aggressiva. Si stavano preparando ad agire e volevano farlo in forze, schierandosi compatti in attesa
del momento giusto.
Bene. Era ora di uscire. Da solo.
Mi avvicinai a Keiko e la presi delicatamente per un braccio.
Keiko, ascoltami bene: sta per succedere qualcosa di brutto. Ora ti dir quello che devi fare per
uscirne senza danni.
Lei scosse leggermente la testa, come per schiarirsi le idee. Come dici?
Ci sono degli uomini che mi seguono. Tra questi c' anche l'arabo con il cellulare. Vogliono
farmi del male. Se sarai con me, faranno del male anche a te.
Lei mi rivolse un sorriso esitante, come se sperasse
che io facessi altrettanto e le dicessi che era tutto uno scherzo. Scusa, disse. Non... non
capisco. Il sorriso si allarg per un istante, ma poi scomparve.
Lo so, ma non ho tempo per spiegarti. Ecco, prendi questi. Le passai la busta. Ce n'
abbastanza per tornare in Giappone, e anche qualcosa in pi. Hai con te il passaporto. Vai a prendere il
primo aereo e dileguati.
Sei... sei scontento di me? mi domand, preoccupata a livello professionale. Affari suoi, non
miei.
Sono contentissimo. Guardami in faccia: quello che ti ho detto  vero. Devi filartela da qui
immediatamente, se non vuoi che ti accada qualcosa di male.  me che cercano. Tu non gli interessi.
Prima che lei potesse fare altre domande, aggiunsi: Ti spiego come muoverti. Per un'altra decina di
minuti, te ne resterai tranquilla. Io mi allontaner, e quegli uomini mi seguiranno. Trascorsi i dieci
minuti, dovrai andartene anche tu. Entra in uno dei negozi per signore che ci sono qui intorno. Di' che
c' un tizio che ti molesta e che vuoi seminarlo. Di' che ti sta seguendo, che ti aspetta fuori dal negozio.
Ti faranno uscire dal retro, per ingannare il tuo presunto inseguitore. Se non funziona al primo
tentativo, riprova.
Io non...
Ascolta. Usa i taxi. Entra nei negozi in cui gli uomini, di solito, non entrano. Questo ridurr le
possibilit che qualcuno ti segua. Non credo, infatti, che questa gente operi in gruppi misti. Entra dal
davanti ed esci dal retro. Prendi tutti gli ascensori che puoi.  difficile seguire qualcuno in ascensore
senza farsi scoprire. Resta in luoghi pubblici e frequentati.
Lei scosse la testa. Perch dovrebbero...? Non...
Non credo che qualcuno ti seguir. Per loro tu non conti. Io, per, voglio andare sul sicuro,
okay? Non voglio che tu corra rischi. Quando sarai certa di non essere pedinata, va' all'aeroporto e
prendi il primo volo in partenza per il Giappone. L non ci sar pi pericolo.
Lei scosse nuovamente la testa. Io... Ho lasciato delle cose in hotel. Non posso andarmene cos
su due piedi.
Se tornerai all'hotel ti seguiranno di nuovo, nella speranza che tu possa condurli da me.
Ma...
Non  il caso di morire per le cose che hai lasciato in albergo, Keiko. O mi sbaglio?
Spalanc gli occhi.
Mi sbaglio? ripetei.
Lei scroll il capo. Se fosse convinta o incredula non fui in grado di stabilirlo.
Volevo muovermi, ma lei aveva bisogno di sentirsi dire un'ultima cosa. Keiko, le sussurrai,
avvicinandomi, tra pochi minuti, un'ora al massimo, questa conversazione comincer ad apparirti
irreale. Inizierai a credere che io mi sia inventato tutto per sbarazzarmi di te o altre cose del genere.
Sarai tentata di tornare al Mandarin per venire a cercarmi, ma io non ci sar. Neanch'io posso tornarci.
Mi sembri una ragazza sveglia, e hai davanti a te un futuro di cose bellissime. Non fare stupidaggini,
oggi. Non  uno scherzo.
Girai i tacchi e me ne andai. Avevo fatto tutto il possibile. La scelta, ora, toccava a lei.
Mi diressi verso la stazione centrale della metropolitana. Non sapevo se fossero armati, e dal
modo in cui si erano piazzati non ero certo di poterli stendere tutti e tre per poi allontanarmi senza
problemi. In zona, inoltre, c'erano diversi poliziotti in divisa. La presenza della polizia, almeno in un
primo momento, avrebbe inibito i miei amici tanto quanto inibiva me. Decisi di portarli in qualche
localit panoramica, in un posto tranquillo dove potessimo tutti lasciarci un po' andare.
Non era un'impresa da poco. L'istinto mi diceva che, per come si erano mossi durante il
pedinamento, quelli stavano solo aspettando di trovarsi nel posto pi adatto allo svolgimento della loro
missione. Un posto insolitamente poco frequentato o magari super-affollato, dove potessero agire e
dileguarsi senza il rischio di essere bloccati o, magari, di rimanere impressi a qualche testimone. Finch
tali condizioni non si fossero verificate, quegli uomini avrebbero probabilmente continuato a
trattenersi. Solo per paura di perdermi, o di essere giocati, sarebbero passati precipitosamente
all'azione.
Speravo di non essermi sbagliato. Era difficile esserne sicuri. Ero abituato ad avere a che fare
con i servizi segreti occidentali e la yakuza, non con potenziali fanatici originari di quella cultura il cui
pi recente contribuito alla civilt mondiale consiste nella diffusione dei kamikaze.
Presi la scala mobile e scesi in metropolitana ad andatura piuttosto sostenuta, per evitare che,
nel caso mi fossi sbagliato, loro potessero sopraffarmi. La stazione era piena di telecamere a circuito
chiuso, e per una volta me ne rallegrai. Se non volevano finire immortalati in video nel compimento
della loro missione, i Magnifici tre avrebbero dovuto aspettare ancora un po'. Quel tanto che avrebbe
fatto al caso mio.
Sempre che quelli se ne fossero accorti, delle telecamere. Supporre che il tuo nemico sia
intelligente  rischioso quanto crederlo stupido.
Arriv un treno diretto a Tsuen Wan, e io lo presi. I miei amici salirono sulla stessa carrozza,
anche se all'estremit opposta. Come volevasi dimostrare. Si tennero a distanza, per non dare troppo
nell'occhio, senza accorgersi del fatto che io li avevo gi visti.
Decisi di portarli a Sham Shui Po, un coloritissimo quartiere di West Kowloon. In condizioni
pi favorevoli, avremmo magari incluso nel giro una visita alla bimillenaria tomba di Lei Cheng Uk
Han o al centenario tempio Tin Hau. Oppure una passeggiata a caccia di saldi sulla Cheung Sha Wan
Road, la via della moda, dove i produttori di abbigliamento vendono direttamente al
pubblico. O ancora una deviazione per andare a curiosare tra ottimi apparecchi elettronici di
seconda mano e ed e dvd pirata nel mercato delle pulci all'aperto che si tiene in zona. Quel
giorno, per, decisi di offrire loro qualcosa di pi particolare.
Scesi dal metr alla stazione Sham Shui Po, mi avviai verso i tornelli e imboccai l'uscita. Il
brulicare di gente fuori dalla stazione era tale da fare impallidire, al confronto, persino Tokyo. La via
che si estendeva davanti a me tra file di piccole case diroccate e fatiscenti palazzi per uffici pareva un
fiume di persone che scorresse tra le pareti di una gola montana. Le auto superavano a fatica incroci
congestionati, con i pedoni che le aggiravano come linfociti T all'attacco di un virus. Il bucato e i
blocchi esterni dei condizionatori d'aria erano sospesi fuori da finestre coperte di fuliggine, mentre pi
in alto i cavi dell'alta tensione attraversavano la via. Le scritte in cinese sugli edifici, con i loro colori
sbiaditi e la vernice scrostata, parevano licheni attaccati agli alberi. Scorsi un tizio emaciato in
canottiera che dormiva o era svenuto su una sedia da giardino; un altro, pi in carne, era appoggiato a
un lampione, intento a tagliarsi le unghie con suprema noncuranza. Una cacofonia indistinta avvolgeva
la zona come una nebbia: gente che strillava nei telefonini; venditori che dalle loro bancarelle
strillavano per incitare potenziali clienti; auto e clacson e martelli pneumatici. Un paio di piccioni
svolazzavano da un tetto all'altro, apparentemente divertiti dalla chiassosa folla sottostante.
I miei amici avrebbero cercato di studiare la situazione e di valutare quali fossero le
conseguenze, e le probabilit di riuscita della missione per cui erano venuti. Ci avrebbero impiegato
alcuni minuti, e non sapevano che quei pochi minuti sarebbero stati gli ultimi, per loro.
Curiosai tra le bancarelle, entrai e uscii da una serie di negozi di elettronica, controllando nel
frattempo, senza
farmi notare, che i miei amici non si fossero per caso avvicinati troppo e che non avessero
deciso di passare all'azione. A loro poteva sembrare che avessi lasciato Keiko a fare shopping per
concedermi un giro tra gingilli elettronici e software pirata. In effetti comprai un paio di calze di
spugna grigio chiaro, pesanti e lunghe fino al ginocchio; un normalissimo capellino con visiera e una
dozzina di batterie simil-Duracell. Tutto per una ventina di dollari hongkonghesi.
Camminando, mi infilai il berretto da baseball in una tasca posteriore dei pantaloni. Poi,
lavorando perlopi alla cieca, in modo che gli inseguitori non potessero vedermi, misi la mano sinistra
in uno dei calzini e vi infilai sopra il secondo. All'interno nascosi otto delle batterie che avevo
acquistato e gettai le altre in un cestino dei rifiuti, annodando poi la doppia calza appena sopra le pile,
per assicurarmi che rimanessero raggruppate. Avvolsi l'estremit aperta della calza intorno alla mano
destra, come fosse una benda, e dopo avere fatto due giri la bloccai con tre sole dita, per poi afferrare
l'estremit zavorrata della calza tra pollice e indice. Svoltai un angolo e, contemporaneamente, mollai
la presa sulla zavorra. La calza si allung di una ventina di centimetri e all'estremo della tensione, dopo
un pesante sobbalzo, si ferm. Avvolsi la parte vuota della calza intorno alla mano destra finch non mi
ritrovai il malloppo delle batterie stretto in pugno. A quel punto, mi infilai i pollici nelle tasche, per
nascondere quella frusta improvvisata alla vista di chi mi pedinava.
Percorsi in senso antiorario una traiettoria ad arco terminante presso un mercato di alimentari
coperto, un edificio di tre piani, a circa mezzo chilometro dalla stazione del metr. Entrai nel negozio
assicurandomi che i miei inseguitori fossero ancora a una distanza sufficiente. Non ebbi difficolt a
scorgerli tra la folla. Erano i soli individui non-asiatici in zona.
Questo, per loro, era un problema, ma non di quelli insormontabili. Il mercato era cos affollato
e rumoroso che, se fossero riusciti ad avvicinarmi, avrebbero potuto ficcarmi un coltello in un rene o
una pallottola silenziata nella spina dorsale senza che nessuno se ne accorgesse e, perci, potesse
ricordarsene in seguito. Se fossi stato al loro posto, quello era il luogo che avrei scelto per agire.
Mi inoltrai in una delle corsie, tra due file di bancarelle, verso una scala mobile che avevo
adocchiato in una precedente ricognizione. Intorno a me, pezzi di carne appesi a ganci, e l'aria
impregnata di un pungente odore di sangue fresco. Anguille macellate, le cui due met erano scosse da
spasmi asincroni, si contorcevano su vassoi di bamb. Le bocche di pesci decapitati si aprivano e si
chiudevano lentamente, e le branchie ancora si contraevano nel tentativo di respirare. I venditori
gesticolavano, urlavano, blandivano i clienti. Masse di gamberetti, granchi e rane si dimenavano dentro
ceste di metallo. Una testa di capra mozzata roteava su se stessa appesa a un gancio, con i denti serrati
nell'ultimo rictus, gli occhi vacui che fissavano, al di l del tumulto, un tetro e definitivo orizzonte.
Riuscii a svincolarmi dalla calca appena prima di giungere alla scala mobile, i cui gradini salii a
due a due, schivando i passeggeri, ben sapendo che gli uomini alle mie calcagna avrebbero letto quella
improvvisa accelerazione come un segno del fatto che li avevo scoperti, come un tentativo di fuga. Non
appena si fossero liberati anche loro dalla pressione della folla circostante, si sarebbero gettati
all'inseguimento. E se mi avessero raggiunto non avrebbero temporeggiato oltre. Avrebbero agito.
In cima alla scala mobile mi guardai alle spalle. Erano l, ai piedi della scala, impegnati a
districarsi tra la gente che li intralciava. Perfetto.
C'erano due porte verdi, una proprio davanti a me, l'altra pi a sinistra, tenute aperte per mezzo
di un fermo. Al di l delle porte, un'area destinata al carico e scarico merci e un montacarichi. Al
termine della scala mobile mi lanciai in avanti, uscendo dal campo visivo dei tre inseguitori, e mi infilai
a sinistra nella zona di carico. Svoltai nuovamente a sinistra e mi appiattii contro il muro, parzialmente
nascosto dietro un battente della porta spalancata, da dove potevo sbirciare attraverso la fessura. Da l li
avrei visti passare e procedere oltre. Saggiai la porta, trovandola abbastanza mobile ma anche pesante.
Se mi avessero visto e avessero tentato di accedere alla zona di carico, avrei chiuso la porta,
sbattendogliela in faccia, per poi attaccarli con il mio rudimentale flagello. Sarebbe stato meglio, per,
se non mi avessero visto.
E infatti non si accorsero di me. Attraverso la fessura, li vidi allontanarsi. Quando anche
l'ultimo fu scomparso alla mia vista, inspirai a fondo tre volte, concedendo loro un altro paio di
secondi.
Sbucai dal mio nascondiglio. Mi sentivo l'adrenalina fluire nelle budella e nelle membra. Erano
l, fermi all'incrocio di due corridoi, e guardavano a destra e a sinistra, nel tentativo di individuarmi tra
la fitta calca. Erano molto vicini tra loro, forse credevano che a ranghi serrati sarebbero stati pi al
sicuro. Invece si stavano trasformando in un bersaglio unico.
Quando fui a sei metri da loro, quello pi lontano da me cominci a girarsi. Accelerai il passo
per colmare la distanza prima che quello potesse voltarsi del tutto e scoprire che le sue idee su chi fosse
il cacciatore e chi la preda erano radicalmente sbagliate.
Quando fui a quattro metri dal gruppo, l'uomo fin di girarsi. Fece per dire qualcosa a uno dei
suoi compagni, ma poi si accorse di me. La sua testa si blocc, gli occhi sbarrati, la bocca sul punto di
spalancarsi.
Gli altri due dovevano aver notato la faccia del collega. Le loro spalle si irrigidirono e le loro
teste cominciarono a voltarsi.
Due metri. L'uomo alla mia destra era il pi vicino. Stava ruotando sulla sua sinistra, verso la
minaccia che aveva fatto strabuzzare gli occhi al suo compare. Vidi il suo profilo sinistro definirsi
lentamente nel mio campo visivo. Tutto, nonostante l'adrenalina, sembrava muoversi al rallentatore.
Un metro. Misi avanti il piede sinistro, portando il braccio sinistro davanti al corpo. Lasciai
indietro invece la mano destra - liberando, al contempo, la mia rudimentale arma - per poi proiettarla in
avanti con un movimento semicircolare, il palmo rivolto verso l'alto, il gomito a guidare l'azione, le
anche a fare da perno, come fanno i giocatori di baseball quando riscaldano il braccio tenendo la mazza
con una mano sola. L'estremit pesante della doppia calza, scatt in avanti e and a colpire la parte
posteriore del cranio del malcapitato, con un meraviglioso tonfo sordo. Per una frazione di secondo, il
suo corpo si rilass completamente, ma lui rimase in piedi: era svenuto, ma ancora dritto sulle gambe.
Poi cominci ad accasciarsi.
La mia arma prosegu lungo la sua traiettoria, e il mio corpo si avvit in senso antiorario per
effetto dell'inerzia del colpo sferrato. Il tizio alla mia sinistra, a quel punto, aveva completato la sua
rotazione e la sua mano destra si mosse verso l'interno della giacca. Troppo tardi. Ruotai le anche verso
destra e di rovescio sferrai un altro colpo di frusta. Lui se ne avvide, ma era troppo preso a estrarre la
pistola e non ebbe la prontezza necessaria a levarsi di mezzo. Lo presi su un lato del collo: non un
colpo perfetto come quello rifilato al suo amico, ma pi che sufficiente per i miei scopi. Vidi il suo
sguardo annebbiarsi e seppi di avere almeno un altro paio di secondi a disposizione prima che si
riscuotesse.
Il terzo era pi scaltro, e aveva avuto pi tempo e pi spazio per mettersi fuori dalla portata
della mia arma. Stava pescando all'interno della giacca con gli occhi spalancati, in preda alla
concitazione. Lasciai che il mio braccio, per inerzia, giungesse all'estremo limite del suo movimento e
poi, liberando la zavorra, la scaricai di nuovo in avanti, verso di lui, come un giocatore di softball che
lanci la palla mirando al battitore. Lui vide arrivare il colpo e riusc almeno in parte a scansarlo,
ricevendolo sulla spalla. Vacill, ma fece ugualmente in tempo a estrarre una grossa pistola con
silenziatore, cercando al contempo di recuperare l'equilibrio. Le sue capacit motorie, per, erano
intaccate da un enorme afflusso di adrenalina: la mano gli tremava, e in quell'istante gli fui addosso.
Lo atterrai con un deashibarai, uno sgambetto laterale che avevo eseguito decine di migliaia di
volte quando frequentavo il Kodokan. Mi buttai a terra con lui, in modo da accentuare il suo impatto al
suolo con il peso del mio corpo. Quando toccammo terra, sentii partire un colpo dalla pistola, che and
a conficcarsi nel muro alle mie spalle. Tenendo sotto controllo la pistola, per accertarmi che non
potesse puntarmela contro, mi rialzai, feci girare la gamba sinistra sopra la sua testa e mi lasciai
ricadere, bloccandolo con un jujigatame, una presa per immobilizzare il braccio trasversalmente al
tronco. Gli tolsi la pistola di mano e con un violento strattone gli spezzai il gomito.
Il secondo uomo aveva ormai recuperato abbastanza da estrarre una pistola. Come il suo
collega, per, era molto agitato e aveva evidenti problemi a calibrare i movimenti. La mano tremante
esit, forse per il rischio di colpire l'amico, il cui tronco era nella stretta delle mie gambe, e il cui
braccio destro menomato era teso contro il mio petto.
Allungai il mio braccio destro e mi concentrai sul mirino anteriore, puntando l'arma con il
silenziatore contro il torso del secondo uomo. Era una Glock 21 calibro 45. Un solido potere deterrente
ed ero determinato a utilizzarlo.
Il tizio sotto di me si dimen, e la mia mira traball. Serrai le gambe ancora pi forte e mi sporsi
all'indietro, verso terra, per tentare di esporre al tiro del secondo uomo la minore superficie possibile.
Sapevo per esperienza che le pallottole tendono a slittare pi che a rimbalzare quando colpiscono il
suolo. L'uomo sotto di me avrebbe funzionato come scudo contro qualsiasi colpo avesse urtato il suolo
davanti a noi.
Il secondo uomo spost la propria arma, cercando di non perdermi di mira, con movimenti
plateali e goffi. Poi, forse avvedendosi della pistola che gli tenevo puntata contro, perse la calma.
Cominci a sparare a casaccio, a occhi chiusi, incurvandosi involontariamente in avanti. Piccole nubi di
polvere si levarono dal cemento armato circostante. Sentii il rumore dei rimbalzi. Qualcuno grid.
"Tranquillo. Punta. Inspira..."
Premetti il grilletto due volte, in rapida successione. Il primo colpo lo prese alla spalla e lo fece
girare. Il secondo and a vuoto e si conficc nel muro vicino al soffitto. Dopo un minimo di
compensazione, sparai di nuovo. Questa volta lo presi in pieno alla schiena abbattendolo.
Mi rialzai e mi avvicinai. Tutt'intorno, la gente scappava da ogni parte, ammassandosi per
lasciare liberi gli immediati dintorni.
Raggiunsi l'uomo che avevo appena steso. Era riverso in avanti e si contorceva biascicando cose
incomprensibili. Gli sparai alla nuca.
L'uomo che avevo colpito per primo era ancora steso supino, con le gambe scompostamente
ripiegate dietro la schiena, chiaramente privo di sensi. Gli sparai alla fronte.
Mi rivolsi verso l'ultimo rimasto. Era col culo per terra e cercava di allontanarsi il pi possibile
da me, usando i talloni e l'unico braccio sano. Aveva la faccia verde per il dolore e il terrore. Gli sparai
al petto, e lui ricadde disteso, con le gambe ancora in preda agli spasmi. Feci tre passi verso di lui e gli
sparai di nuovo, questa volta alla fronte. La sua testa schizz all'indietro, e subito dopo si ferm.
Intorno era il pandemonio: grida, invocazioni, panico.
Dovevo filarmela, ma avevo anche bisogno di informazioni. In altre circostanze, avrei cercato
di tenere vivo uno dei tre per poterlo interrogare, ma in un posto pubblico come quello era fuori
discussione.
Raccattai la mia arma rudimentale e la infilai nella tasca esterna del blazer blu navy. Mi
avvicinai all'ultimo uomo a cui avevo sparato e gli spalancai la giacca. L'etichetta sotto il taschino era
di Brioni. Quel tizio se ne andava in giro con tre-quattromila dollari sulle spalle. Anche la camicia,
nonostante non fosse nelle migliori condizioni, intrisa di sangue com'era, sembrava piuttosto raffinata.
Il collo era ornato da una bella catena d'oro. Le tasche, per, erano vuote. Nulla, a parte una mazzetta di
dollari di Hong Kong e delle mentine. Brillante, l'idea di non portare documenti di identit. Se vengono
pizzicati, fanno i finti tonti, chiamano l'ambasciata e magari escono su cauzione. Gi, ma quale
ambasciata? Di quale paese?
Mi avvicinai a uno degli altri due, anche se sapevo che ci stavo mettendo un po' troppo e che i
rischi cominciavano ad aumentare. Un'altra giacca Brioni, e un orologio Jaeger-LeCoultre. Nient'altro.
Il terzo aveva un cellulare attaccato alla cintura. S, era lui, quello che Keiko e io avevamo visto
al terminal di Shun Tak: Occhiali-da-sole. Gli tolsi il cellulare e gli aprii la giacca. Anche la sua di
Brioni. Anche le sue tasche vuote, a parte quella dove teneva gli occhiali da cui avevo tratto il suo
effimero nomignolo.
Alzai gli occhi e mi guardai alle spalle. I corridoi erano strapieni di gente in fuga. Un panico di
quel genere tende ad auto-alimentarsi anche molto tempo dopo che la causa scatenante ha smesso di
sussistere. Con tutta probabilit, la maggior parte della gente non sapeva
neppure da che cosa fuggiva e non aveva visto n udito nulla. Le vie d'uscita erano destinate a
restare bloccate per un pezzo.
"Il montacarichi", pensai. Mi infilai nella zona di carico e premetti il pulsante di chiamata con
una nocca. Restai l per un istante che mi parve lunghissimo, sentendomi terribilmente esposto, finch
quella cazzo di cabina non arriv. Le porte si aprirono. Io entrai, schiacciai il bottone del pianterreno e
quello per la chiusura delle porte.
Presi dalla tasca il cappellino con visiera e me lo cacciai in testa. Intascai il cellulare, mi infilai
la pistola nei pantaloni e mi tolsi il blazer, rimanendo in camicia bianca. In queste occasioni, i
testimoni, a caldo, tendono a ricordare solo i particolari pi lampanti: il colore degli abiti, la presenza di
una cravatta, cose cos. Il cappellino e la scomparsa della giacca sarebbero bastati a farmi uscire di l.
Tirai fuori i lembi della camicia dai pantaloni per nascondere la pistola.
Le porte del montacarichi si aprirono. La situazione era molto pi tranquilla, al pianterreno,
anche se dall'agitazione insolita della folla risultava evidente che qualcosa doveva essere accaduto. Mi
avviai per una delle corsie, facendomi largo tra la calca, per cercare di capire quale fosse la causa del
trambusto. Avevo un passo deciso, ma non tale da attirare attenzioni indebite. Tenni la testa bassa per
evitare di incrociare lo sguardo di chicchessia. Una volta raggiunta la porta dell'edificio, il ritmo della
folla intorno a me era perfettamente normale: semplici acquirenti assorti nel difficile compito di
scegliere il pesce pi fresco o il taglio di carne migliore. Passai oltre e uscii in strada.
Ripiegai la giacca e infilai sotto la pistola, ripulendola senza smettere di camminare, facendo
attenzione a non trascurare alcuna parte della sua superficie. Lavoravo alla cieca. Canna. Guardia del
grilletto. Calcio.
Le impronte digitali, ovviamente, erano solo una parte del problema. Quando si  sotto stress, si
suda e il sudore contiene il DNA. Stesso discorso per le cellule morte della pelle che, come il sudore,
possono aderire al metallo. Se si ha la sfortuna di essere fermati sulla base di sospetti, non  piacevole
dover spiegare come mai il proprio DNA sia stato rilevato sull'arma del delitto. Gli abiti delle vittime,
che avevo toccato perquisendoli, erano il minore dei problemi. L le impronte digitali non rimangono, e
io non li avevo maneggiati al punto da lasciare tracce che potessero condurre a me.
Svoltai in un vicolo ingombro di bidoni di plastica traboccanti di rifiuti. Un condotto di
alluminio scendeva lungo un muro per andare a infilarsi in un pozzo di scarico. Spostai la tubatura e
lasciai cadere la pistola nel pozzo, captando dopo un po' il consolante rumore dell'impatto con l'acqua.
Mi guardai alle spalle: non c'era nessuno, tutto tranquillo. Riservai alle batterie la stessa sorte della
pistola, dopo averle ripulite una per una con i calzini. Risistemai il tubo di alluminio al suo posto e me
ne andai. Difficile che qualcuno potesse trovare la pistola e le batterie. Quand'anche le avessero trovate,
l'acqua le avrebbe probabilmente mondate da qualsiasi traccia di DNA.
Restava il potenziale problema dei testimoni. Certo, l a Hong Kong non ero appariscente come
gli arabi, ma non ero neppure uno che potesse mimetizzarsi completamente. Non  facile spiegare quali
fossero i potenziali indizi, ma certi frequentatori abituali di Sham Shui Po sarebbero stati sicuramente
in grado di distinguermi. I miei abiti, per esempio, erano tutt'altro che adeguati. Mi ero vestito per
andare a pranzare e fare acquisti nel centro di Hong Kong, non per gironzolare tra quei vicoletti simili
ad alveari. Gli abitanti del luogo avevano indumenti decisamente pi casual.
Svoltai un angolo, appallottolai la giacca e la infilai tra una massa traboccante di rifiuti, dentro
un bidone di
metallo. Mi sbottonai la camicia che avevo addosso e le feci fare la stessa fine. In pantaloni e
maglietta mi sentivo decisamente pi a mio agio.
Eseguii un paio di movimenti bruschi per accertarmi di non essere seguito e andai a prendere il
metr per Mong Kok, dove mi fermai in una drogheria. Acquistai sapone, alcol denaturato, gel per
capelli e un pettine. Fermata successiva, un gabinetto pubblico, fetente di piscio apparentemente
vecchio di decenni, dove gettai il cappellino nel cesso e alterai ulteriormente il mio aspetto con il gel.
Con l'alcol e il sapone eliminai dalle mie mani eventuali residui di polvere da sparo che, alla luce
ultravioletta, sarebbero risultati evidenti. Uscito di l, cominciai a sentirmi ragionevolmente certo di
avere cancellato ogni possibile traccia.
Comprai da un ambulante una camicia da quattro soldi e trovai un caff dove trascorrere
qualche minuto per ricompormi. Ordinai un t alle perle di tapioca e mi sedetti a un tavolino vuoto.
La mia prima reazione, come al solito, fu di ebbro sollievo. Potevo morire, ma era andata bene:
ero ancora vivo. Anche chi  gi sopravvissuto a un gran numero di incontri potenzialmente mortali ha
sempre, dopo una nuova avventura del genere, l'impulso di mettersi a ridere, saltare di gioia, urlare,
fare qualcosa che attesti la sua vitalit. Non senza sforzo, mantenni un'apparente tranquillit e aspettai
che questi abituali impulsi sbollissero. Dopo essermi placato, riconsiderai tutte le mosse da me
compiute per cancellare ogni elemento che potesse mettermi in relazione con i tre arabi morti e le
trovai soddisfacenti. Poi ricominciai a pensare al da farsi.
Ne avevo tolti di mezzo tre. Bene. Chiunque fossero, avevo appena inferto un grave colpo alla
loro potenza, alle loro capacit operative e alla loro volont di combattere. I mandanti, evidentemente,
non avevano contatti con elementi locali, perch altrimenti non avrebbero mandato quella banda di
forestieri cos vistosi. E quando fosse giunta loro la notizia che gli ultimi tre elementi ingaggiati per la
missione erano stati trovati decisamente morti, sarebbe stato molto difficile reclutare nuovi volontari.
La mia soddisfazione non era soltanto professionale, ovviamente. Quei bastardi avevano tentato
di uccidermi.
Presi il cellulare. Cristo, mi ero dimenticato di spegnerlo! Molto male. Mi stavo rammollendo.
Decisi, perci, di verificare se non mi fossi per caso creato dei problemi con le mie stesse mani.
L'apparecchio era un Sony Ericsson T230. Aveva una SIM card, il che lo qualificava come un
GSM, utilizzabile praticamente ovunque. Cercai eventuali trasmittenti, ma non ne trovai. Riflettei un
istante. Il T230 incorporava tecnologie per i servizi di localizzazione d'emergenza? Io sono un lettore
compulsivo di tutto quello che riguarda le nuove tecnologie, per stare sempre al passo con le novit, ma
 inevitabile che qualcosa ogni tanto mi sfugga. No, il T230 non era un modello cos avanzato. Anche
da questo punto di vista ero al sicuro.
D'altra parte sapevo che certi servizi d'intelligence avevano raffinato le capacit di
localizzazione dei telefonini, al punto che riuscivano a individuare la posizione di un apparecchio con
un margine di errore di cinque metri o poco pi. Dovevo preoccuparmene? Forse no. Chiunque fossero
i miei nemici, disponevano in loco di risorse molto limitate. Difficile che avessero i contatti e le
competenze che la localizzazione di quel telefonino avrebbe richiesto.
Date le circostanze, ritenni di poter conservare l'apparecchio e di lasciarlo acceso. Ero curioso
di vedere chi avrebbe composto quel numero.
Controllai i numeri memorizzati. L'interfaccia era in arabo, ma le funzioni erano standardizzate,
cosicch potei consultare agevolmente la memoria.
Il registro delle chiamate era pieno: l'ex proprietario non aveva pensato di ripulirlo, o forse non
ne aveva avuto il tempo. Non trovai numeri a me noti, ma l'arabo a cui l'avevo sottratto lo stava usando
proprio nel momento in cui l'avevo scorto, alla stazione di Shun Tak. A meno che da allora non avesse
fatto o ricevuto dieci chiamate, in memoria doveva esserci registrato il numero della persona con cui
stava parlando. Ebbi la sensazione che alcuni di quei numeri fossero molto importanti.
Bevvi il mio t e me ne andai. Presi il telefonino datomi da Kanezaki e chiamai in Giappone,
senza smettere di camminare.
Moshi moshi, sentii rispondere.
Sono io.
Che cosa succede?
C' una cosa che mi preoccupa.
Di che si tratta?
Tre uomini, qui a Hong Kong, hanno appena tentato di uccidermi.
Che cosa!?
Tre uomini, qui a Hong Kong, hanno appena tentato di uccidermi.
Avevo capito... Stai scherzando?
Nella sua voce non mi parve di cogliere incertezze, ma al telefono  difficile essere sicuri. E in
quel caso sembrava persino pi spontaneo di quando ci eravamo incontrati l'ultima volta.
Ti sembro il tipo che si inventa stronzate per farti divertire? domandai.
Dopo una pausa, Kanezaki mi chiese: Stai bene?
Benissimo, ma sono preoccupato.
Sei in pericolo, ora?
Se lo sono, non  per i tre che mi seguivano.
Vuoi dire che?...
Non possono pi nuocere.
Altra pausa. Ti preoccupa il fatto che siano riusciti a trovarti, disse.
Sar meglio che me lo spieghi...
Io non c'entro.
Ne ero gi per met convinto, probabilmente. Altrimenti non l'avrei mai messo sul chi vive
telefonandogli. O magari avrei parlato in modo da ingannarlo e attirarlo in una trappola. Non riuscivo a
credere che Kanezaki potesse avermi fregato, ma raramente si possono avere le idee perfettamente
chiare, in questo genere di cose. Le situazioni si evolvono. La gente pu trovare motivi dove prima non
ne vedeva.
Chi altro c' che io conosco, a Macao? gli domandai. Hanno cominciato a seguirmi da l. E
uno dei tre mi aspettava alla stazione Shun Tak di Hong Kong.
Io non... Ascolta: non c' ragione per cui io debba tentare di fregarti. Nessun motivo. Non ho
idea di chi fossero n di come abbiano fatto a rintracciarti. Se vuoi, per, posso cercare di scoprirlo.
Prova a convincermene, dissi.
Dimmi quello che sai. Vedr cosa posso fare.
Decisi di concedergli una possibilit. Non vedevo la minima controindicazione. E neppure una
valida alternativa.
Apparentemente erano arabi, dissi. Forse sauditi. Dai vestiti sembravano anche piuttosto
danarosi. Uno di loro aveva addosso un cellulare con interfaccia araba, e lo stava usando per fare o
ricevere chiamate mentre mi seguivano. Inserir i numeri che ho trovato sulla bacheca elettronica.
Prova a darci un'occhiata. A Macao avevano almeno un collega, forse di pi, e molto probabilmente
sono passati tutti da Hong Kong di recente. Erano goffi: forse sono arrivati tutti insieme, magari
persino con lo stesso aereo.
Ce n' abbastanza per lavorarci. Credi che possa esserci un collegamento con il nostro amico?
Belghazi. Pochissimi erano gli arabi con cui avevo avuto
a che fare, in vita mia, e li avevo conosciuti tutti di recente. Bench il mio modo di pensare sia
refrattario alle fobie anti-arabe diffuse in America, era difficile non sospettare che costoro fossero in
qualche modo in contatto. Tuttavia, non vedevo alcun vantaggio nel fare congetture ad alta voce. Sei
tu che devi dirmelo, risposi.
Ci prover.
Devi convincermi, ribadii.
Mi conosceva abbastanza bene da capire al volo cosa intendevo. Come faccio a contattarti?
mi domand.
Controller sulla bacheca elettronica.
Sarebbe pi comodo se tu lasciassi acceso il cellulare.
Controller sulla bacheca elettronica.
Sospir. Okay. Tu, invece, mi trovi sempre a questo numero. Dammi dodici ore. C' altro?
E sulla bionda? domandai.
Niente. Ci sto ancora lavorando.
Riagganciai.
Trovai un Internet caf e inserii le informazioni annunciate sulla bacheca elettronica. Quindi,
indugiai un attimo, per riflettere.
I tre tizi che mi avevano seguito a Hong Kong erano chiaramente in contatto con qualcuno che
stava a Macao. Anzi, ero praticamente sicuro che l'arabo con il cellulare, Occhiali-da-sole, avesse
chiamato il suo referente a Macao per informarlo del mio arrivo. E costui stava probabilmente
attendendo notizie sull'esito dell'operazione. I corpi dei suoi compari avevano cominciato a raffreddarsi
da un'ora appena. Era probabile che ancora non sapesse della loro tragica fine. Di sicuro, non si
aspettava di vedermi ricomparire a Macao prima di un apposito segnale da Hong Kong; non si era
certamente preparato. E quand'anche avesse saputo da qualcuno che la missione non era andata a buon
fine, l'ultima cosa che poteva prevedere era che io tornassi nel luogo in cui l'imboscata aveva
evidentemente avuto inizio: il Mandarin Oriental di Macao.
In ogni caso, sentivo di avere l'opportunit di prendere qualcuno di sorpresa. Che  sempre
bello.
Tornai alla stazione marittima di Shun Tk per prendere il primo traghetto diretto a Macao.
Cercai di non pensare troppo a quello che stavo per fare. L'idea di andare a caccia dei propri cacciatori
va contro qualsiasi istinto: una volta identificata la direzione da cui proviene la minaccia, il tuo cervello
da lucertola ti spinge a fuggire.
Il cervello da lucertola, per, non sempre ha ragione: tende a concentrarsi su considerazioni a
breve termine e non tiene adeguatamente in conto la forza dell'imprevedibilit, dell'inganno, della
sorpresa e l'importanza di correre un rischio a breve termine per conseguire un vantaggio a lungo
termine.
L'ora di viaggio in traghetto mi parve lunghissima. Mantenere la massima concentrazione e
prontezza all'azione  estenuante, e il corpo, una volta superato un picco di pericolo, ha la disperata
esigenza di rilassarsi e recuperare. Cercai di sgombrare la mia mente, di abbassare di un paio di tacche
il livello d'allerta, abbastanza da consentirmi di tirare un po' il fiato, ma non fino a pregiudicare la mia
capacit di reazione una volta a Macao.
Una ventina di minuti prima dell'attracco, il cellulare squill. Guardai il display e vidi che il
numero di chi chiamava era identico all'ultimo numero presente nel registro delle chiamate. Quasi
certamente si trattava del referente di Macao che si faceva vivo per sapere che cosa fosse successo.
Lasciai squillare a vuoto.
Arrivammo al terminal dei traghetti, che io lasciai passando per l'atrio degli arrivi. L'atrio
era molto affollato, e non avevo modo di sapere qualcuno fosse venuto a darmi il benvenuto.
Nessun problema, per. Uno dei vantaggi offerti da Macao consiste nel poter entrare in citt sia dal
pianterreno del terminal dei traghetti - lungo i marciapiedi o con un taxi - sia dal primo piano,
attraverso una nutrita serie di sovrappassi. Se quindi si aspetta qualcuno al terminal, bisogna piazzarsi
appena fuori dall'area destinata agli arrivi. Nonostante non fossi in condizioni di individuare eventuali
inseguitori, avrei comunque avuto gioco facile nel seminarli.
Presi la scala mobile che conduceva al primo piano, dove mi fermai davanti a uno sportello
bancomat come se dovessi ritirare del denaro: un'operazione assolutamente normale tra i visitatori
diretti ai casin. Mi voltai a guardare la scala mobile che avevo appena usato e vidi salire un arabo. Il
tizio grosso, il gigante barbuto che avevo scorto quella mattina. Gli occhiali scuri e gli abiti costosi mi
erano ormai piuttosto familiari. Cristo, tanto valeva che girassero in uniforme! Ciao, mi chiamo Abdul,
e sono qui per ucciderti!
Dovevano essersi innervositi, dato che il gruppo di Hong Kong non si era pi fatto sentire, e per
sicurezza avevano rispedito qui quel tizio con la barba. A meno che non fosse rimasto ad aspettare dalla
mattina. Non aveva importanza. Mi aveva visto. A quel punto avrebbe telefonato ai suoi soci a Macao,
sempre che non lo avesse gi fatto. E l'effetto-sorpresa su cui contavo sarebbe svanito. Avrei dovuto
improvvisare.
Vedendomi, doveva essere rimasto sorpreso - cos, almeno, credevo io - ma non l'aveva dato a
vedere. Si guardava intorno con aria indifferente da semplice turista appena arrivato e intento ad
ammirare le bellezze della stazione marittima.
Perch non mi hanno telefonato? stava certamente domandandosi il barbuto. Avrebbero
dovuto chiamarmi per dirmi che stava tornando a Macao, come io avevo avvertito loro del suo arrivo a
Hong Kong.
Perch i morti non parlano al telefono, ecco perch. E tra poco te ne accorgerai.
Uscii nella piazza antistante l'ingresso del primo piano e feci alcuni passi in direzione del
sovrappasso. Poi mi fermai e mi guardai alle spalle.
Era appena uscito dalle porte sul lato destro della piazza e stava portandosi il cellulare
all'orecchio, quando io mi voltai. Appena mi vide abbass il telefonino e si ferm come se
un'improbabile visione avesse suscitato il suo interesse.
Gli feci un cenno con il capo e un leggero gesto di riconoscimento con il braccio, come a dire:
Ah, ecco, sei l, bene, e mi rimisi in cammino.
Lui ritrasse quasi impercettibilmente la testa, e il suo corpo si tese nella reazione di chi viene
avvistato dalla persona che sta seguendo.
Gli andai incontro e a bassa voce gli dissi: Bene, sei qui. Mi avevano detto che ti avrei trovato
al pianterreno, agli arrivi, ma non ti avevo visto.
Lui scosse la testa. Le sue labbra si contrassero, ma non emise alcun suono.
C' stato un errore, dissi. Non sono io l'uomo che state cercando.
Le sue labbra fremettero di nuovo.
"Merda", pensai. "Non mi capisce. Non l'avevo previsto."
Lo capisci l'inglese, vero? dissi. Mi hanno detto che lo parli.
S, s, balbett lui. Lo capisco, l'inglese.
Guardai furtivamente a sinistra e a destra, come per un improvviso allarme, e tornai a lui, con
gli occhi socchiusi a esprimere preoccupazione. Sei tu la persona giusta, o no? Mi hanno detto che ti
avrei trovato ad aspettarmi.
S, s, disse. Sono io.
Una fila di s-s-s. Avevamo trovato il giusto abbrivio.
Un gruppo formato da tre cinesi di Hong Kong sbuc dal terminal. Li guardai sfilare come se
temessi che potessero udirci, dopo di che dissi: Parliamone. Feci un cenno verso il muro esterno del
terminal, dove avremmo potuto fermarci senza essere visti dall'interno dell'edificio. Un attimo dopo, mi
segu.
Se fossi riuscito a manipolarlo ancora un po' e a portarlo in qualche luogo pi appartato e
tranquillo, avrei persino potuto interrogarlo. Sarebbe stata la soluzione ideale, ma era anche molto pi
rischiosa dell'approccio diretto. Ci riflettei e in breve decisi che il gioco non valeva la candela.
A giudicare dalla tua faccia, osservai, si direbbe che non hai sentito.
Sentito che cosa? Scusa, non capisco.
I tre hongkonghesi, ormai abbastanza lontani da non poterci udire, proseguivano per la loro
strada. La piazza rest momentaneamente vuota.
S, lo vedo, dissi. D'accordo. Torniamo all'hotel. L chiariremo tutto.
Era una proposta dall'aria abbastanza innocua. All'hotel c'erano presumibilmente i suoi soci, che
avrebbero potuto spiegargli che diavolo stava succedendo. Inoltre era di mezza testa pi alto di me, e
pi pesante di almeno venti chili. Di che cosa doveva preoccuparsi?
Annu.
Okay, andiamo, dissi io. Mi mossi come per dirigermi verso il sovrappasso e poi tornai a
voltarmi verso di lui. Santo cielo,  merda di piccione quella che hai sulla spalla? gli domandai
incredulo.
Come? disse, spostando automaticamente lo sguardo verso il punto che stavo indicando.
E proprio questo il problema quando si indossa una giacca di cashmere da quattromila dollari:
vai nel panico per la minima cosa.
Quando torn a guardarmi, gli passai la mia mano sinistra dietro la nuca e gli tirai la testa verso
il basso. Contemporaneamente, gli cinsi il collo portando sotto il suo mento il mio avambraccio destro
che afferrai poi con la sinistra. La sua nuca, piegata in avanti, era ora premuta contro il mio fianco.
Provai a inarcare la schiena, ma quello stronzo era cos grosso e forte da non consentirmi di fare leva
come avrei voluto.
Sentii le sue mani che premevano sulle mie anche, nel tentativo di allontanarmi da lui. Tutti i
muscoli del suo collo erano in rilievo, tesi come funi. Lottammo a quel modo per un paio di
lunghissimi secondi e io non riuscii a superare l'ostacolo delle sue robuste braccia.
Okay. Cambiamo tattica. Feci un lungo passo all'indietro, strattonandolo verso il basso. Lui
perse la presa sulle mie anche e cominci a mulinare le braccia, nel disperato tentativo di
riagguantarmi. Troppo tardi. Mi lasciai cadere e mi inarcai sulla schiena. Ci fu un attimo di resistenza
strutturale, dopo di che sentii il suo collo spezzarsi e il suo corpo cadere improvvisamente inerte e privo
di vita.
Atterr sul cemento dietro di me, con un tonfo sordo. Mollai la presa e mi rialzai in piedi. Era
disteso supino, la testa inclinata con un'angolazione impossibile, la lingua estroflessa, gli arti che
ancora vibravano per un ultimo flusso di impulsi elettrici diretti ai muscoli.
Questa volta non mi fermai a frugare nelle tasche. Non avrei trovato granch, e non volevo
rischiare di essere visto in compagnia, o anche solo nei dintorni, del cadavere.
Mi allontanai verso il lato opposto della piazza, lungo il sovrappasso, con il cuore che inviava
violente note di basso, vibranti fin nelle mani e nei piedi. Inspirai profondamente dal naso, per evitare
che la mia agitazione interna trapelasse e attirasse, attenzioni indebite.
Un po' pi avanti, appoggiato a una ringhiera, c'era un tale che fumava una sigaretta. Quando mi
avvicinai lo riconobbi: era l'uomo che quella mattina, avvistandomi nell'atrio del Mandarin Oriental,
aveva strabuzzato gli occhi. Guardava alle mie spalle, forse nel tentativo di capire che cosa fosse
accaduto al suo amico, il quale avrebbe dovuto essere alle mie costole. Mentre mi avvicinavo, costui
raddrizz la testa, come un normale passante fermatosi sul sovrappasso a fumare una sigaretta, a
guardare il panorama e a osservare il traffico che scorreva nella strada sottostante.
Nell'avvicinarmi a lui tenni la testa china, muovendomi come se fossi assorto e totalmente
ignaro della sua presenza. Stavo procedendo con una certa rapidit e non feci nulla per modificare la
mia andatura. Avevo ancora il cuore che mi batteva fortissimo e sentii un nuovo afflusso di adrenalina
propagarsi nel mio corpo come il fragore di un tuono.
Quando fui a circa un metro da lui, invisibile anche con la coda dell'occhio, feci un ampio passo
in avanti, mi acquattai proprio davanti a lui e con entrambe le braccia gli serrai saldamente le gambe
poco sopra le ginocchia. Sentii il suo corpo irrigidirsi, lo udii inspirare bruscamente. Nella mia visione
adrenalinica rallentata, registrai ogni minimo dettaglio: l'altezza della ringhiera; i segni di ruggine sul
metallo; i chewing-gum anneriti sul selciato da cui i suoi piedi stavano per separarsi definitivamente.
Scattai in piedi e mi sporsi in avanti, gettandolo nel vuoto oltre la ringhiera. Agit
scompostamente le braccia e, in volo, lanci un urlo, un acuto e ancestrale grido di panico animalesco.
Al momento di lasciarlo cadere, sentii diffondersi nel suo corpo uno spasmo di terrore. Le sue braccia
mulinavano inutili e disperate nell'aria. Poi scomparve dalla mia vista. L'urlo prosegu, interrotto un
attimo dopo dal rumore cupo e sordo dell'impatto, sei o sette metri pi in basso. Stridio di pneumatici.
Un altro colpo. Scricchiolii. Altri pneumatici in frenata. E infine il silenzio.
Io prosegui verso il grande magazzino New Yaohan. Nel punto in cui il sovrappasso curvava a
destra, la scena dell'incidente mi risult visibile. Il traffico era fermo, e diverse persone attorniavano
qualcosa che si trovava a terra. Certo che sarebbe stato meglio farle un po' pi alte, quelle ringhiere!
Erano troppo pericolose.
Due cinesi mi venivano incontro. Merda. Distolsi gli
occhi e cambiai postura, incurvando le spalle, adottando un passo pi strascicato, per dare a loro
un'immagine che non fosse la mia. Sentii il loro sguardo su di me, quando mi passarono accanto.
Poteva darsi che avessero visto quello che era successo; in tal caso, era probabile che stessero tentando
vagamente di negarlo, per passare in rassegna spiegazioni alternative all'evidenza offerta dai loro sensi:
quella che gli psicologi chiamano dissonanza cognitiva.
Considerai per un istante l'opportunit di girarmi e raggiungere di nuovo il terminal dei traghetti
per tornare a Hong Kong. Due morti, due potenziali testimoni... Probabilmente, la polizia non ne
sarebbe stata molto contenta. Decisi tuttavia di correre il rischio. I morti erano stranieri e, dunque,
difficilmente avrebbero creato subbuglio a livello locale. Macao, inoltre, non era esente da regolamenti
di conti tra bande criminali, che le autorit locali avevano fatto di tutto per ridimensionare, dato che
rischiavano di rovinare il redditizio mercato del turismo d'azzardo. Potendo attribuire quei decessi a
cause accidentali o far s che non ne nascesse un polverone, ne avrebbero certamente approfittato.
Continuai per la strada intrapresa. Da l potevo scegliere tra una grande quantit di percorsi, ed
eventuali pedinatori avrebbero dovuto starmi molto vicino. Non vidi nessuno. Per sicurezza, continuai a
guardarmi alle spalle e a utilizzare tutte le normali tattiche di contro-sorveglianza, ma per alcuni
preziosi minuti ebbi la ragionevole certezza di non essere seguito. Ammesso che ci fosse ancora
qualcuno da sistemare, l'avrei probabilmente trovato all'hotel.
Tenendo la testa bassa e a passo spedito, ma senza attirare in alcun modo l'attenzione,
attraversai il New Yaohan, proseguii lungo il sovrappasso fino in strada e in dieci minuti raggiunsi il
Mandarin Oriental. Quando fui in prossimit dell'ingresso sul retro, squill il cellulare. Guardai il
display e vidi uno dei numeri che avevo gi notato sul registro delle chiamate. Merda. Ne avevo uccisi
cinque, ma ce n'erano ancora, che si facevano vivi, in cerca di notizie o di istruzioni o magari soltanto
di una voce familiare in un paese straniero.
Entrai in albergo. Anche ammettendo che avessero dispiegato ulteriori agenti sul campo, li avrei
trovati l, nell'unico altro posto in cui potessero ragionevolmente sperare di beccarmi. Magari c'era un
altro arabo, seduto nello spazioso atrio, intento a trafficare con il suo telefonino, in attesa della
comparsa di un suo socio.
Utilizzai l'ingresso posteriore, controllando ogni angolo in cerca di potenziali minacce, ma non
notai niente di strano.
Passai dal bar. Dato che non avevo visto nessuno sul retro, giudicai probabile che non avessero
piazzato nessuno a sorvegliare gli accessi. Di conseguenza, il successivo passaggio pericoloso sarebbe
stato quello degli ascensori. C'era un unico punto da cui sarebbe stato possibile tenere d'occhio gli
ascensori senza essere visti: sul lato del caff pi vicino all'atrio. Entrando, fu quello il primo posto che
controllai.
C'era Delilah, in gonna nera e camicetta di seta color crema, con una teiera e un libro sul tavolo.
"Oh, cazzo!" pensai. "Avevo indovinato." D'istinto, quella mattina, non appena mi ero accorto
dell'arabo che sorvegliava l'atrio, avevo sospettato di lei. Avevo cercato di convincermi dell'assurdit di
quel sospetto, ma in quel momento capii che avrei fatto meglio a credere al mio istinto. Non conviene
concedere a nessuno il beneficio del dubbio. Nel mio mestiere, almeno.
Lei alz gli occhi e mi vide arrivare, prima che io potessi raggiungerla.
 tutto il giorno che ti aspetto, maledizione, disse.
Con questo mi zitt. Ah, certo, dissi io, guardandomi intorno.
Per avvertirti di non entrare nella tua stanza. C' qualcuno che ti aspetta.
La guardai con attenzione. Davvero?
Lei ricambi il mio sguardo. Non mi credi?
All'improvviso, mi sentii di nuovo dubbioso. Era snervante. Di solito, so quello che devo fare, e
lo faccio.
Forse s, risposi. Fammi vedere il tuo cellulare.
Lei socchiuse leggermente gli occhi e poi si strinse nelle spalle. Infil una mano nella sua borsa
e ne estrasse un Nokia 8910, l'elegante modello al titanio.
Spostai la tastierina scorrevole, e il display si illumin. L'operatore era Orange, una compagnia
francese, e l'interfaccia era in francese. Controllai il registro delle chiamate. Vuoto: aveva cancellato
tutto. Nessuna meraviglia. Era intelligente. Spensi il telefonino e lo riaccesi. In fase di riaccensione, sul
display comparve per un istante il numero di telefono. Non era tra quelli che avevo visto sul cellulare
sottratto all'arabo a Sham Shui Po.
Quella verifica, per, non mi forn alcuna certezza. Delilah poteva anche avere un altro cellulare
con s. Avrei potuto chiederle di farmi frugare nella sua borsa, ma anche non trovando nulla avrei
cominciato a sospettare che l'avesse lasciato nella sua stanza o nascosto da qualche altra parte o chiss
che altro. Sapevo che aveva l'abitudine di pensare con lungimiranza.
Le restituii il telefono. Chi c' nella mia stanza?
Non lo so, di preciso. Probabilmente ha a che fare con la tua missione a Macao.
Se non lo sai di preciso...
L'ho sentito parlare nell'atrio dell'hotel stamattina. Parlava arabo, e dunque riteneva che
nessuno nei paraggi fosse in grado di capire.
Io sollevai le sopracciglia. Tu conosci l'arabo?
Per tutta risposta si mise a parlare in modo per me incomprensibile. Poteva essere arabo.
D'accordo, dissi. Dimmi che cosa hai sentito.
Diceva che ti avrebbe aspettato nella tua stanza, nell'eventualit che tu avessi inaspettatamente
fatto ritorno da Hong Kong. Non ha fatto nomi, ma non so proprio a chi altri potesse riferirsi.
Ci pensai su. Non  cos difficile entrare in una stanza d'hotel, se hai un po' di immaginazione e
sai il fatto tuo. Io, ovviamente, mi sarei accorto della presenza di qualcuno prima ancora di entrare.
Quella mattina, mentre Keiko mi aspettava nell'atrio, avevo attaccato un capello alla base del montante
della porta, come faccio sempre, quando  possibile, prima di lasciare il posto in cui soggiorno. Avevo
anche messo l'avviso non disturbare, per evitare che le cameriere pregiudicassero il funzionamento
della trappola. Se al mio ritorno avessi trovato il capello spezzato, avrei scoperto che qualcuno era
entrato e, probabilmente, era l ad aspettarmi.
Perch hai deciso di avvertirmi? le domandai.
Lei distolse lo sguardo per un lungo istante; poi, tornando a me disse: Credo che la tua
copertura sia saltata. Lascia perdere la missione. Vattene da Macao.
Un espediente? Un modo per togliermi di mezzo? Pu darsi. Se lei, per, avesse davvero avuto
un socio nella mia stanza, dandomi quell'avvertimento ne aveva messo a rischio la vita, cosa che in
genere all'interno di un'organizzazione segreta non  molto apprezzata. Se invece la stanza fosse stata
vuota, l'avrei scoperto non appena fossi andato a controllare, e avrei capito che si trattava di una scusa.
Ti farebbe molto comodo se io mi togliessi dai piedi, dissi. Perci perdonami se dubito della
sincerit dei tuoi motivi.
Non mi interessa quello che pensi dei miei motivi. Avrei potuto farti andare nella tua stanza
senza avvertirti. Solo che non ne saresti uscito con le tue gambe. Il conseguimento dei miei obiettivi
non dipende comunque da questo. Perci, fai come vuoi. Io devo andare.
Si alz in piedi e si diresse verso gli ascensori.
Aspetta un attimo, dissi, seguendola.
Lei mi ignor e si ferm solo davanti agli ascensori. Non voglio che mi vedano con te, disse.
Vattene.
Ascolta, cominciai a dire. Sentii lo scampanellio che segnalava l'arrivo dell'ascensore e ci
voltammo entrambi verso le porte che si aprirono.
Un altro arabo si mosse per uscirne. Ci vide. Ci guard in faccia: prima me, poi Delilah. Si
blocc, spalancando la bocca.
Evidentemente, mi aveva riconosciuto. Aveva anche visto chiaramente che stavo parlando con
Delilah. Il suo sguardo era passato da me a lei in modo inequivocabile: nella sua mente stava
formandosi l'idea di una relazione tra me e lei.
Fece per arretrare all'interno dell'ascensore. La sua mano si protese verso la pulsantiera.
Accadde tutto alla svelta. Non ci pensai; non pensai ai potenziali rischi. Balzai all'interno
dell'ascensore sbattendo l'arabo contro la parete posteriore della cabina. Lui batt la nuca contro il
rivestimento in legno e rimbalz. D'istinto sollev le braccia e si aggrapp a me. Io ricambiai il favore,
afferrandogli le spalle con una presa da dietro e colpendolo con una ginocchiata nelle palle. Lui si
pieg in avanti con un forte grugnito. Lo aggirai e, da dietro, gli passai un braccio intorno al collo in un
hadak-aji-me, in modo che la parte interna del gomito premesse contro la trachea e il bicipite contro la
carotide. Strinsi con forza. Lui si dibatt follemente per meno di tre secondi, dopo di che si afflosci, a
causa dell'interruzione dell'afflusso di sangue al cervello.
Delilah era salita sull'ascensore con noi. Le porte stavano chiudendosi. Doveva avere premuto
qualche bottone. Quinto, dissi. Schiaccia il quinto.
Fece come gli avevo chiesto... E se per caso fosse salita anche lei per aiutare il suo collega,
rendendosi conto di non poter fare nulla?
Non appena le porte si furono richiuse, allentai la presa e mi caricai quel corpo inerte sulle
spalle. Se qualcuno ci avesse visto e noi ce la fossimo giocata nel modo giusto, sarei potuto passare per
uno che stava trasportando un amico svenuto per il troppo bere. Non era certo la situazione ideale, ma
sarebbe stato pi grave se mi avessero visto mentre trascinavo per le caviglie una persona con la faccia
blu e sconvolta come quell'arabo.
 lui, disse Delilah. Quello che ho sentito parlare al telefonino nell'atrio.
Annuii. Forse era vero. Forse, non vedendo arrivare nessuno e non ricevendo risposta alle sue
telefonate, si era innervosito e aveva deciso di muoversi.
Secondo piano. Terzo. Quarto. Nessuna fermata lungo il tragitto.
Le porte si aprirono al quinto piano e noi uscimmo nel corridoio, che sembrava deserto.
Sentii che le braccia dell'arabo cominciavano a muoversi. Mi sporsi in avanti e lo scaricai a
terra. Le sue braccia e le sue gambe erano in preda a spasmi, le palpebre cominciavano a fremere.
Mi sistemai dietro di lui e lo rialzai a sedere. Mi chinai sopra il suo fianco sinistro finch non
fummo quasi petto contro petto e gli strinsi il collo con il mio braccio destro finch non si spezz. Lo
presi per un risvolto della giacca e tornai di fronte a lui. Serrando la presa sul bavero e chinandomi,
infilai la testa sotto la sua ascella e mi rialzai, sollevandolo per gradi finch non lo ebbi sopra le spalle.
Infilai le mani in una tasca dei pantaloni ed estrassi la tessera perforata necessaria per aprire la mia
stanza. Eccola, dissi, passandola a Delilah. Cinquecentoquattro. Apri la porta.
Lei la prese delicatamente e si allontan per il corridoio.
Io la seguii da vicino. Volevo vedere se il capello che avevo infilato nella porta era ancora
intatto o no. La fermai e mi avvicinai per vedere.
Il capello era spezzato. Questo, per, non chiariva nulla, cos come il registro vuoto del suo
cellulare: semplicemente non potevo essere certo che lei mi avesse mentito sulla presenza di estranei
nella mia stanza.
Il mio pensiero successivo, ovviamente, fu che ci fosse una bomba. Il tizio entra, la piazza ed
esce. Senza timer, perch non poteva sapere quando sarei arrivato. Sarebbe stata, eventualmente, fissata
alla porta o a un cassetto.
Delilah, probabilmente, stava pensando la stessa cosa. In caso contrario, sarebbe stata davvero
un'ottima attrice. Stava facendo scorrere delicatamente le dita lungo il montante della porta, seguendo il
movimento con occhi attentissimi. Non credevo che un ordigno, ammesso che ce ne fosse uno, potesse
essere innescato dall'apertura della porta. In primo luogo, ci sarebbe stato bisogno di un notevole grado
di sofisticatezza. Materiali pi semplici avrebbero costretto gli attentatori ad armeggiare a lungo fuori
dalla porta, con il rischio di essere scoperti. In ogni caso, l'idea di utilizzare la porta li avrebbe costretti
a ridurre i tempi operativi e avrebbe garantito minore riservatezza rispetto ad altre soluzioni da mettere
in atto all'interno della stanza.
Conveniva pur sempre controllare. L'applicazione dell'innesco di un ordigno esplosivo lascia di
solito qualche traccia sul montante, dove l'attentatore avrebbe dovuto piazzare qualcosa che all'apertura
della porta potesse chiudere il circuito.
Delilah si rialz, evidentemente soddisfatta, e infil la tessera nella apposita fessura. Apr la
porta di quel tanto che bastava per entrare nella stanza. Si ferm un istante e poi lo spalanc. Entrammo
con circospezione, alla ricerca di trappole o cavi tesi.
Ci richiudemmo la porta alle spalle e insieme, dopo che ebbi scaricato l'arabo proprio l accanto,
esaminammo rapidamente la stanza. Interruttori al mercurio, a pressione, a fotocellula... Sono molti i
modi per minare
una stanza. In questi casi, la prima cosa da fare  cercare cose insolite, cose fuori posto.
Controllammo la poltrona della scrivania, i bordi di ogni cassetto, le ante degli armadi, il frigo-bar, la
parte inferiore del letto, le tende, la televisione. Lavorammo in silenzio per dieci minuti.
Mi fermai un attimo prima di lei. Era chinata in avanti, con la schiena rivolta verso di me,
intenta a far scorrere le dita sul bordo inferiore del cassetto del comodino. La gonna nera le aderiva
elasticamente al sedere, e la parte posteriore delle gambe appariva bianchissima per contrasto.
Si rialz e mi guard. La sua fronte era coperta da un lievissimo strato di sudore. La seta della
sua camicetta luccicava.
Ci  mancato troppo poco, disse, scuotendo la testa. Questa storia deve finire.
Io annuii, guardandola. Non sapevo se il battito cardiaco accelerato nel mio petto fosse dovuto
allo sforzo di uccidere, sollevare e trasportare il tizio dell'ascensore o a qualcos'altro. La mia percezione
delle sue forme, della sua pelle, mi indusse a propendere per la seconda opzione. L'eccitazione sessuale
 una reazione psicologica comune, dopo avere combattuto:  Eros che torna a prevalere su Thanatos.
Se non avessi cambiato alla svelta il mio stile di vita, non sarei campato a lungo, ma non avrei neppure
avuto bisogno di Viagra.
Non ci ha visto nessuno, dissi, ritraendomi dalla direzione dove il mio corpo e il mio cervello
da rettile tentavano di portarmi e cercando di fare il punto della situazione. Inoltre, nell'ascensore e nei
corridoi non ci sono telecamere.
Lo so, disse.
Bene. Ora dimmi quello che sai di questa storia.
So soltanto quello che ti ho gi detto. Accenn con il capo verso la figura accasciata sul
pavimento accanto alla porta.  saudita. L'ho capito dall'accento.
Tu parli arabo cos bene da riuscire a distinguere gli accenti regionali?
Lei scosse la testa. Possiamo parlarne un'altra volta. L'unica cosa di cui  il caso di occuparsi,
ora,  un sistema per farti andare via da Macao. Sono stufa dei tuoi tentativi di mandare all'aria la mia
missione.
Sentii defluire del sangue dalla faccia. Ah, sarei io allora quello che sta tentando di mandare
all'aria la missione altrui? dissi, sottovoce. Potrei dire...
Ci  mancato poco che una certa persona mi vedesse in tua compagnia, disse, con le mani sui
fianchi e uno sguardo di fuoco. Uno che, fino a prova contraria, io sarei incline a ritenere in combutta
con Belghazi. Ti rendi conto di quello che potrebbe succedermi se lui dovesse sospettare di me?
Ascolta, io non ti ho chiesto...
S, hai ragione: avrei dovuto lasciarti cadere nell'imboscata organizzata da quell'uomo. Avrei
proprio dovuto farlo. Ora tu non ci saresti pi, che  esattamente quello che mi serve.
Perch, allora? dissi, pensando che se avessi abbreviato le mie frasi avrei avuto maggiori
probabilit di concluderle.
Lei mi guard e tacque.
Perch mi hai avvertito?
Le sue narici fremettero, e il suo viso avvamp. Non sono affari tuoi. Io faccio quello che
voglio. Ho sbagliato, okay? Avrei dovuto lasciare perdere! Se potessi tornare indietro e comportarmi
diversamente, lo farei!
Tacque, forse rendendosi conto di avere alzato un po' troppo la voce. Ora voglio che tu vada
via da Macao, disse, con tono pi basso.
Mi domandai per un attimo se quel suo sbottare non fosse magari dovuto alla frustrazione di
aver visto fallire il piano per sbarazzarsi di me.
Ti capisco, so come ti senti, dissi, perch io vorrei la stessa cosa da te.
Scosse una volta la testa, con un movimento secco, e fece una smorfia, come se quello che
avevo appena detto fosse ridicolo. Abbiamo tutt'e due le idee chiarissime sulla situazione. Ne abbiamo
gi discusso. Ammesso che i nostri interessi coincidessero, ora non coincidono pi. Lui ti ha preso di
mira. Se anche io dovessi andarmene, e ti assicuro che non lo far, tu non puoi pi portare a termine il
lavoro per cui sei venuto.
Di questo non sono tanto sicuro.
Oh, Cristo! Quali altre prove ti servono?
Mi soffermai un attimo a pensarci. Lei, ovviamente, poteva anche avere ragione, ma io non
avevo ancora avuto notizie da Kanezaki. Da lui, forse, avrei saputo qualcosa in pi. E anche da lei,
magari, se avessi trovato il modo di farla parlare.
Lei voleva che me ne andassi. Lo desiderava al punto che l'episodio dell'ascensore poteva anche
essere stato una messinscena architettata proprio a questo scopo. Come che fosse, un attimo prima
quell'argomento era riuscito a farle perdere una parte del suo notevole sangue freddo.
Era una carta che potevo giocarmi. E decisi"di giocarmela.
Vediamoci pi tardi, dissi. Giusto il tempo di sbrigare un paio di cose, e poi ne riparliamo.
Se a quel punto avr la certezza di non poter compiere la mia missione come si deve, me ne andr.
Non ho intenzione di rivederti.  troppo pericoloso.
Se staremo attenti, non ci sar alcun pericolo.
Dopo un breve silenzio, Delilah disse: Che cos'hai in mente? ...
Dov' Belghazi, adesso?
Non  a Macao. ,
Dov'?
Aveva in programma una serie di incontri fuori citt. Non sono tenuta a saperlo.
Non essere tenuti a sapere e non sapere sono due cose molto diverse. Temeva che io, sapendo
dove si trovava Belghazi, potessi andare a cercarlo. Una preoccupazione non certo irragionevole.
Quando torner? domandai.
Non  stato preciso. Un giorno, forse due...
Bene. Fa' un giro a Hong Kong, stasera. L ci sono molti pi bianchi che a Macao, ed  molto
pi grande. Non sar difficile mimetizzarti. Se ti domanda qualcosa, digli che Macao cominciava a
diventare un po' troppo piccola per i tuoi gusti, che ti stavi annoiando, che volevi fare un po' di
shopping e vedere qualcosa.
Dopo un lungo silenzio, mi chiese: Dove ci vediamo?
Non ho ancora deciso. Dammi il tuo numero di cellulare. Ti chiamer da un telefono pubblico.
Alle dieci, stasera. Ti dir dove e quando.
Mi guard per un istante e poi annu. Presi una matita e un pezzo di carta e annotai il numero
secondo il mio codice, come sempre, per evitare di comprometterla nel caso qualcuno me lo avesse
trovato addosso.
Lei si avvi verso la porta. Scavalcando il cadavere si ferm un attimo a guardarlo. Verific
dallo spioncino che non ci fosse nessuno, schiuse appena la porta,
guard fuori e solo a quel punto usc in corridoio. La porta si richiuse silenziosamente alle sue
spalle.
Ora dovevo fare attenzione. Sapevo che due sole erano le ragioni per cui aveva accettato la mia
proposta. In primo luogo perch temeva che io, in caso contrario, potessi mettermi alle calcagna di
Belghazi rischiando nuovamente di compromettere la sua missione. In questo senso, la mia era stata
una forma di coercizione, e io sapevo bene che la coercizione era un modo piuttosto rischioso di
guadagnarsi la cooperazione di qualcuno.
In secondo luogo, perch voleva procurarsi una seconda possibilit di esercitare una qualche
coercizione.
Mi resi conto del fatto che non mi aveva neppure chiesto che cosa avrei fatto con il morto.
Decisi di considerarlo un complimento: sapeva che me la sarei cavata, e non aveva sentito la necessit
di fare domande.
Impiegai il resto del pomeriggio per fare sparire il tizio dell'ascensore con tutti i crismi. Avrei
potuto semplicemente lasciarlo nella stanza, ma cos facendo avrei pregiudicato tutti i miei sforzi per
non apparire coinvolto nella morte degli altri arabi. Mmm, avrebbe pensato la polizia. Tre sauditi
morti a Hong Kong, altri due nei pressi della stazione marittima di Macao e ora quest'altro in una
stanza d'hotel... Scaricarlo in una tromba delle scale dell'Oriental
sarebbe stato gi meglio, ma avrebbe comunque indotto la polizia a concentrare la sua
attenzione sull'hotel in cui avevo soggiornato, e non volevo attirare quel genere di attenzioni. Certo, mi
ero registrato con uno pseudonimo e sarei potuto sparire, contando sul nome falso che avevo fornito per
prevenire qualsiasi collegamento tra i reati e il loro autore, ma conclusi che sarebbe stato meglio
cancellare ogni traccia ed evitare qualsiasi clamore piuttosto che attirare l'attenzione della polizia sulla
mia falsa identit.
Naturalmente, cancellare certe tracce non  semplice come rimettere a posto la casa dopo una
cena con amici. Innanzitutto, dovetti andare a comprare una valigia adeguata, cio un baule
Turni da cinquantasei pollici, pubblicizzato come il Golia delle valige; della semplice
plastica, per evitare qualsiasi contaminazione dell'interno del bagaglio durante il trasporto; e
asciugamani in abbondanza, per assorbire le probabili perdite. Quanto all'impacchettamento vero e
proprio, baster dire che il tizio dell'ascensore, bench non particolarmente grosso, non era certo
paragonabile a un paio di giacche, e per farlo entrare nel baule dovetti apportare alcuni spiacevoli
aggiustamenti. Il Golia delle valige funzion come da slogan pubblicitario, e io potei trainarlo, con il
suo insolito contenuto, fuori dall'hotel, rifiutando le offerte d'aiuto dei facchini incontrati lungo il
tragitto. Sotto il sovrappasso, a circa un chilometro dall'hotel, mi nascosi dietro un pilone e svuotai la
valigia, per poi riprendere il cammino, trascinandomi dietro il Golia con molta meno fatica di prima.
Lasciai il bagaglio vuoto a una certa distanza dal cadavere e dall'hotel, all'estremit pi lontana del
sovrappasso, dove di certo qualcuno l'avrebbe rapidamente e allegramente rubato,
meravigliandosi della buona sorte che gli aveva fatto trovare una valigia cos bella e costosa, per poi
tacere del luogo e del modo in cui l'aveva trovata.
Tornato in hotel, feci una lunga doccia bollente. Mi cambiai, preparai i miei bagagli e scesi
nell'atrio. Alla reception spiegai che i programmi erano improvvisamente cambiati e che me ne sarei
andato prima del previsto. Mi dissero che avrebbero comunque dovuto addebitarmi il costo della stanza
per quella notte e io risposi che quella loro regola mi sembrava giusta e comprensibile.
Presi un taxi per la stazione marittima. Non notai transenne della polizia n tecnici in cerca di
prove n altra traccia di interesse, da parte delle autorit, per quello che era accaduto poche ore prima.
Al contrario: pareva che tutto fosse stato velocemente ripulito e riportato alla normalit.
Raggiunsi la biglietteria del traghetto Turbojet, e l'impiegata mi disse che per il primo traghetto
in partenza erano disponibili soltanto biglietti di prima classe. Per me andava benissimo.
Salito a bordo, mi accomodai nella mia poltrona e guardai le luci di Macao allontanarsi e
svanire. Cominciai a sentirmi davvero rilassato.
Certo, i problemi non mancavano. Si era aperta una breccia nella riservatezza indispensabile per
compiere la
mia missione e uscirne vivo. Inoltre, anche se si trattava di semplici indizi, Belghazi aveva
tentato di eliminarmi, il che avrebbe reso assai pi difficile il compito di avvicinarlo e finire quello che
avevo cominciato.
Anche l'episodio dell'ascensore era stato piuttosto serio, ma alla fine tutto si era risolto. Forse,
era un segno. Non c' nulla di meglio di un briciolo di fortuna, per provare una meravigliosa sensazione
di benessere. A parte, forse, il fatto di avere ucciso, senza conseguenze, qualcuno che ha tentato di
ucciderti.
Sorrisi. Magari avrei scritto un manuale di auto-aiuto, per poi campare con i diritti d'autore.
Dei problemi mi sarei occupato in un altro momento. Sul traghetto non potevo far nulla per
risolverli. Il relax prese il sopravvento, e durante il viaggio riuscii addirittura a farmi un pisolino. Mi
svegliai riposato. Il profilo di Hong Kong gi incombeva, con i suoi imponenti grattacieli che
nascondevano le colline retrostanti, densi cristalli di luce che sembravano spuntati dalla terra per
abbracciare il cielo e dominare il porto.
La Citt della Vita, amavano definirla i cartelloni pubblicitari. La trovavo una definizione
appropriata. Per il momento, almeno.
***
PARTE SECONDA
Questo mondo... A che cosa posso paragonarlo?
Ai campi in autunno Fiocamente accesi al crepuscolo Dalla luce dei lampi.
Minamoto-No-Shitago, nobile, erudito, poeta.
6
Telefonai all'Hong Kong Peninsula da un telefono pubblico e prenotai una stanza deluxe con
vista sul porto. Mi piace il Peninsula perch occupa un intero isolato nel quartiere di Tsim Sha Tsui, a
Kowloon, ed  dotato di cinque entrate, di un gran numero di ascensori e di una quantit incalcolabile
di scale interne. Non certo il posto ideale per tendere un'imboscata a qualcuno.
Oltre a questo,  uno dei migliori hotel di Hong Kong. E poi, era stata una giornata faticosa. Un
po' di lusso, insieme alla consueta dose di sicurezza, non presentava controindicazioni.
Pensai a quello che avrebbe detto Harry: Vuoi cercare di fare colpo su di lei?
No, gli avrei risposto,  una scelta dettata soltanto da esigenze di sicurezza.
Lui, per, non si sarebbe fatto ingannare. Ebbi nostalgia di Harry, e per un attimo mi sentii
davvero triste.
Raggiunsi per vie indirette l'hotel e mi registrai alla reception. Pagai la stanza con una carta di
credito intestata a Toshio Okabe, una pseudo-identit sufficientemente sicura che utilizzavo di tanto in
tanto per transazioni di quel genere. Un facchino mi accompagn alla stanza 2311, sul lato meridionale
della nuova torre e offriva una straordinaria veduta di Hong Kong e del porto.
Mi rasai sotto la doccia e poi restai a mollo per venti minuti nella gigantesca vasca. Da quando
avevo lasciato Tokyo, per non dare nell'occhio avevo dovuto ricorrere a luoghi di soggiorno molto pi
anonimi e meno confortevoli di quello, e posso assicurare che una stanza deluxe con vista sul porto al
Peninsula di Hong Kong non  proprio niente male.
Indossai un paio di pantaloni di gabardine color antracite, una specie di dolcevita di cotone
dello stesso colore e un paio di sneaker scamosciati marrone scuro con i lacci e una cintura dello stesso
colore e dedicai una mezz'ora al ripasso della struttura dell'hotel: ubicazione delle scale interne e loro
percorribilit senza bisogno di passepartout; posizione delle molte telecamere a circuito chiuso;
movimenti del personale di sicurezza. Quando ebbi stabilito i modi e il luogo del mio incontro con
Delilah uscii.
Mi fermai in un Internet caf. Sulla bacheca elettronica trovai un messaggio di Kanezaki. Sei
uomini corrispondenti alla descrizione da me fornitagli erano partiti da Riad alla volta di Hong Kong
due giorni prima. Inoltre, l'ambasciata saudita di Hong Kong era stata coinvolta nelle indagini sui
recenti decessi avvenuti a Hong Kong e Macao. E Delilah aveva detto di avere sentito parlare con
accento saudita il tizio dell'ascensore. Evidentemente, almeno a questo proposito, aveva detto la verit.
Date le circostanze, il collegamento con Belghazi, mezzo algerino e arabofono, appariva piuttosto
probabile. Restava, tuttavia, da capire perch. E come.
L'ultima parte del messaggio diceva: Ho fatto qualche ricerca sui numeri di telefono e sulla
donna. Ancora niente. Mi far vivo.
Risposi digitando: Continua a scavare sui contatti sauditi del nostro amico. Monitora la tratta
aerea Riad-Hong Kong, alla ricerca di eventuali altre squadre in movimento. Difficile che avessero
organizzato cos rapidamente un altro commando, ma tenere gli occhi aperti non poteva certo nuocere.
Spedii il messaggio, interruppi la connessione e me ne andai.
Pensai a Delilah. Europea, avrei detto, anche se dall'accento non ero riuscito a identificare il
paese d'origine. Avevo immaginato, in attesa di ulteriori informazioni, che fosse francese. In parte per
via del suo aspetto, dei suoi abiti, del suo stile. In parte per il suo coinvolgimento con Belghazi che,
quando non era in viaggio, si diceva risiedesse a Parigi.
Anche la sua conoscenza della lingua araba avvalorare con questa ipotesi: in Francia vive una
consistente comunit algerina, e tra i due paesi c' una lunga storia di conflitti. I servizi di intelligence
francesi, sia quelli impegnati sul fronte interno sia quelli attivi all'estero, avevano certamente corsi di
studio riservati alla lingua araba. Delilah poteva ben essersi specializzata in quel settore.
Naturalmente, per, c'era anche un'altra possibilit, che cominciava a sembrarmi sempre pi
probabile. Mi risolsi a verificarne la fondatezza.
In un negozio di telefonini comprai un apparecchio con scheda prepagata, da utilizzare in
seguito. Me la infilai in tasca e da una cabina pubblica chiamai Delilah.
Sono al Peninsula, le dissi. Stanza 544. Non ero ancora disposto, viste le valide ragioni che
lei aveva per togliermi di mezzo, a dirle il vero numero della mia stanza o il piano a cui effettivamente
soggiornavo. Ci saremmo arrivati per gradi.
Tra mezz'ora, disse lei e riagganci.
C'era un negozio di liquori, vicino alla cabina. D'impulso entrai e trovai una bottiglia di
Laphroaig invecchiata trent'anni al prezzo di 2500 dollari hongkonghesi, circa trecento dollari
americani. Un furto. Ma perch privarsene? Passai da un negozio di dischi HMV e presi alcuni ed:
Lynne Arriale, Live at Montreux; Eva Cassidy, Live at Blues Alley; Bill Evans Trio, Sunday at the
Village Vanguard.
Tornai nella mia stanza al Peninsula e presi due bicchieri di cristallo e un secchiello per il
ghiaccio dal minibar. Li posai sul tavolino da caff insieme al Laphroaig e
a una bottiglia di acqua minerale. Infilai il cd nel lettore multi-disco e premetti prima il tasto
random e poi quello repeat. Un attimo dopo la musica cominci a uscire da due altoparlanti situati
ai lati della televisione. Mi fermai per un attimo ad ascoltare Eva Cassidy nella sua esecuzione di
Autumn Leaves, le parole e la melodia rese ancora pi penetranti dalla prematura morte della cantante.
Le note melanconiche di quel brano mi parvero perfettamente adatte a chiarire e, in un certo senso, a
inquadrare i miei sentimenti nei confronti di Delilah: da una parte, la piacevole ansia di rivederla;
dall'altra, la mortale preoccupazione legata al suo possibile coinvolgimento in quello che mi era appena
capitato a Hong Kong e a Macao.
Utilizzai il telefono della stanza per chiamare il cellulare con scheda prepagata che avevo
appena comprato, risposi alla chiamata e uscii, chiudendomi la porta alle spalle. Collegai un auricolare
al cellulare e mi misi in ascolto. La musica arrivava un po' in sordina, ma si sentiva. Il che significava
che la connessione era affidabile.
Scesi al quinto piano. La stanza 544 era in fondo al corridoio, sul lato opposto rispetto alla porta
di una scala interna. Attesi dietro la porta della scala interna, da dove, attraverso una lastra di vetro,
potevo tenere d'occhio la porta della stanza. Se qualcuno fosse riuscito a sentire la mia telefonata a
Delilah, cosa alquanto improbabile, o se lei avesse informato i suoi soci della mia posizione, cosa meno
improbabile, da l sarei riuscito ad appurarlo. Se avessero cercato di usare quelle scale come avevo fatto
io, li avrei sentiti. E se, per qualche ragione a me ignota, qualcuno avesse tentato di entrare nella mia
vera stanza mentre io ero fuori, il cellulare me ne avrebbe informato. Precauzioni a pi livelli. Come
sempre.
Delilah arriv dopo un quarto d'ora. Quando pass davanti alla mia postazione, guardai verso il
punto da cui
era giunta per accertarmi che fosse sola. Quando ne fui certo, aprii la porta e dissi: Delilah, da
questa parte.
Si volt e mi guard. Non sembrava particolarmente sorpresa, e io non me ne stupii. Ormai era
abituata al mio modo di fare e di certo non si aspettava di trovarmi tranquillamente in attesa nel luogo e
all'ora stabiliti.
Tenni la porta aperta e lei mi pass accanto. In tasca avevo il detector di Harry, con le batterie
perfettamente cariche, che non rilev nulla di strano. Delilah non aveva addosso trasmittenti o altro del
genere.
La guidai per una serie di scale e corridoi interni fino alla mia stanza, prestando attenzione al
mio auricolare. Dalla mia stanza giungevano solo le placide note di Lynne Arriale e degli altri. N lei
n io dicemmo alcunch, lungo il tragitto. Non incontrammo sorprese.
Aprii la porta ed entrai. Scusami per tutta questa procedura, dissi, sfilandomi l'auricolare.
Spensi il cellulare e lo lasciai accanto alla porta.
Le mie scuse non erano particolarmente sentite, cos come la scrollata di spalle che lei fece per
tutta risposta. Chiusi a chiave la porta.
Sentendomi momentaneamente al sicuro, presi nota di qualche altro dettaglio. Indossava un
vestito blu da sera di una consistenza piuttosto ruvida, forse di seta grezza. Le arrivava appena sopra il
ginocchio; le maniche a tre quarti; le spalle nude; e una profonda scollatura a V sia sul davanti che sulla
schiena. Calzava decollete di pelle a punta, con tacco a stiletto, e portava una borsetta assortita, oltre a
un orologio Cartier d'oro con cinturino a catena, al polso sinistro, il cui peso incongruo aveva come
unico effetto quello di accentuare la sua femminilit. I capelli erano raccolti all'indietro in un modo che
metteva in risalto il suo profilo. In generale, aveva un aspetto curato ed elegante, sofisticato ed
estremamente sexy. Il suo abbigliamento - le scarpe, in particolare - era del tutto inadatto alla fuga o a
manovre evasive, qualora se ne fosse presentata la necessit, e dunque dedussi che doveva averlo scelto
per qualche altra ragione operativa. Al mondo ci sono armi di ogni tipo, e io mi sforzai di tenere a
mente che quella donna, in tenuta da lavoro, era tutto meno che disarmata.
Prese dalla sua borsa il cellulare per dimostrarmi che era spento e che nessuno era collegato con
lei per ascoltarci. Mi mostr quindi la borsa, per farmi vedere che al suo interno non c'era nulla che
potesse crearmi problemi.
Poi sollev le braccia e mi guard. Sorrise in quel suo modo furbo e sconvolgente, con l'aria
scherzosa, ma anche divertita, come per invitare il destinatario di quel sorriso a unirsi a lei nel
divertimento. Non mi vuoi perquisire?
Non era necessario. E di certo non sarebbe stato saggio, perch la mia precedente reazione -
quando l'avevo guardata mentre era china sul comodino nella mia stanza d'hotel a Macao - sarebbe
risultata timida e contenuta, al confronto. Lei lo sapeva, e stava cercando di dimostrarmelo.
Perch dovrei farlo? dissi, consapevole del fatto che il mio cuore aveva cominciato ad
accelerare, al solo pensiero. C' fiducia reciproca, tra noi. O no?
Lei abbass le braccia, ma il sorriso sulle sue labbra non svan subito, forse riconoscendo che,
date le circostanze, mi ero comportato come ben pochi sarebbero riusciti a fare.
Devo togliermi le scarpe?
Perch? domandai, pensando a quell'idiota che si era messo una bomba nelle scarpe per far
saltare in aria un aereo partito da Parigi.
Lei si strinse nelle spalle. Non  cos che si fa in Giappone?
Carina. Un modo per suffragare un particolare biografico, per confermare o smentire la
possibilit che io
fossi proprio la persona di cui i suoi soci avevano trovato notizia su Forbes. Avrebbe dovuto
fare di meglio.
Credo che se le tolgano soprattutto a casa, non negli alberghi, risposi, In ogni caso, fa' come
preferisci.
Si chin in avanti, sollev la gamba destra e allung la mano fino a un cinturino posto dietro la
caviglia. Comp questa manovra senza doversi appoggiare al muro e senza sostenersi altrimenti. Aveva
un ottimo equilibrio, ma di questo mi ero gi reso conto nella suite di Belghazi, quando mi aveva quasi
messo fuori combattimento con quel colpo di gomito.
Ripet la procedura con l'altra scarpa. Nella penombra in cui ci trovavamo, appena entrati, colsi
un abbagliante scorcio della sua pelle e delle sue curve, quando la parte anteriore del vestito le si stacc
momentaneamente dal corpo. Quella mossa non fu certo casuale, ma la visione fu decisamente
folgorante.
Mi tolsi anch'io le scarpe e la seguii con lo sguardo. Avevo lasciato le luci accese, ma soffuse,
per evitare che il loro riflesso sulle finestre oscurasse la vista sul porto e sul profilo di Hong Kong.
Ciononostante notai che Delilah registr ogni dettaglio della stanza prima di ammirare il panorama
all'esterno. Non potei fare a meno di sorridere, per questo. Un civile non lo avrebbe mai fatto, di fronte
a un simile spettacolo.
Guard verso il tavolino da caff. Laphroaig? domand.
Invecchiato trent'anni, annuii. Lo conosci?
Lei annu a sua volta.  il mio preferito. Mi piace pi di quello di quaranta. Quel retrogusto di
sherry...  divino.
"Non male", pensai. Mi domandai quante altre cose sapesse. Era chiaramente molto raffinata,
quanto a lingue, abbigliamento, preparazione spionistica. E ora il whisky. Chiss il cibo, il vino, le
tecniche del sesso tantrico... Cercai di non concentrarmi troppo su quest'ultima opzione.
Ti va di assaggiarlo?
Volentieri, con un goccio d'acqua.
Versai per entrambi una sana dose di whisky nei bicchieri di cristallo, aggiungendo nel suo una
goccia d'acqua come lei mi aveva chiesto. Le passai il suo bicchiere, sollevai il mio e sorridendo,
guardandola negli occhi, dissi: L'Chaim.
Dopo una pausa istantanea, lei mi guard: Prego?
Io sorrisi, con l'aria ingenua. Alla vita, giusto? Non si brinda cos in Israele?
Per un secondo ebbi l'impressione che stesse per arrabbiarsi, ma alla fine sorrise. Kanpai,
replic, e scoppiammo entrambi a ridere.
Aveva recuperato bene, ma quella esitazione e la reazione improvvisata mi parvero eloquenti.
Ci sedemmo davanti al tavolino da caff. Delilah scelse il divano con lo schienale contro il
muro e la finestra alla sua destra. Io presi la poltrona accanto al divano. La mia schiena era rivolta al
muro che delimitava la finestra e, dunque, non potevo godere del panorama. In ogni caso, preferivo
guardare lei.
Bevemmo per un attimo in silenzio. Aveva ragione: il Laphroaig di trent'anni, invecchiato in
botti di sherry, mescola il profumo di oceano e la dolcezza dello sherry come nessun altro whisky,
possiede un aroma e un gusto che non hanno pari neanche tra gli altri prodotti della stessa marca.
Dopo un attimo Delilah mi domand: Che cosa sai di me?
Non molto. Le mie sono supposizioni, perlopi. Forse, pi o meno, le cose che tu sai di me.
Pensi che sia israeliana?
Non lo sei?
Delilah sorrise, come a dire: Suvvia, da te mi aspetto qualcosa di meglio.
Mi strinsi nelle spalle. Be', s: sei bella, conosci la lingua araba, ci sai fare, a dir poco, e stai
cercando di incastrare un tizio che sostiene dei gruppi fondamentalisti islamici... Che altro potrei
pensare?
Tutto qui? Davvero?
Che altro, senn?
Bevve un sorso di Laphroaig e tacque per un istante come se stesse riflettendo. Nessuno lavora
mai completamente da solo. Quand'anche si trattasse soltanto della gente che ti paga, devi pur avere
qualcuno a cui rivolgerti quando ti servono informazioni. Se tu dovessi condividere le tue teorie sulla
mia identit con la gente con cui lavori, di chiunque si tratti, la situazione, per me, potrebbe diventare
molto pericolosa.
Non ci avevo pensato. In genere tendo a concentrarmi soltanto sui potenziali pericoli a cui io
sono esposto. Forse  da egoisti, ma  per questo che sono ancora vivo.
Siamo entrambi professionisti, riprese lei. Facciamo quello che dobbiamo fare. Se ti
serviranno informazioni, le cercherai. Quello che scoprirai, per, sar poco o niente, mentre il rischio a
cui mi esporrai sar enorme.
Perch non ne parliamo? le domandai. Perch non mi dici quello che mi interessa?
Che altro vuoi sapere? mi chiese guardandomi. Abbiamo gi scoperto fin troppo l'uno
dell'altra, anche se solo per caso. Tu sai qual  il mio obiettivo e io so qual  il tuo, e abbiamo ben
chiare le implicazioni di tutto ci. Quanto pi insisterai, tanto pi rischierai di compromettere le mie
possibilit di portare a termine la missione, rendendola ancora pi pericolosa di quello che . La gente
con cui lavoro le capisce, queste cose. A un certo punto, potrebbero decidere di scavalcarmi, anche se
io li ho invitati a non eliminarti.
Posai il mio bicchiere e mi alzai in piedi. Delilah, dissi con voce di un'ottava pi bassa, come
mi accade quando sento di essere sul punto di dover prendere un'iniziativa cruciale, noi siamo qui per
cercare un modo di coesistere. Non indurmi a considerarti una minaccia.
Perch, altrimenti? disse lei, guardandomi.
Evitai di rispondere. Anche lei pos il bicchiere e si alz in piedi, di fronte a me. Vuoi forse
spezzarmi il collo? Non sono molti gli uomini che sarebbero in grado di farlo, ma tu ne saresti
senz'altro capace.
Mi si avvicin di un passo. Sentii salire l'adrenalina, ma non riuscivo a capire quale ne fosse il
vero motivo. Un secondo prima avevo reagito come mi capita di fare, automaticamente, quando
qualcosa mi appare d'improvviso pericoloso, ma a quel punto... non sapevo come comportarmi. La mia
respirazione tent di accelerare, ma mi controllai, per evitare che lei se ne accorgesse.
Pu darsi che io sia per te una minaccia, disse con una voce che non tradiva emozioni. Non
perch lo voglia, bens per colpa della situazione. E allora? Tu sei un professionista. Fa' quello che devi
fare: elimina la minaccia.
Fece un altro passo verso di me, giungendomi abbastanza vicina da permettermi di sentire il suo
profumo il calore che emanava dal suo corpo. Sentii un altro afflusso di adrenalina propagarmisi nel
petto e nelle budella.
Perch no? mi domand, tenendo gli occhi fissi nei miei. Tu sai come si fa. Ecco. Allung
le sue mani verso le mie e, sollevandole, se le pos sul collo. La sua pelle era tiepida e liscia. Percepii
le pulsazioni del suo cuore sotto le mie dita. Erano sorprendentemente rapide. La sentivo inspirare ed
espirare dal naso.
Stava cercando di capire se bluffavo oppure no. Ma il rumore del suo respiro rivelava la sua
insicurezza.
Neanche il mio respiro scherzava. Cercai un modo di riprendere l'iniziativa, di riprendere in
pugno la situazione. Sennonch, di fronte a quegli occhi blu che mi guardavano, al suo viso
incorniciato tra le mie mani, a
quell'espressione timorosa e, insieme, di sfida, cominciavo ad avere dei problemi.
Lei abbass le mani lungo i fianchi e sollev il mento, assumendo una posizione di totale
sottomissione che tuttavia risultava, al contempo, derisoria e insolente. Abbassai gli occhi verso le
concavit delle sue clavicole, e fui quasi vinto dal pensiero di come sarebbe stato facile fare scivolare le
mie mani lungo le sue spalle per poi afferrare la stoffa del suo vestito e abbassarglielo fino ai polsi e
alla pancia con un'unica e disinvolta mossa, scoprendo il suo seno, la sua pelle, il suo corpo.
Era a portata di mano, se avessi voluto. Sapevo che ogni nostro movimento avveniva secondo
una coreografia da lei stabilita, all'interno della quale mi avrebbe offerto quello che desideravo, un po'
come fa un padrone gentile quando porge del latte a un gattino affamato, magari accarezzando il
piccolo randagio sulla testa, mentre questo lecca avidamente anche il pi piccolo resto.
Provai una rabbia improvvisa, cui certamente aveva contribuito questa immagine del felino. Le
tolsi le mani dal collo e arretrai cautamente di un passo. Avevo la bocca completamente asciutta. Presi
il mio bicchiere di Laphroaig, bevvi un sorso e tornai a sedermi, con l'aria pi incurante possibile.
Avevo ragione sul tuo conto, dissi, lasciandola l in piedi. Non puoi proprio trattenerti. 
questa l'unica arma che ti resta.
Lei socchiuse leggermente le palpebre, e io capii di aver colto nel segno. Mi era capitato di
affrontare avversari come lei, facendo judo: conoscono un'unica mossa buona, una sola tecnica che
utilizzano sempre, ma se si trova il modo di contrastarla, si esce indenni, e loro non sanno pi cosa fare.
Ci riesci o no a parlare con un uomo senza tentare di provocargli un'erezione? Che cosa farai
tra qualche anno, quando i tuoi ferormoni cominceranno a prosciugarsi? Ho l'impressione che tu non
sappia fare altro. Magari, tempo fa eri diversa, ma adesso non fai che sfruttare questa carta... le dissi
quando riacquistai il controllo.
Le sue palpebre si socchiusero un altro po', e le sue orecchie parvero quasi appiattirsi per una
reazione di rabbia incredibilmente ferina. "Bene", pensai. "Ne avevo bisogno."
Ti va di sederti? le domandai, indicando il divano. Non ho intenzione di scoparti, e neppure
ti uccider. Non qui, almeno, e non ora. Mi ci  voluto tutto il pomeriggio per sbarazzarmi del tizio
dell'ascensore, e non ho intenzione di ripetere la trafila stanotte.
Lei sorrise in un modo che mi indusse a domandarmi se non avesse per caso appena
immaginato di uccidermi, e chin la testa verso di me, come a dire: D'accordo. Touche.
Torn a sedersi e scol il suo whisky. Io presi la bottiglia per versargliene ancora. Lei sollev il
suo bicchiere. Io feci altrettanto e vidi che le nostre mani, stranamente, tremavano. Anche lei se ne
accorse.
Diciamo che siamo pari, okay? proposi.
Lei sorrise e bevve un sorso del whisky che le avevo appena versato. Sei piuttosto generoso,
disse.
Sono sincero.
Delilah sorrise di nuovo, pi radiosa ora. Sei bravo, sai? Eccezionale, anzi.
Gi, ma anche tu.
Bevve un altro sorso e mi guard. Sarebbe stato interessante vedere che cosa sarebbe successo
se ci fossimo incontrati in circostanze diverse...
Pi interessante di cos? Non ti basta? domandai. Ridemmo entrambi, e la tensione si sciolse.
Restammo per un po' in silenzio, forse per riprenderci un attimo, per adattarci alla nuova
dinamica. Decisi di provare a creare un clima pi rilassato per farla sentire un po' pi a suo agio dopo
quel rude scambio di battute. Io per primo non avevo intenzione di litigare e tanto meno di combattere
con lei, e mi domandai, per un istante, quale fosse l'origine di questo mio desiderio.
A momenti mi stendevi, nella suite di Belghazi, dissi.
Lei si strinse nelle spalle. Potevo contare sul fattore sorpresa. Non credo che ti aspettassi
granch da una donna nuda.
Pu darsi, ma tu hai sfruttato i mezzi a tua disposizione. Chi ti ha addestrato?
La domanda era diretta, e sapevo che l'avrebbe presa come un ulteriore tentativo di strapparle
qualche dettaglio rivelatore.
Mi guard a lungo e poi rispose:  il Krav Maga.
Il Krav Maga  il sistema di autodifesa sviluppato dalle forze armate israeliane. Ormai lo si pu
studiare dovunque, e il fatto di esserne praticanti esperti non significa averlo appreso in Israele. Delilah,
per, ormai sapeva che avevo subodorato quali fossero la sua nazionalit e le sue affiliazioni. In quel
contesto, la sua risposta fu una sorta di implicita ammissione.
Mi interrogai sul modo migliore di approfittare di quella piccola breccia che lei sembrava avere
deliberatamente aperto. Mi piace il Krav Maga.  molto pratico.
Tutto sta nel modo in cui viene insegnato, disse lei annuendo. E nel modo di allenarsi. Le
arti marziali vengono perlopi insegnate come fossero dottrine religiose. Sembrano questioni di fede,
non semplici tecniche.
Sorrisi. La gente ha bisogno di credere in qualcosa, a costo di inventarselo.
Lei annu nuovamente. Anche se  qualcosa di sbagliato. Noi, per, non possiamo permetterci
questo lusso. A noi serve qualcosa che funzioni.
Noi. Era sul punto di rivelarmi qualcosa.
Come vi addestrano? domandai.
Lo sai bene. Si insiste molto sulla preparazione per situazioni particolari. Sul contatto. Io mi
sono rotta il setto
nasale, durante l'addestramento. Si vede? Me lo sono fatto aggiustare, ma se guardi da vicino si
vedono ancora le cicatrici.
Guardai pi da vicino e vidi un segno sottile come un capello, nella parte alta del naso, proprio
all'altezza dell'attaccatura, quello che restava di una brutta frattura risistemata da un bravo chirurgo
plastico. Non sembrava nulla di particolare, a meno che uno non lo sapesse.
 stata dura, a quanto pare, dissi.
Altroch. Il mio addestramento  durato pi a lungo del normale, perch io sono incaricata di
missioni speciali. Opero da sola sul campo per periodi anche molto lunghi, solitamente senza poter fare
uso di armi... Armi convenzionali, intendo.
Un altro breve silenzio. Dopo un sorso di Laphroaig, mi domand: E tu?
Ho fatto judo, soprattutto, risposi. Al Kodokan. Se era un'esperta di Krav Maga, conosceva
di certo l'uno e l'altro.
Mi guard. Credevo che le prese al collo fossero vietate, nello judo.
Infatti, ammisi, scoprendo di avere visto giusto su di lei. Il resto l'ho imparato altrove. Libri,
video... Mi esercitavo con un paio di soci che condividevano alcuni miei interessi.
Che altro c'? incalz lei. Ho visto come ti muovi, e certe cose non le impari nel judo
agonistico, e neanche dai libri o dai video.
No, infatti. Fare il soldato per una decina d'anni, per, aiuta a sviluppare certe attitudini.
Silenzio, di nuovo. Poi, Delilah disse: Dunque, sei la persona che immaginavo...
Mi strinsi nelle spalle. Almeno in parte, s.
Be', anche tu sai qualcosa di me.
"Ci siamo", pensai. Sei israeliana, dissi. Del Mossad.
Lei distolse lo sguardo e pieg leggermente la testa come per valutare quello che avevo appena
detto, per meditarci su. Poi disse: Che importanza ha, per te, sapere chi sono e per chi lavoro?
Nessuna.
Non mi avrebbe detto nulla. Mi ero sbagliato. O forse me l'aveva gi detto, in quel suo modo
indiretto, e io non l'avevo capito. Impossibile saperlo.
Bevve un sorso di Laphroaig e riprese. Dal mio punto di vista, invece, la tua affiliazione ha
molta importanza. Dalle informazioni che siamo riusciti a raccogliere, tu lavoreresti per il partito
liberal-democratico giapponese, ma non capisco che interesse possano avere i liberal-democratici
giapponesi per Belghazi. Perci, sono portata a ritenere che, almeno in questo caso, tu sia pagato dagli
americani. E la cosa mi preoccupa.
Perch?
Delilah sollev le mani con i palmi rivolti al soffitto, come a dire: Non  ovvio? Gli americani
sono in tanti e divisi in fazioni, disse. Perci non sono molto affidabili, sul piano della discrezione.
Bisogna andarci cauti, con loro. Non sai mai con chi hai a che fare.
In che senso?
Pos le mani sui fianchi, si appoggi all'indietro allo schienale del divano e rilass le spalle. Un
attimo dopo cominci a parlare, e dedussi che lei doveva aver optato per la seconda possibilit. Non me
ne sarebbe dovuto importare - al contrario - e invece un po' me ne ebbi a male. Placai il mio orgoglio
pensando che, in genere, essere sottovalutati pu tornare utile.
Ti hanno spiegato la ragione per cui vogliono Belghazi morto? mi domand. S.
E tu ci hai creduto?
Feci spallucce. Ho a malapena ascoltato.
Lei rise. Be', ti avranno di certo parlato della sua rete di trafficanti d'armi, dei collegamenti con
terroristi e gruppi fondamentalisti e via blaterando...
Il suo tono spregiativo, abbinato alla parlata inglese dall'accento straniero, mi sorprese. Come
sarebbe a dire? Si sono inventati tutto? domandai.
Lei scosse la testa. No,  tutto vero, e sono sicura che alcuni settori delle istituzioni americane
sono molto incazzati, per questo. Non mi stupirei se avessero deciso di prendere qualche iniziativa in
proposito... Tieni presente, per, che ho detto "alcuni settori"...
Sarebbe a dire?
Lei sorrise: Sai che non mi hai ancora detto come ti chiami?
Io la guardai e risposi. Mi chiamo John.
D'accordo, John, disse, come se stesse facendo una
prova del suono.
Stavi dicendo: "alcuni settori..."
Si strinse nelle spalle. Diciamo che l'America  un paese molto grande, dove convivono molti
interessi tra loro in contrasto. Non tutti, magari, credono che Belghazi sia davvero cos malvagio.
Sarebbe a dire? ripetei.
Ti sei domandato perch ti hanno chiesto di compiere la tua missione in modo "riservato"?
Mi sono fatto una vaga idea.
Be', pensaci un attimo. Si sporse in avanti e protese le mani aperte, le dita leggermente
divaricate, come a incorniciare una fotografia. Quelli che ti hanno ingaggiato, chiunque essi siano,
non ti hanno detto tutto. Hanno bisogno di poter smentire eventuali voci relative al loro
coinvolgimento. Di chi hanno paura? E hai pensato, poi, alla posizione in cui ti troveresti?
Il suo linguaggio del corpo relativamente accentuato mi giungeva nuovo. Stavo osservando una
parte inedita della sua personalit, una parte che lei, forse, teneva generalmente nascosta.
La stessa posizione in cui mi trovo sempre, direi.
Da un punto di vista qualitativo, forse hai ragione, disse, muovendo una mano
orizzontalmente, con il palmo verso il basso, come a voler inconsciamente cancellare la mia
osservazione. Sul piano quantitativo, per, la tua situazione potrebbe diventare peggiore del solito.
Chi credi che l'abbia mandato il tizio dell'ascensore?
"Avevo una mezza impressione che potessi essere stata tu.", pensai. Poi, per, risposi: Non ne
ho idea.
La sua mano cancellatrice si ferm, e l'indice corrispondente si protese a mezz'aria come una
lama. Esatto. La quantit delle persone che potrebbero avere interesse a eliminarti non  definibile:
tutti quelli che traggono beneficio dalle attivit di Belghazi, direi.
Inclusi quelli che vogliono tenerlo in vita abbastanza a lungo da poter curiosare nel suo
computer, continuai tra me e me. Mi domandai se quello di Delilah non fosse un sottile tentativo di
depistarmi, di fugare i miei sospetti su di lei. Forse stava cercando di dipingere a tinte fosche la mia
situazione per invogliarmi a mollare. Chiss...
Ho sempre saputo che, facendo questo lavoro, non avrei vinto il concorso di Mister
Popolarit, dissi.
Lei scoppi a ridere. Io presi la bottiglia e riempii prima il suo bicchiere e poi il mio.
Mi piaceva il suo modo di ridere: roco, ma dolce; da donna sofisticata, ma anche infantile per
via di un certo timbro deliziato; speziato da un cenno di ironia, che pareva, per, trarre origine pi da
un profondo senso dell'assurdo che non da sarcasmo o crudelt. Sorrisi: mi sentivo bene, e mi resi
conto di essere vagamente sotto l'effetto del whisky. Lei si appoggi allo schienale e bevve, indugiando
un attimo con il bicchiere sotto il naso. Mi piaceva, ero contento che apprezzasse l'aroma. La imitai.
L'unica cosa che sai, disse,  che qualcuno sta cercando di eliminarti. Capisci cosa significa
per me? Qualcuno potrebbe individuare una connessione tra noi, e io non opero come fai tu. Io non
posso permettermi il lusso di nascondermi. Per fare il mio lavoro, devo espormi, stare accanto
all'obiettivo.
"Eccoci arrivati alla mozione degli affetti", pensai. Un approccio a tenaglia: da un lato la logica,
per dimostrare che la situazione era cambiata e che io non potevo pi portare a termine la mia missione;
dall'altro l'emotivit, sottolineando che, se avessi continuato a provarci, a pagarne lo scotto sarebbe
stata lei.
Ho capito quello che vuoi dire, dissi. Ma so anche da dove arrivi. E quest'ultima cosa mi fa
dubitare della prima.
Ero dispiaciuto: avrei preferito non doverlo dire. Le cose, da un po', stavano filando lisce.
Cristo, il whisky stava proprio facendo effetto. Di solito non sono cos sentimentale.
Mi sembra giusto, disse, annuendo. Cionondimeno, il mio ragionamento fila. Fa' un po' di
ricerche - lasciandomene fuori, se puoi, e lo vedrai.
Annuii. Lo sto gi facendo, e in modo discreto: tu non sei tra gli oggetti delle ricerche. Non
era del tutto vero, ma le conseguenze di quello che avevo chiesto a Kanezaki le avrei considerate in un
altro momento.
Sorbii un sorso di Laphroaig. In ogni caso, devo cercare di scoprire dov' la falla, per poterla
turare.
Credi che il problema abbia origine dalla tua parte?
Mi strinsi nelle spalle. Non sarebbe la prima volta. Ho scoperto da un pezzo che lavorare con
le democrazie  pericoloso. Con tutti quei fastidiosi pesi e contrappesi, e la curiosit dell'opinione
pubblica, il sistema  incentivato a svolgere operazioni segrete; in nero, per cos dire. A volte diventa
difficile capire con chi si ha a che fare veramente.
Lei sorrise. "Vuoi far saltare in aria Castro? Incarica la mafia!"
Ricambiai il sorriso. Appunto... Oppure: "Se il Congresso non vuole sganciare i soldi, tu
finanzia i contras tramite il sultano del Brunei!".
O convincendo i sauditi a pagare il conto.
Gi, capisco a cosa alludi...
Mosse le mani su e gi come un pedone che tenti di far frenare un'automobile in avvicinamento,
con gesto insieme impaziente e supplichevole. Scusa se insisto, ma  importante che tu capisca. L'11
settembre ha precipitato l'America nella schizofrenia. Il paese si  impegnato nella "guerra al
terrorismo", ma continua a versare miliardi di dollari ai sauditi per il petrolio, ben sapendo che quei
soldi servono a finanziare tutti i gruppi con cui l'America afferma di essere in guerra. Quindici dei
diciannove dirottatori dell'11 settembre erano sauditi, ma nessuno sembra avere voglia di parlarne. Hai
idea di quale sarebbe stata la reazione se gli attentatori fossero stati iraniani o nord-coreani? Credo che
se l'America fosse una persona, il suo psichiatra le diagnosticherebbe un profondo tentativo di
rimozione. Non riesco proprio a capire come tu possa fidarti di un committente del genere.
E tu del tuo committente ti fidi? le domandai.
Lei abbass gli occhi. Le mani le si posarono lentamente in grembo. Dopo un attimo disse: 
una questione complicata.
Non  esattamente un'affermazione entusiastica.
Delilah sospir. Mi fido delle loro intenzioni. Certi... sistemi sono stupidi e superati, ma non 
detto che io debba essere d'accordo con tutte le loro decisioni per condividere i loro fini.
Dal tono di voce e dal linguaggio del corpo, capii che la mia domanda l'aveva turbata. Non,
per, per le ragioni che aveva appena enunciato. C'era dell'altro.
E loro si fidano di te? domandai.
Lei sorrise, fu sul punto di dire qualcosa, ma poi si interruppe. Torn ad abbassare lo sguardo.
Anche questo...  complicato, disse.
In che senso?
Guard prima a sinistra e poi a destra, come in cerca di una risposta. Mi hanno addestrata e
seguita, disse dopo una breve pausa. Ci so fare, sono piena di risorse e ho ormai un certo
curriculum.
Bevve un sorso di Laphroaig, e io aspettai che proseguisse.
Diciamo la verit, per: quello che faccio, letteralmente,  andare a letto con il nemico. La
gente fa fatica a digerirlo. Si domandano tutti come ci si sente e se la cosa non possa finire per...
infettarmi, o qualcosa del genere.
E tu come ti senti? le domandai, incapace di resistere.
Lei distolse lo sguardo. Non ho voglia di parlarne.
Io assentii, e restammo per un po' in silenzio. Fui io, a un certo punto, a parlare. Stai correndo
molti rischi, con questa operazione, forse anche pi del solito. Qualcuno potrebbe affermare che, con la
mia entrata in scena e con il tizio dell'hotel, le cose si sono fatte un po' troppo complicate, per te, e che
sarebbe il caso di mollare il colpo. Tu, per, non l'hai fatto.
Lei sorrise, ma il sorriso non attecch.
Stai cercando di dimostrare qualcosa? domandai. Di guadagnarti il rispetto di qualcuno
mettendo in gioco la tua vita?
Che cosa vuoi saperne, tu? replic, con un tono un po' troppo secco, e io ebbi la sensazione di
avere fatto centro.
Le sorrisi con gentilezza. Ho combattuto per gli americani in Vietnam. Contro i "gialli", contro
i "charlie"... E ora guardami in faccia, Delilah.
Mi guard.
Capisci? le domandai. Ci ho messo molti anni per capire perch ho fatto certe cose, laggi.
Lei annu e bevve quello che restava del suo whisky. S, capisco, e credo che tu possa capire
me.
Insomma, ne vale la pena? Ti affidano queste missioni, con un rischio per te elevatissimo. Tu
gli porti quello che gli serve, e loro continuano a non fidarsi di te. Perch prendersi questa briga?
Perch prendersi la briga? ripet lei, inclinando la testa di lato, come per cercare di mettere a
fuoco qualcosa che fino a quel momento non aveva visto. Hai mai visto un bambino con una gamba
amputata da una bomba? E sua madre che lo tiene in braccio, pazza di dolore e di orrore?
Molti l'avrebbero considerata una domanda retorica. Io no.
S, risposi. L'ho visto.
Si ferm, mi guard e poi disse: Be', il mio lavoro serve a prevenire una parte di questi incubi.
Quando lo faccio bene, quando riusciamo a bloccare i flussi di denaro e di materiali destinati a quei
mostri che si imbottiscono di esplosivo, veleno per topi e chiodi, alcuni bambini che altrimenti
sarebbero morti continuano a vivere, famiglie destinate a soffrire per sempre vengono risparmiate e
molte menti che verrebbero devastate dal trauma restano sane.
Fece una nuova pausa e poi aggiunse: Dovrei lasciar perdere? Solo perch i miei superiori,
contro ogni logica, non si fidano di me? Certo, potrei. Poi, per, dovrei andare a spiegare alle vittime e
a chi soffre che io avrei anche potuto fare qualcosa, ma che ho preferito non farlo, perch i miei datori
di lavoro non mi trattavano abbastanza bene.
Mi guard, il viso congestionato, le spalle sussultanti per il respiro concitato.
La guardai, provando uno strano miscuglio di ammirazione, attrazione e vergogna. Ingollai una
notevole
quantit di Laphroaig, svuotando il bicchiere. Poi riempii di nuovo prima il suo e poi il mio.
Sei fortunata, le dissi dopo un breve silenzio.
Lei mi guard incredula. Che cosa stai dicendo?
Chiusi gli occhi e mi massaggiai per un attimo le tempie. Lo sei, per come credi in quello che
fai... Riaprii gli occhi. Cristo, non ho la pi pallida idea di come ci si possa sentire.
Dopo una lunga pausa lei disse: Non mi sento poi tanto fortunata...
No, hai ragione, mi sono espresso male. Per sei contenta della tua sorte, e non  la stessa
cosa, lo ammetto.
Ripresi a massaggiarmi le tempie. Mi dispiace, non avrei mai dovuto domandarti se il tuo
lavoro vale la pena. Nel corso degli anni ho sviluppato l'abitudine di... prevenire eventuali tradimenti,
di pensare che il rischio di tradimenti e l'autodifesa siano essenziali. E forse per me  vero, ma non 
detto che debba valere per tutti. Non vale, per esempio, per le persone come te.
Per alcuni istanti restammo entrambi in silenzio. Poi mi domand: Che cosa stai pensando?
Risposi dopo un secondo di esitazione: Sto pensando che mi piace come muovi le mani
quando parli. Anche se era solo una parte della verit.
Lei si guard le mani per un attimo, come per verificare che stessero muovendosi correttamente,
e rise dolcemente. Non mi capita spesso. Tu, per, mi hai fatto incazzare.
Non le muovevi solo quand'eri incazzata.
Oh, be', mi capita quando non mi controllo.
E ti capita spesso?
No, raramente.
Dovresti farlo pi spesso.
 pericoloso.
Perch?
Bisogna premunirsi.
La sua espressione era assolutamente impassibile, e
capii che stava sforzandosi di controllarla. Bevve un goccio e mi domand: E tu? Che cosa fai
per premunirti?
Me ne sto sulle mie.
Te l'ho detto: io non posso permettermi questo lusso.
La guardai e dissi: Non l'ho mai considerato un lusso.
Lei mi restitu lo sguardo, e ci fissammo per un tempo lunghissimo. Uno sguardo assolutamente
sincero. Forse addirittura invitante.
Mi alzai e mi sedetti accanto a lei sul divano. Sollev appena un sopracciglio e disse: Mi
pareva di avere capito che te ne stavi sulle tue. Sul suo viso, per, comparve anche un accenno di
sorriso.
 proprio questo il problema con le regole auto-imposte, dissi. Non c' mai nessuno che ti
riporti sulla retta via quando le infrangi.
Se non ho capito male, avevi detto di non avere intenzione di scoparmi.
Infatti.
La guardai per un istante e poi mi sporsi lentamente verso di lei. Delilah mi guard, i suoi occhi
si fissarono nei miei, passarono per un istante sulle mie labbra e poi tornarono a guardarmi nelle
pupille.
Mi fermai. I nostri visi erano separati da pochissimi centimetri. Sentii una nota di un profumo
raro, forse qualcosa che aveva acquistato in una costosa boutique di Parigi o di Milano, scegliendone
personalmente gli ingredienti. Il profumo aleggiava, ma era inafferrabile, come i residui di un sogno al
risveglio, come un'immagine che persiste per un istante sulla retina dopo un intenso lampo di luce o il
ricordo di un viso conosciuto e amato tanto tempo prima. Qualcosa di abbastanza concreto da
coinvolgerti, da farti venire voglia di prenderlo e di impossessartene prima che sfumi di nuovo.
Mi sporsi ancora un po' e la baciai. Lei accett il bacio, ma senza particolare entusiasmo. Un
attimo, e io mi ritrassi, guardandola.
Qualcuno, a proposito del tuo comportamento, potrebbe parlare di "segnali contraddittori",
disse. Sfoggiava un vago sorriso, ma il suo tono di voce era serio.
Sono contraddittorio per natura. Me l'hanno detto tutti gli strizzacervelli militari che mi hanno
visitato.
Pochi minuti fa mi stavi maltrattando, ricordi?
Scossi la testa. Quella non eri tu, bens il tuo alter ego, che a me non interessa.
Come fai a sapere di essere interessato a quello che c' dietro il mio alter ego?
Mi piace quello che ho visto finora.
Mi guard. Forse hai ragione. Forse posso solo recitare, fare la poseuse.
Sarebbe triste, se fosse vero.
Sei stato tu a dirlo.
Stavo solo cercando di toglierti la maschera.
Ci sei riuscito.
Dimostrami che ho fatto male.
Non so se tu abbia fatto male.
Le guardai le gambe e il seno con una lascivia scherzosa e poi dissi: Okay, mi accontento
dell'alter ego.
Lei rise, ma poi tacque e mi rivolse un ulteriore lunghissimo sguardo. Si sporse verso di me e ci
baciammo di nuovo.
Questa volta fu meglio. Aveva un che di incerto, come la precariet di una tregua, come la
sensazione che qualcosa, in modo lento ma inarrestabile, fosse in moto sotto la superficie.
Le schiuse le labbra, e le nostre lingue si toccarono. Di nuovo, un senso di esitazione:
un'esplorazione, non una carica violenta; un'immersione graduale, non un tuffo noncurante.
Trascorse un minuto, poi un altro, e il bacio si fece meno cauto, pi appassionato; meno
deliberato, pi libero. Mi soffermai su tutti i pi piccoli dettagli della sua bocca, che balenavano nella
mia coscienza come immagini illuminate da una luce stroboscopica: le sue labbra, i suoi denti, di nuovo
la lingua, la deliziosa sensazione dell'insieme.
Prese il mio labbro inferiore tra i denti e lo strinse per un istante, per poi lasciarlo e allontanarsi
gradualmente da me. Ci guardammo, e lei sorrise.
Mi piace il tuo sapore, disse.
Gi, stavo pensando la stessa cosa di te. Dev'essere il Laphroaig.
Emise un mugolio di assenso simile alle fusa di un gatto. S, in parte  quello, ma in parte sei
proprio tu.
Le sorrisi. Il gusto esotico dell'Oriente?
Lei rise. No, sei tu che mi piaci.
Facemmo l'amore sul letto. Il suo corpo era voluttuoso e bello come promesso dalla fugace
visione che ne avevo avuto nella suite di Belghazi, e si muoveva con un'esperienza e un entusiasmo
privi di affettazione che mi fecero pensare alla sicurezza di s che le avevo attribuito vedendola per la
prima volta nell'atrio del Mandarin Oriental.
Utilizzammo un profilattico, che probabilmente era una delle cose che lei normalmente portava
con s in borsa. Era saggio, da parte sua. Nelle rare occasioni in cui ho provato una vera passione, non
mi  capitato molto spesso di utilizzare precauzioni. La giustificazione, di solito, recita: Con tutte le
pallottole e i proiettili di mortaio a cui sono sopravvissuto, sono di certo immune anche alle malattie a
trasmissione sessuale. E da stupidi, lo so.  probabile, anzi, che il destino si prender la sua ironica
rivincita su di me uccidendomi con l'AIDS o con altre spiacevoli alternative del genere.
Dopo, restammo sdraiati l'uno accanto all'altra, a guardarci in faccia, con la testa languidamente
posata su guanciali ripiegati. Lei allung una mano e segu con un dito il profilo delle mie labbra.
Stai sorridendo, disse.
Io sollevai un sopracciglio. Che cosa credevi? Che mi sarei rabbuiato?
Lei rise. Le sue parole e il suo atteggiamento parevano assolutamente sinceri. Lei, per, era una
professionista. Se si scioglieva i capelli, io non dovevo dimenticare che poteva trattarsi di una tattica,
un mezzo utilizzato a un fine ben preciso. Eppure, ancora non riuscivo a capire quali fossero i suoi veri
moventi, e non potevo prevedere quello che avrebbe fatto una volta tornata al Mandarin Oriental. Era
un peccato che in quel letto, tra noi, dovesse giacere anche questo spiacevole dubbio, ma non potevo
farci nulla.
Com' che hai cominciato a lavorare in questo campo? le domandai.
Lei si strinse nelle spalle. A volte me lo domando anch'io.
Raccontami.
Ho risposto a un'inserzione su un giornale, come te.
Aspettai. Non aveva senso aggiungere altro. Se non aveva voglia di parlarne, non l'avrebbe fatto
comunque.
Tacemmo di nuovo. Poi lei disse: Ero una ragazza magrolina, ma all'et di quattordici anni il
mio fisico cominci a svilupparsi, e i ragazzi - gli uomini, in generale - presero a guardarmi. Non
sapevo esattamente perch mi guardassero, ma mi piaceva. Mi piaceva avere qualcosa di interessante
per loro. Mi pareva che questo mi desse un certo potere.
Li avrai fatti impazzire, dissi, ben sapendo com' essere maschi a quattordici anni, intossicati
dal testosterone e monomaniaci come missili a guida termica.
Lei annu. I ragazzini della mia et, per, non mi interessavano. Non so perch: mi
sembravano cos piccoli... Le mie fantasie avevano sempre per oggetto uomini pi grandi.
Si tir un po' su sul cuscino. Quando avevo sedici anni, un amico di mio padre che serviva
nell'esercito si
trasfer nella nostra citt per un'opportunit di lavoro che gli avevano offerto. Finch non trov
casa, per un paio di mesi, rest ad abitare da noi. Si chiamava... Dov, diciamo. Aveva quarantanni, era
un eroe di guerra, moro, bello e con gli occhi dolcissimi e folgoranti. Ogni volta che lo guardavo,
provavo una strana sensazione e dovevo distogliere lo sguardo. Lui era sempre corretto con me, ma a
volte mi accorgevo che mi guardava come gli altri uomini, anche se, evidentemente, cercava di
controllarsi.
Quando mi resi conto che mi guardava in quel modo, fu... eccitante. Lui, insomma, era un vero
uomo, un eroe di guerra, bello, intelligente, un bel po' pi adulto e pi sgamato di me, eppure io avevo
su di lui questo potere. Cominciai... a mettere alla prova questo mio potere per cercare di capire che
cosa fosse. Ridevo per certe cose che lui diceva e restavo a fissarlo negli occhi un po' pi a lungo del
solito. Oppure, quando gli passavo accanto lo sfioravo. Non volevo arrivare a nulla; non sapevo
neppure che si potesse arrivare a qualcosa, con un uomo come Dov, n cosa fosse questo qualcosa.
Un giorno, mentre lui era a casa e i miei genitori erano usciti, indossai quella che io consideravo
la mia tenuta pi sexy: il top di un bikini bianco e un pareo in tinta. Bussai alla sua porta. Il cuore mi
batteva fortissimo, come accadeva ogni volta che gli ero accanto o anche solo pensavo a lui. Sentii dire:
"Avanti!", e cos entrai. Era seduto alla piccola scrivania della sua stanza e quando mi vide si alz in
piedi di scatto, arrossendo e distogliendo lo sguardo da me. Il mio cuore cominci a battere ancora pi
forte. Gli dissi che stavo andando in spiaggia - abitavamo in riva all'oceano - e gli domandai se non
avesse voglia di farsi una nuotata. Lui non disse nulla: mi guard per un attimo solo e poi torn a
fissare il suo sguardo altrove. Mi accorsi del suo respiro affannoso. Ero cos giovane, allora, che non
sapevo neppure che cosa significasse, ma la cosa mi eccit molto. Inoltre, ero un po' a disagio, perch
lui non mi aveva risposto. Non sapendo cosa fare; mi feci un po' di vento in faccia con le mani e dissi:
"Fa cos caldo, qua dentro!" E, in effetti, all'improvviso sentii un caldo tremendo. Lui tacque e continu
a guardarmi con la pi strana delle espressioni: sorrideva, ma aveva anche l'aria di chi non stia poi tanto
bene, come se stesse soffrendo e, insieme, sforzandosi di resistere. Ero innervosita dal fatto che non mi
rispondesse e cos, tanto per dire qualcosa, aggiunsi: "Se non hai voglia di fare il bagno, non importa",
e mi accorsi che la mia voce tremava.
Mosse le labbra, ma dalla sua bocca non usc alcun suono, dopo di che protese le braccia e mi
sfior le guance con il rovescio delle dita. Fui colta di sorpresa e feci un brusco passo indietro. Anche
lui si ritrasse e subito mi chiese scusa. Non capivo a che cosa si riferisse n perch io mi fossi
allontanata: l'unica certezza che avevo, in quel momento, era che volevo che lui mi toccasse, lo volevo
pi di ogni altra cosa, e senza pensarci due volte gli presi le mani tra le mie e dissi: "No, no, va bene."
Lui, allora, mi guard con quei suoi begli occhi scuri, mi prese il viso tra le mani e mi baci. Fu il mio
primo vero bacio ed ebbi la sensazione di essere sul punto di svenire per quanto mi piacque. Mi sentivo
mugolare dentro la sua bocca, mentre lui mugolava nella mia. La vuoi sapere una cosa? Quando mi ha
posato le mani sui fianchi e sul seno, sono venuta. Fu anche questa una prima volta: non avevo neppure
idea di che cosa stesse succedendo, non riuscivo a respirare, sentii soltanto dentro di me un'esplosione
di piacere, dopo di che mi aggrappai a lui e scoppiai a piangere. Lui mi abbracci. Accarezzandomi i
capelli continuava a chiedere scusa, mentre io, che non riuscivo a parlare, continuavo a scuotere la testa
perch era tutto cos bello, cos meraviglioso.
Sorrisi, determinato a crederle, a pensare che stesse
svelando un'altra parte della sua vera identit nascosta dietro la facciata da poseuse, come
aveva detto lei. E probabilmente era cos. Dov, pur essendo uno pseudonimo, era pur sempre un nome
israeliano. Facendo un rapido calcolo, il conflitto in cui lui si era distinto poteva essere la Guerra dei
Sei giorni. E la citt sul mare Tel Aviv, o Eilat...
O forse era una storia che Delilah aveva raccontato cos tante volte e per cos tante ragioni da
finire per convincersene lei stessa. Forse rientrava in un piano per indurmi a sviluppare attaccamento
nei suoi confronti, per influenzare la mia obiettivit, per offuscare il mio giudizio.
In ogni caso, avrei potuto ripensare a tutte queste spiacevoli eventualit in altra sede. Non
vedevo la necessit di analizzarle in quel momento.
Avete fatto l'amore? le domandai.
No, non quella volta, anche se avremmo potuto. Per quello che mi riguardava, lui avrebbe
potuto farmi qualunque cosa.
E dopo cos' successo?
Lei sorrise. Ci promettemmo a vicenda che non sarebbe accaduto mai pi; che era sbagliato,
perch lui aveva molti pi anni di me; che sarebbe stato un disastro se i miei genitori fossero venuti a
saperlo. Ciononostante non riuscimmo a stare lontani. Quell'anno mio fratello, che era nell'esercito, fu
ucciso. Non credo che sarei riuscita a superare il trauma senza l'aiuto di Dov. Con la sua esperienza
della guerra e i lutti patiti, fu l'unico capace di darmi un po' di conforto.
Dev'essere stata una catastrofe, per i tuoi genitori.
Erano distrutti. Molta gente, tra l'altro, sosteneva che non saremmo neppure dovuti andare a
combattere dove mio fratello era morto, cosicch il loro chiodo fisso era: "Nostro figlio  morto, e per
che cosa?" Non fu un lutto come quelli delle altre guerre, a cui eravamo stati costretti. Sembrava,
piuttosto, una morte... inutile. Mi spiego?
Stava certamente alludendo all'invasione del Libano. Se quel racconto era pura invenzione,
Delilah possedeva davvero un'immaginazione grandiosa.
Distolsi lo sguardo, pensando al mio ritorno negli Stati Uniti dopo il Vietnam: il meglio che
potevi aspettarti dall'americano medio, quando veniva a sapere che avevi combattuto nel Sudest
asiatico, era una qualche forma di educato imbarazzo e il chiaro desiderio di cambiare argomento.
Altrimenti, ben di peggio.
La cosa pi crudele che una societ possa fare, dissi,  mandare dei giovani in guerra con
licenza di uccidere, per poi annunciare, al loro ritorno in patria, che quella licenza non era valida.  la
stessa cosa che  capitata a noi in Vietnam.
Lei mi guard e annu. Restammo in silenzio per alcuni istanti. Poi le domandai: Com' andata
a finire con Dov?
Sorrise. Lui  partito, e io sono andata al college. Ha moglie e due figli, ora.
Vi vedete ancora?
Lei si strinse nelle spalle. Non molto spesso. Ci sono di mezzo la sua famiglia e il mio lavoro.
Ogni tanto, per, s.
E i tuoi genitori hanno mai saputo?
Scosse la testa. No, e lui non ha mai detto nulla a sua moglie.  un bravissimo uomo, ma sai
com'? Non possiamo farne a meno. C' un legame troppo forte tra noi.
Io annuii e dissi: Molti se lo sognano un legame cos.
Lei sollev le sopracciglia. E tu?
Distolsi per un attimo lo sguardo, pensando a Midori. Una volta, forse, mi  capitato.
Che cosa  successo?
Aveva indovinato il tipo di lavoro che faccio ed era abbastanza intelligente da capire che i
nostri mondi dovevano restare separati, risposi.
Hai mai provato a mollare questo lavoro?
Di continuo.
 difficile, eh?
Non potremo mai pi sentirci a casa, John, dopo quello che abbiamo fatto. Cos aveva parlato
quel filosofo di Crazy Jake, mio fratello di sangue.
Annuii e dissi, come rivolto al fantasma del mio compagno d'armi: Ci sono cose di cui non
puoi liberarti, dopo averle fatte.
Com' andata?
Ho sbagliato io. L'ho ferita.
No, non parlo di questo. Le cose belle...
Non so, dissi, immaginandomi per un attimo il viso di Midori, il modo in cui mi guardava.
Aveva una sua speciale... franchezza, in tutto quello che faceva. Riuscivo sempre a capire che sentiva
per me. Aveva esperienza, raffinatezza e nel suo campo era famosa ma quando ero con lei avevo
sempre la sensazione di essere con la persona che lei era stata prima di diventare quello che era, con la
persona vera, con il nucleo che nessun altro riusciva a vedere. L'ho resa felice, sai? In un modo
assurdo, che al momento mi ha preso completamente alla sprovvista. Non credo di avere provato mai
nulla di simile prima di allora. Non riesco a immaginare che possa accadermi di nuovo.  stata la sua
felicit... Mi interruppi, rendendomi conto di quanto potesse suonare melenso, ma poi conclusi: ...la
cosa che pi mi ha reso felice.
E adesso non sei felice?
In questo momento preciso? Mi sento benissimo.
Lei sorrise. E in generale?
Mi strinsi nelle spalle. Non sono depresso.
Una definizione alquanto riduttiva della felicit.
Cerco di trarre piacere dalle cose. Un buon single malt, del buon jazz un po' di judo fatto bene.
Il bagno caldo dopo gli allenamenti. Il cambio delle stagioni. Il profumo del caff tostato al punto
giusto.
Cose, comunque.
Riflettei per un attimo, in silenzio. S, purtroppo  cos.
Una volta una persona mi ha detto: "Se si vive solo per se stessi, la morte diventa una
prospettiva davvero terrificante."
La guardai, ma non dissi nulla. Forse quella sua osservazione aveva centrato il bersaglio.
Tu non hai fede, disse.
No, infatti. Dopo una breve pausa, le domandai: E tu?
A fatica, ma credo in alcune cose, senza le quali non potrei vivere.
Tacemmo per un po', ognuno assorto nei propri pensieri. Tu non puoi andare avanti in eterno a
fare questo lavoro. Che cosa farai? le chiesi.
Lei scoppi a ridere. Vuoi dire quando i miei "ferormoni cominceranno a prosciugarsi"? Non
lo so ancora. E tu?
Mi strinsi nelle spalle. Non ho ancora deciso. Magari mi ritirer da qualche parte. In un posto
con tanto sole, magari in riva all'oceano, come il posto in cui sei cresciuta tu. Un posto per me senza
ricordi.
Mi sembra una buona prospettiva.
Gi, ma non so quando si avverer.
Be', il tuo tipo di lavoro, probabilmente, garantisce pi tempo libero del mio.
Scoppiai a ridere. E una famiglia? Sei ancora giovane...
Non so... Non credo di poter lasciare Dov, e dunque avrei bisogno di un marito piuttosto
comprensivo.
Non dirglielo.
Dovrei anche evitare di raccontargli dove ho trascorso gli ultimi dieci o dodici anni, allora.
Sai, se un uomo scopre che sai recitare a letto, non potr fare a meno di chiedersi se per caso anche con
lui tu non stia fingendo.
Gli uomini, in genere, sono piuttosto insicuri, da questo punto di vista.
Mi parve che quest'ultima osservazione potesse anche essere rivolta direttamente a me. Forse
era un modo per sondare il terreno, per vedere se io non fossi disposto ad ammettere qualcosa del
genere. Meglio adottare una manovra evasiva. Dev'essere dura stare accanto a uno come Belghazi,
sapendo quello che fa, dissi.
Lei annu. Bisogna essere capaci di separare nettamente le cose. Con lui, per, non  tanto
male. Lui non  un killer.  molto pi in alto, in quel tipo di catena alimentare. Inoltre,  intelligente e
corretto. Attraente, persino. Tieni presente che a me gli uomini piacciono.  anche per questo che sono
cos brava nel mio campo.
Per, quando avrai ottenuto da lui quello che vuoi...
La sua espressione si rannuvol leggermente. Di questo si occuper qualcun altro. Magari tu,
se riusciremo a gestire questa nostra relazione nel modo giusto.
E a quel punto come ti sentirai?
Come mi sento sempre. In ogni caso, non puoi esimerti dal fare quello che  giusto solo perch
 spiacevole.
La guardai, sinceramente impressionato. La maggior parte della gente non se ne rende conto,
ma il novanta per cento della moralit  fondata sulla comodit. Se vai a incenerire centinaia di persone
da diecimila metri di quota, al ritorno dormi come un angioletto. Se uccidi una persona con la
baionetta, i tuoi sogni non saranno mai pi quelli di prima.
Qual  la cosa pi comoda?
Qual  la cosa peggiore?
Forse, non ha importanza. In fondo, tutto si pu superare. Siamo creature talmente resistenti.
Era strano starsene cos a letto con lei. Quella stanza faceva l'effetto di un approdo tranquillo.
Compresi che la mia tranquillit derivava sia dalle mie precauzioni sia
da quelle che anche lei sicuramente aveva preso. Forse, per, dipendeva anche dal fatto che una
parte di me aveva voglia di sentirsi in quel modo, per ragioni intrinseche, indipendenti dal mondo
esterno. Non era certo un buon segno, lo sapevo. Anzi, poteva indicare la mia crescente inadeguatezza
a quel tipo di gioco e, quindi, alla sopravvivenza.
Delilah si alz dal letto e and a farsi una doccia. Port la sua borsa in bagno con s, ben
sapendo che io, in caso contrario, ci avrei messo le mani. In ogni caso, non avrei trovato nulla di
interessante. Lei era troppo attenta a questo genere di cose.
Restai disteso ad ascoltare lo scrosciare dell'acqua. Sapevo che in bagno, almeno in teoria, lei
avrebbe potuto utilizzare il suo cellulare, rivelando ai suoi soci dove mi trovavo. L'istinto mi diceva che
la possibilit era remota, ma il mio istinto poteva anche essere intorpidito dal whisky. Lei, del resto, era
di certo ancora preoccupata per il pericolo da me potenzialmente rappresentato per la sua missione.
Dovevo stare all'erta.
Quando usc dal bagno, notai che si era gi rivestita. Sembrava rilassata e fresca. Io mi ero
infilato in uno dei morbidissimi accappatoi del Peninsula ed ero seduto sul bordo del letto, come se
fossi sul punto di coricarmi per la notte.
Si sedette accanto a me e mi domand: E adesso che cosa facciamo?
Io le posai una mano sulla coscia. Be', io sono pronto per il secondo round, se tu sei
d'accordo.
Lei rise. Mi riferivo alla situazione pi generale.
Ah, be'... Puoi spedire messaggi di testo con il tuo telefonino?
Certo.
Le diedi l'URL di una delle mie bacheche elettroniche criptate. La password  "Peninsula", le
dissi. Come il nome di questo hotel. Fammi sapere quando avrai ottenuto da Belghazi quello che ti
serve e, magari, dove posso trovarlo.
Dici davvero?
Mi strinsi nelle spalle. Sto ancora aspettando di sentire i miei referenti, che dovrebbero riuscire
a chiarire chi erano quegli arabi che mi seguivano e in che modo siano riusciti a rintracciarmi. Per il
momento, in ogni caso, non ho modo di avvicinare Belghazi. Farsi da parte per un po' mi sembra la
cosa pi saggia.
Lo , infatti. Chiunque siano, quelli che ti hanno fatto seguire a Macao non possono contare su
risorse illimitate. Avranno bisogno di tempo per dispiegare nuove forze.
Lo so, dissi.
Per devi ugualmente fare attenzione. So che lo sai gi. Sei un professionista. Belghazi  un
uomo pericoloso. Ricordi quando ti dicevo che ho conosciuto uomini spietati? Belghazi lo  al massimo
grado.
Che vuoi dire?
A Montecarlo l'ho visto uccidere un uomo, a mani e piedi nudi.
S, pratica il savate, lo so.
Delilah scosse la testa. Non  un praticante qualsiasi. Ha vinto un guanto d'argento ed  stato
campione di boxe francese. Si allena con i costati di bue. A calci  capace di spezzare le costole una a
una.
Dovrebbe chiedere il brevetto. "Inteneritore di carne Belghazi".
Lei non rise. E porta sempre con s un rasoio a serramanico.
Buon per lui, dissi.
Lei mi guard. Non la prenderei cos alla leggera.
Sai che cosa insegnano ai venditori? le domandai guardandola. Mai vendere dopo l'orario di
chiusura. Ti ho gi detto che mi far da parte, per ora. Non  necessario che tu ti sforzi di
convincermi.
Lei sorrise, e per un istante intravidi nel suo sorriso una nota triste. Ah, bene, disse.
Restammo per qualche attimo in silenzio. Poi lei domand: Dimmi: credi che io sia venuta a
letto con te per ragioni... tattiche? Per manipolarti?
La guardai. Dimmelo tu.
Lei abbass lo sguardo. Questa  una cosa che dovrai decidere da solo.
Ci baciammo, in modo stranamente esitante, dopo la nostra recente vampata di passione, e poi
lei se ne and. Aspettai quindici secondi, mi sfilai l'accappatoio e mi vestii. Le altre mie cose erano
ancora nella borsa. Attesi un minuto, sbirciando dallo spioncino e utilizzando il Soldier-Vision per
accertarmi che il corridoio fosse libero. Uscii e raggiunsi il pianterreno prendendo una serie di scale e
corridoi interni. Lasciai l'hotel per una delle uscite posteriori, imboccai Hankow Road e attraversai
Nathan Road, dove scesi con la scala mobile per andare a prendere il metr. Eseguii alcuni movimenti
bruschi per assicurarmi di non essere seguito. E mi ritrovai di nuovo solo.
7
Dormii al Ritz, dalla parte opposta del porto. Fu un peccato dover lasciare il Peninsula, ma
Delilah sapeva che io ero l e avrebbe pur sempre potuto dirlo a qualcuno. Meglio recidere ogni
potenziale collegamento.
L'indomani mattina mi svegliai fresco e di buon umore. Ripensai a lei. Aveva proprio bisogno
che Belghazi se ne andasse un paio di giorni, lasciandole un po' di libert. Immaginai che qualunque
cosa fosse andato a fare, si trattava esattamente di quello che Delilah e i suoi soci stavano aspettando.
Ritenevano, probabilmente, che gli esiti di quei suoi incontri sarebbero stati in qualche misura registrati
sul suo computer, e a quel punto sarebbero entrati in azione.
Perch, allora, Delilah aveva ugualmente cercato di intrufolarsi nel computer di Belghazi,
quella notte nella suite del Mandarin Oriental? Forse era stato un semplice tentativo. Un esercizio di
riscaldamento. S, poteva darsi, anche se non avevo modo di accertarmene. Per il momento, almeno.
Tutte le mie congetture, inoltre, presupponevano che lei mi avesse detto la verit, ma di questo
io non potevo essere sicuro. Avevo bisogno di altre informazioni, utili a tentare qualche triangolazione.
Speravo di ottenerle da Kanezaki.
Mi feci una lunga doccia e mi rasai prima di passare dal banco della reception, pagare e
andarmene. La bella receptionist mi guard per un attimo e chiese educatamente il permesso di
allontanarsi. Prima che io potessi anche
solo immaginare di che si trattasse, fu di ritorno con il direttore, un tizio magrolino con dei
baffetti sottili.
Ah, Mr Watanabe, disse, utilizzando il nome falso che avevo fornito al mio arrivo, crediamo
che un uomo vi stia cercando. Una questione di... polizia, apparentemente. Dice che  molto importante
che lei si metta in contatto con lui. Ha lasciato un numero di telefono. Mi porse un foglietto.
Io annuii, mi sforzai di non manifestare la mia costernazione e presi il foglietto. Non capisco.
Perch non mi avete informato subito?
Mi dispiace molto, signore, ma quell'uomo non la conosceva neppure per nome. Ha lasciato
una fotografia alla reception. Solo ora, vedendola, la receptionist ha pensato che lei potesse essere la
persona della fotografia.
 tutto? Non c' altro? Quest'uomo non ha detto come si chiama?
Il direttore scosse la testa. No, mi dispiace.
Posso vedere la fotografia?
Certo. Frug sotto il banco e mi mostr una stampa che riconobbi immediatamente come un
raffinato falso, un'immagine digitalizzata delle mie fattezze: non certo un ritratto sputato, ma
abbastanza somigliante.
Li ringraziai, pagai il conto e me ne andai, controllando l'atrio con pi attenzione di quanta ne
avessi usata al mio arrivo. Sembrava tutto in ordine.
Eseguii una serie di complesse e accurate manovre di contro-sorveglianza, interrogandomi
sull'identit di quell'uomo misterioso e su come diavolo avesse fatto a rintracciarmi. L'idea di avere
qualcuno alle costole, proprio quando si crede di aver fatto tutto il necessario per evitarlo,  oltremodo
spiacevole.
Quando fui ragionevolmente certo di non essere seguito, entrai in una cabina telefonica e
composi il numero che mi avevano dato all'hotel.
Il telefono, all'altro capo, squill due volte, dopo di che udii un moshi moshi pronunciato con
un marcato accento del Sud degli Stati Uniti.
Oh, Cristo! esclamai. Dox.
C' gente che mi chiama anche cos, ma non ti preoccupare: sono io, disse, con il suo
fastidioso umorismo. Com'era il mio giapponese?
Perfetto.
Lo dici tanto per dire, ma ti ringrazio lo stesso.
Che cosa vuoi?
Non mi chiedi come ho fatto a trovarti?
Solo dopo averti atterrato e immobilizzato.
Rise. Te l'ho detto: non c' bisogno di arrivare a quel punto. Ti spiego tutto quello che vuoi. A
quattr'occhi, per.
Ci pensai un attimo. "D'accordo."
Dove sei, adesso? Ancora all'hotel?
Fu a quel punto che ebbi l'illuminazione e compresi come aveva fatto.
S, dissi, per cercare di verificare la mia teoria.
Be', okay, allora arrivo. Aspetta un attimo, per: non conosco Hong Kong tanto bene.
Spiegami un modo facile per raggiungerti.
Sorrisi. Con un taxi.
S, d'accordo, ma dammi qualche indicazione. Preferisco sapere con precisione dove sto
andando.
Gi, proprio come immaginavo. Basta che tu dica all'autista il nome dell'hotel, e lui di certo lo
trover.
Ci fu un breve silenzio, e io me lo immaginai decisamente esasperato. Maledizione, com' che
si chiama l'hotel? domand, testardo.
Io risi e non dissi nulla. Un attimo dopo, disse: Okay, d'accordo, mi hai scoperto. Ci vediamo
dove vuoi tu.
Perch mai dovrei avere voglia di rivederti?
D'accordo, ho sbagliato. Volevo solo vedere se riuscivo a fregarti, ma tu sei troppo furbo. Di
certo per troverai
interessante quello che ho da dirti. Di questo ti puoi fidare.
Ci riflettei su. Ovvio che volessi incontrarlo. Dovevo assolutamente sapere di che cosa si
trattava, ma dovevo anche prendere precauzioni. Precauzioni potenzialmente fatali per Dox, se le cose
non fossero andate come io volevo che andassero.
Dove sei ora? gli domandai.
In un caff del centro, a lumare un tavolo di ragazze cinesi. Ho l'impressione di piacergli.
Evidentemente non sanno che tu preferisci le pecore, dissi.
Lui rise. Cacchio, amico! Non lo sanno di certo, se non glielo hai raccontato tu.
Sta' l tranquillo per un po'. Ti richiamo io.
Dove stai andando?
Ti richiamo, dissi, e interruppi la comunicazione.
Se fossimo stati a Tokyo avrei potuto decidere subito il luogo e l'ora dell'incontro. Ci avevo
vissuto per venticinque anni e l'avevo studiata a fondo: conoscevo decine di posti che avrebbero fatto
esattamente al caso nostro. Hong Kong, invece, non la conoscevo altrettanto bene. Avevo bisogno di
organizzarmi.
Raggiunsi il sovrappasso e mi diressi a ovest, verso Sheung Wan, in cerca di un posto adatto.
Era domenica, e la zona era animata dal chiacchiericcio delle migliaia di colf filippine residenti
sull'isola, che si godevano il giorno settimanale di tregua dal lavoro. Sedevano su cartoni appiattiti,
all'ombra della tettoia della lunga passerella sopraelevata, e facevano colazione a base di pancit
palabok, di sotanghon, di kilawing tanguige e di altre specialit e, anche se solo per un attimo, si
sentivano di nuovo a casa. Mi piaceva l'intimit, il contatto fisico che avevano tra loro, il modo in cui si
intrecciavano i capelli a vicenda e si tenevano per mano, sedute l'una accanto all'altra, come bambini in
cerca di consolazione. Nonostante lo sradicamento e la perdita di tutto quello che era stato loro,
avevano un che di infantile, e conclusi che forse  proprio questa loro apparente innocenza, abbinata a
una sessualit adulta, la ragione per cui molti uomini occidentali impazziscono per le donne del Sudest
asiatico. A questo tipo di fascino non sono certo insensibile, ma non era desiderio quello che provavo,
bens, per quanto strano e sorprendente possa sembrare, qualcosa di pi simile all'invidia.
Proseguii lungo il sovrappasso per poi puntare a sud, verso il quartiere occidentale, che deriva il
suo nome solo dalla posizione rispetto al centro citt, senza riferimenti alla cultura o all'atmosfera che
lo contraddistinguono. Anzi, caratterizzato com' dalle facce rugose degli erboristi tradizionali che
mescolano estratti di serpente, lucertole polverizzate e altri ingredienti dell'antica farmacopea locale,
dall'aroma dell'incenso, che emana dai templi, e del cibo che esala dai ristoranti specializzati in carne di
serpente e dalle botteghe, dalle grida dei pescivendoli, degli spazzini e dei venditori ambulanti, il
quartiere occidentale appare decisamente il pi orientale di tutta Hong Kong.
Mi fermai in un negozio di cianfrusaglie di Cat Street e, insieme a diversi altri oggetti di
seconda mano di cui mi sarei subito sbarazzato, e che servivano solo a distrarre il negoziante, comprai
un coltello da pescivendolo con lama da dodici centimetri e manico di corno, che invece conservai. Era
riposto in un fodero di cuoio, e la sua lama era abbastanza affilata.
Nel portafoglio avevo una vecchia carta di credito intorno alla quale avevo avvolto diversi metri
di nastro isolante. Mille usi, si dice, uno dei quali pu essere quello di assicurare un coltello sotto la
ringhiera del sovrappasso. Se mi fossi accorto di essere seguito o di un qualunque altro segnale
d'allarme, sarei passato con Dox
accanto a quel punto della ringhiera e l'avrei ucciso a coltellate.
Avrei preferito portarmi la lama addosso, ma Dox non era stupido, nonostante l'immagine che si
sforzava di trasmettere, e io ero certo che lui mi avrebbe guardato per bene in cerca di eventuali tracce
di armi. Certo, un posto per nascondermelo addosso avrei anche potuto trovarlo, ma ci avrei messo
troppo per estrarlo. Meglio contare sul fattore-sorpresa. A parte questo, sarebbe stato utile indossare
qualche indumento di pi, con una tenuta da jogging o qualcosa di simile tra uno strato e l'altro, cos da
potermi liberare, in caso di necessit, dello strato pi esterno. Ma sapevo che Dox si sarebbe accorto
anche di questo. Trovai, allora, un compromesso. Comprai un k-way scuro e una confezione di salviette
umidificate, che nascosi sotto un cestino dei rifiuti in un bagno pubblico non lontano dal nascondiglio
del coltello. Se avessi avuto problemi con Dox e mi fossi sporcato di sangue, avrei potuto imbucarmi
nel bagno e recuperare un minimo di presentabilit.
Proseguii verso est sul sovrappasso, per poi inoltrarmi nell'International Financial Center, che
ospita un grosso centro commerciale. Mi aggirai al suo interno finch non trovai un luogo adatto
all'incontro, al terzo piano, da dove era possibile osservare, non visti, la libreria Dymock al secondo
piano. Da l riuscivo non solo a tenere d'occhio l'entrata della libreria, ma anche il vicino ingresso del
secondo piano e le vie di avvicinamento alla mia postazione. Se avessi notato qualcosa di spiacevole,
avrei avuto a disposizione molte vie di fuga.
Chiamai Dox da un telefono pubblico.
Moshi moshi, disse con il suo pesante accento.
Mi domandai se non avessi esagerato a considerare quella sua parlata una messinscena.
Sei ancora l a lumare quelle ragazze? gli domandai.
Quelle e delle altre, disse, con la voce tonante di buonumore. Ne ho per tutte.
Vediamoci alla libreria Dymock nel centro commerciale dell'IFC.
Dove? Io non...
Risparmiati la scenetta per qualcuno che ci casca, tagliai corto. Il centro commerciale
dell'International Financial Center. Secondo piano. Fermata della metropolitana. Dovresti metterci
meno di un quarto d'ora. Se tra quindici minuti non sarai qui, non mi troverai pi.
Va bene, d'accordo, non  il caso di fare l'antipatico. Sto arrivando.
Lungo il tragitto ti sorveglier, Dox. Se non verrai da solo, la considerer un'offesa
personale.
Lo so, lo so.
Altroch se lo sapeva. Avevamo lavorato insieme e aveva visto di cosa sono capace.
Riagganciai, tornai alla mia postazione e mi misi ad aspettarlo.
Ero all'oscuro dei particolari, ovviamente, ma non era indispensabile conoscerli. Dox sapeva
che ero a Hong Kong perch da l era partita la mia telefonata a Kanezaki. In qualche modo aveva
prodotto quella mia fotografia: ci conoscevamo da tanto tempo, e lui mi aveva visto anche di recente;
forse si era fatto aiutare da qualcuno, come quando i testimoni collaborano con gli esperti di identikit
della polizia. O forse disponevano di una mia foto dei tempi in cui servivo nell'esercito e l'avevano
elaborata elettronicamente per rendere gli effetti della chirurgia plastica e dell'et avanzante.
Comunque fsse andata, Dox doveva aver deciso di distribuire quella foto negli hotel di Hong Kong e
Kowloon. Mi conosceva e, quindi, aveva di sicuro cominciato dai migliori, per poi eventualmente
procedere con quelli meno lussuosi. Ecco perch sapeva che ero in un hotel, ma non in quale, di
preciso.
Ne dedussi che doveva essere stato anche al Peninsula,
ma quando me n'ero andato di l avevo evitato un congedo troppo formale. Magari aveva anche
fatto balenare un qualche tesserino del governo americano, come se fosse un agente delle dogane
bisognoso di un favore, o qualcosa del genere. Oppure poteva avere contatti in loco. C'era anche il fatto
che il direttore del Ritz aveva alluso a una non meglio precisata questione di polizia. Magari, la CIA
aveva chiesto il supporto della gendarmeria locale. Fantastico.
Scossi la testa con un po' di amarezza. Il soggiorno negli hotel migliori  uno dei pochi lussi che
mi concedo. In quel momento, per, mi resi conto che quell'abitudine poteva essere un rischio. Avrei
dovuto farne a meno.
Cercai di non prendermela. Dox e Kanezaki avevano le loro ragioni. Stavano soltanto facendo il
loro lavoro.
Voleva dire che, se le cose si fossero messe male, io avrei fatto il mio. Senza rancore, ragazzi.
Sapete come funziona, no?
Dieci minuti dopo lo vidi entrare nel centro commerciale dall'ingresso al secondo piano, situato
sulla mia destra. Al momento sembrava solo. Posto che fosse venuto con qualcuno, gli accompagnatori
erano rimasti ad aspettare fuori.
Quando era sul punto di entrare nella libreria, lo chiamai. Ehi, Dox, sono quass!
Lui alz gli occhi verso di me e sorrise. Ehil!
Prendi la scala mobile alla tua destra, gli dissi. Sbrigati.
Fece come gli avevo detto. Mentre lui eseguiva, io tenni d'occhio l'ingresso, per accertarmi che
nessuno entrasse nella libreria per seguirlo. Non notai nessuno.
Quando giunse in cima alla scala mobile, io mi avviai. Gira a sinistra, dissi. Attraversa il
centro commerciale; io ti seguir da vicino. Poi ti dir cosa fare.
Non ti stanchi mai di queste cose? mi domand, rivolgendomi un'occhiata da cane bastonato.
Guardai la scala mobile alle sue spalle. Vai, gli dissi. Muoviti.
Dox esegu. Io restai ancora un attimo a guardare la scala mobile e l'ingresso. Nessuno. A quel
punto lo raggiunsi e mi piazzai alla sua destra, mezzo passo pi indietro. Il detector di Harry non
segnal nulla.
Giungemmo presso un corridoio di servizio. Qui, dissi. Gira a sinistra.
Obbed. Ci inoltrammo per alcuni metri. Fermati qui, gli dissi. Faccia al muro.
Esal un sospiro di esasperazione, ma fece anche in questo caso quello che gli avevo ingiunto.
Lo perquisii. Disarmato. Gli presi il cellulare, lo spensi e me lo misi in tasca.
Me lo restituisci alla fine dell'ora? domand.
Certo, risposi io, ma solo se farai il bravo. Ora esci.
Lo costrinsi a tutta una serie di imprevedibili manovre che avrebbero obbligato eventuali suoi
compari a manifestarsi. Se avessi notato qualcosa, lo avrei guidato verso il nascondiglio del coltello e
avrei messo immediatamente fine a quella pagliacciata. Dox per era solo.
Lo portai in un minuscolo ristorante nel cuore di Pok Fu Lam, ben lungi dalle zone turistiche
dell'isola, dove solo i visitatori pi audaci osavano avventurarsi. Il quartiere era annoverato tra i
bassifondi di Hong Kong, ma a me piaceva. Per certi versi, i fatiscenti edifici a quattro piani, con
l'intonaco scrostato e i leziosi balconi dalle ringhiere intagliate - fieri, per contrasto, e persino audaci -
mi parevano pi belli dello sfoggio di ricchezza e di potere dei quartieri pi a est. Dox, enorme, barbuto
e soprattutto di pelle bianca, sembrava decisamente fuori luogo tra gli altri commensali, ma non pareva
curarsene. Il menu era scritto interamente in cinese, ma io conoscevo i caratteri e fui in grado di
indicare quello che desideravo.
Che cos' questa roba? domand Dox, quando ebbe
cominciato a mangiare la zuppa che ci avevano servito.  gustosa.
Buon pr ti faccia, dissi. Un allenatore della squadra olimpica cinese di atletica leggera la
prescriveva ai suoi atleti migliori.
Davvero? Che cosa c', dentro?
La solita roba. Acqua di sorgente, verdure di montagna. Sangue di tartaruga e Cordyceps
militaris, che  un tipo di fungo.
Dox si blocc con il cucchiaio a met strada tra il piatto e la bocca. Dici sul serio?
Questo, almeno,  quello che diceva il menu.
Annu, con aria assorta. Gli atleti cinesi sono veloci. Se va bene per loro, direi che posso
mangiarla anch'io. Ripul il piatto con il sorriso sulle labbra.
Non ne fui certo stupito. In Afghanistan l'avevo visto mangiare cose altrettanto insolite, e
sempre con molto gusto.
Finita la zuppa, gli chiesi di spiegarmi che cosa stava succedendo.
Per cominciare, disse, appoggiandosi all'indietro allo schienale della sua sedia, non puoi
immaginare quali e quante cose mi hanno insegnato a fare: documenti falsi, manomissione di reti
informatiche, furti con scasso, intercettazione della posta altrui... E non si sono limitati ad addestrarmi.
No, mi hanno dato anche tutto l'equipaggiamento! Ho una fotocopiatrice laser da venticinquemila
dollari, carta speciale, inchiostri, kit olografici, codificatori di bande magnetiche. Cristo, amico! Potrei
fabbricare dei perfetti documenti falsi! Se ti serve qualcosa, fammelo sapere, eh?
Non credo che tu sia venuto qui solo come piazzista di documenti falsi, o sbaglio? domandai.
Parve rallegrarsi, e io mi domandai se per caso non equivocasse sui miei saltuari commenti al
vetriolo, scambiandoli per battute affettuose. Sarebbe stata una vera perversione.
Ho avuto uno strano incontro con un tizio, l'altro giorno, disse, sorridendo a 32 denti. 
venuto a trovarmi a Bangkok, dove mi stavo rilassando. Diceva di chiamarsi Johnson, ma il suo vero
nome  Crawley. Charles Crawley III. Figurati! Ci sono famiglie che continuano a perpetuare nomi
stupidissimi, quando invece potrebbero usarne di ben pi fantasiosi, tipo Dox.
Come hai fatto a scoprire il suo vero nome?
Il sorriso di Dox si allarg ulteriormente. Cacchio, puzzava di falso lontano un chilometro.
Allora, mentre parlavamo, ho fatto finta di ricevere una chiamata sul mio cellulare. Ho usato il telefono
per fargli una foto.
Un tempo bastava preoccuparsi soltanto dei rari appassionati alla Zapruder o di tizi come quello
che ha filmato il pestaggio di Rodney King da parte della polizia. Ora, invece, bisogna temere chiunque
abbia un banale telefonino.
Presi dalla tasca il cellulare che gli avevo confiscato. Stai parlando di questo? gli domandai.
Dox annu. Prego, da' pure un'occhiata.
Premetti il pulsante di accensione e attesi che il telefono entrasse in funzione: un Sony Ericsson
P900, nuovo di zecca, con macchina fotografica incorporata e molte altre cose. Lo porsi a Dox. Lui
traffic con i tasti per un attimo e poi me lo restitu. Vidi un'immagine straordinariamente nitida di un
bianco dal viso affilato, poco pi che trentenne, con capelli ricci e biondo grano, occhi azzurri, naso
sottile e labbra filiformi. La foto era stata scattata con un'angolazione strana e, apparentemente, di
soppiatto.
Una cazzo di faccia da sbifido, eh? Gliene ho fatte delle altre, di foto, se ti interessa. Schiaccia
il tasto per andare avanti.
Diedi una scorsa alle altre immagini, formandomi un'idea pi articolata dell'aspetto di Crawley.
Non sempre le
immagini fotografiche sono fedeli al vero. Avendone a disposizione un numero maggiore, per,
crescono le probabilit di poter riconoscere, incontrandola, la persona ritratta. E io, quel tizio, avevo
proprio intenzione di incontrarlo.
Quando ebbi finito, spensi il telefonino e lo restituii a Dox, che ancora non aveva smesso di
sorridere. Se vuoi posso spedirtele direttamente sul tuo telefonino, disse. O a un indirizzo e-mail.
Anzi, se ti va di farti due risate, possiamo scaricarlo su tutte le bacheche elettroniche che vuoi! Quel
coglione non si  neppure accorto che lo stavo fotografando. Peggio per lui se non si tiene al passo con
gli ultimi ritrovati della tecnologia.
Chi ? domandai.
Il curriculum dice che lavora per la sezione Affari consolari del Dipartimento di Stato.
Non potei fare a meno di sorridere. A quanto pare, la sezione Affari consolari ha un campo
d'azione piuttosto ampio, ultimamente.
Lui ricambi il sorriso. Puoi dirlo forte.
Come l'hai scoperto? gli domandai.
Di, amico! Non vorrai che ti riveli tutte le mie fonti e i miei metodi!? Lo sai che ai
prestigiatori non piace svelare i loro trucchi.
Lo guardai, senza dire nulla.
Okay, d'accordo. Era solo una battuta. Non c' bisogno di fare quella faccia. Ho passato la foto
in un nuovo database della CIA, che raccoglie tutte le immagini pubblicate dai media elettronici:
edizioni on-line di quotidiani e riviste, video di vario tipo eccetera. Tu inserisci la tua foto e il sistema ti
fornisce le informazioni.  un po' come Google, solo che invece delle parole si inseriscono delle
immagini. Credo che l'abbiano rubato a qualche start-up.
E ha funzionato? domandai.
Certo che ha funzionato, anche se mi ha dato un paio di migliaia di riferimenti che non
c'entravano nulla.
La CIA ha ancora un po' di strada da fare, prima che Google abbia motivo di andare nel panico,
te lo posso assicurare. Tu, per, mi conosci: mi piace divertirmi, ma so anche essere molto paziente. Ho
passato i risultati della ricerca uno per uno finch non mi sono imbattuto nell'indimenticabile faccia di
Mr Crawley. Infil una mano in tasca e ne estrasse un pezzo di carta, lo dispieg e me lo porse.
Visto?  lui, accanto all'ambasciatore americano in Giordania, in occasione di una conferenza stampa
concessa dall'ambasciatore ad Amman. Non ha un'aria importante?
Ah, sicuro. Che cosa voleva?
Dox si sporse in avanti. Be',  qui che la cosa si fa interessante. Diceva di rappresentare
interessi molto, molto altolocati all'interno dell'amministrazione statunitense, sennonch questi
interessi, per ragioni di sicurezza nazionale, devono garantirsi la buona, vecchia possibilit di una
"smentita plausibile", riguardo a certe iniziative, e non possono incontrarmi personalmente, cosa che
altrimenti avrebbero fatto. S, credo che abbia detto proprio "riguardo a certe iniziative". Avevo
l'impressione che gli piacesse sentirsi parlare. Sta di fatto che mi ha raccontato di un certo ex agente
operativo clandestino che sarebbe ammattito, mettendosi ad ammazzare una quantit di amici a Hong
Kong e a Macao, e che andrebbe "rimosso". Cos ha detto, e io gli ho domandato: "Rimosso?!", per
divertirmi un po' alle sue spalle. Lui allora ha annuito e con voce serissima mi fa: "Vogliamo che le sue
attivit abbiano fine." Cristo, a quel punto non ce l'ho pi fatta e gli ho detto, con gli occhi spalancati:
"Con Estremo Pregiudizio?" Lui ha annuito una sola volta, come se temesse di compromettersi facendo
andare su e gi la testa pi di tanto.
E poi?
Be', mi ha fatto i soliti complimenti per i servigi da me resi in passato al paese e ha tentato di
fare appello al mio patriottismo. Sai com', no? E alla fine mi dice che ha venticinquemila dollari da
darmi sull'unghia, pi altri settantacinquemila a missione compiuta, se io accetto di svolgere questo
piccolo servizio di cui lo Zio Sam ha bisogno.
E tu che cosa gli hai risposto?
Ovviamente gli ho detto che sarebbe stato un onore, per me, servire il mio paese in una cos
importante occasione, e lui mi ha dato la chiave di una cassetta di sicurezza, mi ha stretto la mano, mi
ha ringraziato per il mio "patriottismo" e se n' andato. Io sono andato ad aprire la cassetta di sicurezza,
e cosa scopro? Che l'agente "ammattito" non  altri che il mio amico dei vecchi tempi in Afghanistan,
l'intelligente e affascinante John Rain.
Io annuii, assorto, e poi domandai: Perch hai deciso di venire a raccontarmi tutto? Non avevi
detto che "certe occasioni capitano una volta sola"? Perch non compiere la missione e intascare i
soldi?
Lui sorrise, e il suo sorriso sembrava voler dire: Sapevo che l'avresti detto. Immaginai che
dovesse essere contento di dimostrarsi capace, almeno in determinate circostanze, di anticipare le mie
mosse.
Ascolta, amico: ci sono cose che un marine non potr mai fare, neanche a uno come te, che
vieni dell'esercito. Penso che noi veterani dobbiamo aiutarci a vicenda, dato che nessuno sembra
disposto a farlo. E poi non mi  piaciuto il modo in cui quel Crawley mi ha trattato. Cristo, quel tizio mi
considerava nient'altro che un buzzurro, ti assicuro. Proprio come fai tu, se posso permettermi di
parlarti francamente.
Lo guardai. Io penso che tu non sia stupido neanche la met di quello che cerchi di far credere,
Dox. E pu anche darsi che tu non lo sia per niente.
Lui rise. L'ho sempre saputo che mi vuoi bene.
E dei soldi che cosa mi dici?
Be', preferisco prendermi venticinquemila dollari per non fare nulla che centomila per fare una
cosa che non mi sta bene. Sbaglio?
Non so, ma Crawley non pretender che tu glieli restituisca?
Pu darsi, e magari a me farebbe anche piacere ridarglieli. Il problema  che non ricordo dove
li ho messi. Pu essere che li abbia dati da investire a un operatore di borsa o ad altra gente equivoca
del genere. Magari sono gi andati in fumo.
Sorrisi. Crawley potrebbe arrabbiarsi, per questo.
Ah,  probabile. Potrebbe persino tentare di ingaggiare qualche altro "patriota" per
"rimuovere" me, visto che ho approfittato della sua buona fede. Questo, per, gli costerebbe altri
centomila dollari. No, credo di conoscerli i tipi come Mr Crawley. Decider che  meglio ingoiare
l'offesa e sopravvivere, per poi, un domani, vendicarsi. Ammesso che ci riesca... A sopravvivere,
intendo. Lo so che questa notizia ti far infuriare, e ti capisco. Mi infurierei anch'io.
Sollev la scodella di zuppa, se la port alle labbra e la prosciug. Aaaaah, disse, posando la
scodella sulla tavola e appoggiandosi all'indietro. Buonissimi questi funghi! Comunque, c' un'altra
cosa. Tu forse non te ne sarai accorto, ma ai vecchi tempi, in Afghanistan, sei sempre stato corretto con
me. Io ero l'unico, allora, che non avesse combattuto in Vietnam, e avevo sempre l'impressione che gli
altri fossero un po' troppo presuntuosi e chiusi. Mi facevano sentire un estraneo. Tu eri diverso. Cio,
non ti sei mai comportato come se fossimo esattamente fratelli ritrovatisi dopo tanto tempo, ma
neppure pareva che avessi problemi, con me.
Mi strinsi nelle spalle. Ci sapevi fare, sul campo.
E questa  l'unica cosa che dovrebbe contare, disse.
Pensai alle voci che giravano su di lui in Afghanistan, sul fatto che era stato costretto a lasciare
il corpo dei marines per avere alzato le mani su un superiore. Per caso qualcuno ti ha mai detto il
contrario? gli domandai.
Cominci a tamburellare con le dita sul tavolo, scrutando i resti della sua zuppa di funghi. A un
certo punto,
disse: Io sono bravo, come cecchino. Davvero tosto. Non avevo mai combattuto, prima
dell'Afghanistan, ma sapevo il fatto mio. Alla scuola per tiratori scelti ero il migliore del mio corso, ma
c'era un istruttore che ce l'aveva con me. Nonostante i miei eccellenti risultati in fatto di ricognizione e
individuazione dei bersagli, inseguimento e mira, non sempre mi comportavo secondo la sua idea di
come un cecchino dovrebbe comportarsi.
Non potei trattenere un sorriso, per quanto gentile. Tu sei leggermente pi riservato della
maggior parte dei cecchini, dissi.
Sorrise anche lui. S, lo so: di solito, i cecchini sono gente pi tranquilla di me, gi in partenza,
dopo di che il loro lavoro rafforza questa tendenza. Io, per, non sono cos e non lo sono mai stato.
Quando sono in azione, so essere silenzioso e letale come gli altri, ma quando non sto lavorando ho
bisogno di lasciarmi un po' andare, a volte. Sono fatto cos.
Annuii, sorpreso dalla simpatia che mi resi conto di provare per lui. E questo non a tutti
andava a genio.
Dox si strinse nelle spalle. Lo sai com': i militari normali non si sentono molto a loro agio con
i tiratori scelti. Ci considerano killer spietati, assassini a sangue freddo e chiss cos'altro. Per loro,
rispondere al fuoco in uno scontro improvviso o sparare un colpo di mortaio da un chilometro di
distanza va benissimo, ma avanzare tra la vegetazione come un fantasma, seguire le tracce del nemico
come fosse un cervo, pedinarlo o tendergli un'imboscata per poi fargli saltare le cervella con una calma
zen... Questo no! Eppure dovresti sentirli, i militari regolari, come invocano il tuo aiuto quando hanno
un problema che solo un cecchino pu risolvere. Allora s che ti coccolano, ma questo, naturalmente,
vale solo finch non gli hai risolto il problema. In ogni caso, il lavoro dei cecchini ha il potere di
mettere a disagio gli ipocriti.
Annuii. Ti capisco.
Lui annu di rimando. So bene che mi capisci. Anzi, ti dir la verit: per come ti muovi, sembri
un cecchino molto pi di me. Non so come sia la tua mira, ma hai sicuramente l'impassibilit che ci
vuole. E sai bene cosa significa dare la caccia ad altri uomini. Questo, per te, non  un problema.
Cal un breve silenzio, durante il quale pensai a quello che Dox aveva detto. Mi era gi capitato
di ricevere quel genere di elogi, ma io volevo sentire la storia di Dox, non raccontargli la mia.
Dopo un po', Dox disse: Comunque, s, i marines regolari mi consideravano un asociale,
mentre per i tiratori scelti sono un balordo. Per il fatto che le mie percentuali al tiro fossero migliori
delle loro li faceva incazzare. C'era un ufficiale, in particolare... Come saprai, tutti i cecchini vengono
sottoposti a un forte stress durante l'addestramento. Mentre tu stai cercando di prendere la mira, il tuo
istruttore si mette a urlarti nelle orecchie, spara a tutto volume della musica che notoriamente non
sopporti, provando a crearti ogni difficolt possibile.  giusto, perch ti prepara, e poi conviene sempre
abituarsi a gestire lo stress se si vuole che le abilit sviluppate funzionino anche nel mondo reale.
Questo ufficiale, per, esagerava, perch nessuna delle stronzate che si inventava riusciva a farmi
sbagliare. Alla fine, tra un urlo e l'altro, cominci a urtare "accidentalmente" il mio fucile mentre stavo
sparando. Delle sue urla me ne fottevo, ma quando urtava il fucile, ovviamente, io sbagliavo. La prima
volta non dissi nulla. La seconda mi sono alzato e io mi sono messo a urlargli in faccia. E lui,
chiaramente, non aspettava altro. Nel mio dossier scrisse che avevo problemi nel "controllo della
rabbia" e che secondo lui avevo un "carattere inadatto" al lavoro di tiratore scelto. Quando l'ho saputo,
sono andato a fargli il culo.
Annuii, ripensando a come Holtzer, allora giovane e rampante ufficiale della CIA, avesse fatto
all'incirca lo
stesso con me e a come avesse suscitato una reazione altrettanto stupida, bench piuttosto
gratificante. Holtzer poi aveva fatto strada ed era diventato il capo dell'ufficio della CIA a Tokyo, e
aveva mantenuto nei miei confronti un'ostilit che si era portato fin nella tomba, dove io l'avevo
spedito.
Ti hanno mandato alla corte marziale? gli domandai.
Dox scosse la testa. No. Erano in tanti a sapere quanto fosse stronzo quell'uomo, e qualcuno si
 mosso per salvarmi il culo. Il giudizio sul mio conto, per, non fu revocato, e la mia carriera si
chiuse. Almeno finch i russi non decisero di provare a ingoiarsi l'Afghanistan. A quel punto, lo Zio
Sam ebbe bisogno anche di gente come me, e tutto fu perdonato.
Sembrava sempre che tu avessi qualcosa da dimostrare, laggi, gli dissi.
Sorrise. Be', s,  vero. Ho commesso un gran numero di omicidi mirati, in Afghanistan: tre da
oltre mille metri di distanza. Non male per uno dal "carattere inadatto". Carlos Hathcock sarebbe stato
fiero di me.
Carlos Hathcock era il pi grande cecchino di tutti i tempi, con novantatr vittime confermate in
Vietnam, una delle quali uccisa da una distanza di oltre duemila metri con un fucile calibro cinquanta, e
una quantit di vittime non confermate che ammontava forse a tre volte tanto.
Una volta l'ho incontrato, sai? dissi, pensando a quello che Dox aveva appena detto sulla mia
imperturbabilit da cecchino. In Vietnam, quando ancora non era famoso.
Cosa? L'hai conosciuto di persona?
Annuii.
E che cosa ti ha detto?
Mi strinsi nelle spalle. Non era molto loquace. Era seduto a un tavolino in un bar di Saigon.
L'unico posto libero rimasto era proprio al suo tavolo, e io andai a sedermici. Ci presentammo e basta.
Io bevvi una birra e me ne andai. Non scambiammo pi di una dozzina di parole.
Come? Non ti ha detto niente?
Tacqui per un istante, assorto nel ricordo. Mentre me ne stavo andando mi disse che avrei
dovuto fare il cecchino.
Cristo, amico, ti ha letto nell'anima.  come avere la benedizione del papa.
Io non aggiunsi altro. I giudizi di idoneit al servizio; lo humour nero di certe osservazioni di
Crazy Jake, il mio fratello di sangue; quel commento di Hathcock; e a quel punto anche
l'apprezzamento di Dox... Sarebbe stato bello poter accettare il loro giudizio unanime, e accettare me
stesso. Accettarmi, e basta... Cristo, come mi sarebbe piaciuto! Altra gente ne sembrava capace.
Restammo per qualche istante in silenzio. Poi gli domandai: Perch, secondo te, Crawley si 
messo in testa di dovermi togliere di mezzo?
Questo non lo so. Sono riuscito a estorcergli solo quelle cazzate sul fatto che eri ammattito; e
ha detto che eventuali altri dettagli mi sarebbero stati riferiti solo in caso di necessit.
E tu non hai bisogno di altri dettagli.
Lui sospir con aria scherzosamente mortificata. Eppure io sono un "patriota"... Questa cosa
mi ferisce, se ci penso. Comunque, se proprio dovesse sopraffarmi la tristezza, posso sempre
consolarmi con quei venticinquemila dollari.
Come faceva, Crawley, a sapere dov'eri e chi sei?
Annu, come se stesse riflettendoci su. Be', ho valide ragioni per credere che Mr Crawley sia
alle dipendenze del nostro attuale datore di lavoro, anche se non ho capito con quali mansioni. In tal
caso, non c' da stupirsi che sia riuscito a rintracciarmi.
Credi che Kanezaki sia coinvolto? gli domandai.
Lui si strinse nelle spalle.  una possibilit che non posso fare a meno di prendere in
considerazione. Di
certo ha le mani in pasta in un sacco di schifezze, giovane com'.
 uno scaltro.
Gi, ho anch'io quest'impressione. Per non credo che dietro tutta questa storia ci sia lui.
Forse, il mio lato sentimentale sta prendendo il sopravvento, lo so, ma qualcosa mi dice che il ragazzo
in fondo ha il cuore puro.
Per quanto tempo pu riuscire a conservarsi puro, vista la gente con cui lavora?
Be', questa  una buona domanda, lo ammetto.
Restammo in silenzio. Ti trovo ancora al numero che mi hai dato? gli domandai poi.
Quando vuoi, rispose. Che intenzioni hai?
Far qualche telefonata, dissi. Per capire come mi conviene muovermi.
Mi abbagli con il suo solito sorriso. Sei sempre stato un tipo cauto, tu.
 una delle ragioni per cui sono durato cos a lungo.
Lo so, amico. Il mio voleva essere un complimento.
Mi alzai, posai alcune banconote sul tavolo e tesi la mano a Dox. Sei una brava persona.
Ci stringemmo la mano. Sta' in guardia, mi raccomando, mi disse.
Io annuii e me ne andai.
Dopo essermi accertato che nessuno mi stesse seguendo, presi la Peak Tramway diretto a
Victoria Peak e poi mi avviai per Lugard Road, tra le sue foreste di bamb e di felci. Trovai un posto
tranquillo e mi sedetti ad ascoltare le cicale.
La prima cosa che mi venne in mente, come sempre, fu che si trattasse di una trappola.
"Qualcuno ti sta cercando. Hanno convinto Dox a rifilarmi una fila di stronzate, ben sapendo
che a quel punto io mi metter a cercare Crawley, finendo cos in un'imboscata."
"No, troppo incerto." Nessuno poteva credere, almeno a tal punto, che Dox fosse un grande
persuasore.
"Allora, hanno davvero affidato il lavoro a Dox." Il piano A prevedeva che lui accettasse il
lavoro e mi uccidesse. Il piano di riserva, invece, prevedeva che lui venisse a spifferarmi tutto, nel qual
caso io mi sarei messo a cercare Crawley, finendo dritto dritto in un'imboscata.
Troppo incerto anche questo. Quando mi sarei messo a caccia di Crawley? Dove? Come? E poi,
Crawley doveva proprio essere un amante del rischio per accettare di fare da esca per la mia
rappresaglia.
"Dox - o qualcun altro - desidera che Crawley sia eliminato e sta cercando di indurti a farti
carico del lavoro", conclusi.
Sembrava un'ipotesi meritevole di approfondimento, ma alla fine decisi che era alquanto
improbabile. Dox era un ragazzo piuttosto diretto, a modo suo. Se avesse voluto mettere Crawley a
dormire, sarebbe andato di persona a cantargli la ninna-nanna. Non l'avrei scartata, questa ipotesi, ma
ritenevo che in quel caso la spiegazione pi probabile fosse anche la pi semplice: Dox mi aveva detto
la verit.
Dovevo decidere come comportarmi. L'approccio pi diretto sarebbe consistito nell'andare a
prendere Crawley e porgli alcune domande, facendo leva sul mio fascino.
Ma non era ancora il momento. Dovevo prima capire in che modo questa storia fosse legata a
Belghazi. Un bersaglio mezzo arabo, una squadra di killer arabi, un agente della CIA che cercava gente
disposta a eliminarmi... Anche per uno come me, che nella vita si era fatto diversi nemici, era difficile
credere che si trattasse di una semplice coincidenza. Volevo raccogliere altre informazioni, prima di
agire, e avevo la sensazione che Kanezaki potesse almeno in parte fornirmele.
***
8
Telefonai a Tatsu da un telefono pubblico.
Nanda? lo sentii dire. Che c'?
Hisashiburi, dissi io, facendogli sentire la mia voce. Da quanto tempo...
Dopo una pausa, Tatsu disse in giapponese: Ti ho pensato.
Venendo da Tatsu, quella frase era quasi commovente. Provi un tenero affetto, per me, o
sbaglio? gli domandai.
Lui rise. Cos dicono le mie figlie.
Be', loro lo sapranno.
Temo proprio di s. E tu? Stai bene?
Abbastanza. Mi serve un favore.
Di' pure.
Ti mander un messaggio, dissi, alludendo alla nostra bacheca elettronica.
Dopo un breve silenzio, disse: Pensi che ci vedremo?
Lo spero.
Altra pausa. Jaa, fece.
Riguardati, vecchio mio.
Otagai ni na, rispose lui. Anche tu.
Spedii il messaggio da un Internet caf e di l raggiunsi l'Hong Kong International Airport. Presi
un volo per Seul, da dove ripartii subito diretto al Narita International di Tokyo. Quella sera, perci,
non senza una certa sorpresa, mi ritrovai in Giappone.
Ritrovai la mia vecchia citt ingobbita dal suo tipico clima autunnale, piovoso e freddo. Mi
fermai sotto il
portico all'ingresso della stazione, sulla Marunouchi, e osservai lo spettacolo. Davanti a me
ribollivano ondate di ombrelli neri. La via era lastricata di foglie bagnate, appiccicate al suolo dalle
ruote delle auto e dalle suole di frenetici pedoni.
Restai a lungo a guardare quella scena. Poi mi voltai e tornai all'interno della stazione, oppresso
da una sensazione di invisibilit identica a quella che avevo assiduamente coltivato ai tempi in cui
vivevo l.
Comprai un ombrello di quart'ordine per la folle cifra di mille yen e salii sul metr della linea
Yamanote fino a Nishi-Nippori, dove presi una stanza in uno dei numerosi e poco appariscenti hotel da
commessi viaggiatori che sorgevano in quell'angolo di Shitamachi, il diroccato centro della vecchia
Edo. A luci spente, avrei potuto credere di essere in un posto qualunque. E invece ero perfettamente
consapevole di trovarmi in Giappone, a Tokyo.
Dormii male e mi svegliai accolto da un'altra giornata grigia e piovosa. Andai a Sengoku, dove
avevo vissuto per molti anni, finch il disvelamento della mia copertura da parte di Holtzer non mi
aveva costretto a partire per lidi meno tristi.
Fuori dalla stazione di Sengoku, scoprii che una zona a cui avevo ripensato spesso con molto
affetto era completamente trasformata. Erano sorti un McDonald's in un angolo e un Denny's in un
altro, c'erano un super-mercatino, un discount e numerosi altri negozi. Attribuii il cambiamento agli
implacabili ingranaggi del progresso, ma mi parve un'inequivocabile espressione di un inconscio
collettivo ormai senescente.
Mi resi conto che di Sengoku non mi restavano che i ricordi. Ormai toccava a qualcun altro
godersi quel quartiere.
Aprii l'ombrello, attraversai la strada e proseguii a piedi finch non passai davanti al mio
vecchio appartamento. L, ormai lontano dalla nuova sgargiante facciata della stazione, scoprii con
stupore che tutto era pi o meno come me lo ricordavo: i giardini con le loro piante curatissime, le
mura di pietra rivestita da decorative chiazze di muschio, gli edifici di legno antico e i tetti di tegole
accanto ai loro pi giovani cugini di mattoni e metallo. Davanti agli ingressi delle case si vedevano
ancora le biciclette dei bambini; gli ombrelli, davanti alle entrate dei negozietti, sgocciolavano come
sempre. La periferia era cambiata ma il cuore del quartiere era rimasto immutato.
Risi tra me. Quello che avevo visto alla stazione mi aveva deluso, ma allo stesso tempo mi
aveva consentito di provare un consolante senso di superiorit. Quello che avevo appena scoperto,
invece, mi aveva dato un po' di sollievo, ma aveva portato con s anche un profondo sentimento della
mia irrilevanza. Solo a quel punto, infatti, compresi che la vita, a Sengoku, era... semplicemente andata
avanti. Il quartiere non pareva avere risentito della mia partenza cos come non si era mai accorto della
mia presenza. Quando ci abitavo mi ero illuso di farne parte, di avere un mio posto preciso, l.
Considerazioni che erano state a modo loro presuntuose e, di certo, errate.
Pensai a Midori, a quello che mi aveva detto una volta a proposito del mono no aware, la
tristezza della condizione umana, come lei l'aveva definita, e per un attimo provai il disperato
desiderio di parlarle.
Diedi un'ultima occhiata intorno, nel tentativo di afferrare con il ricordo, la vita che un tempo
conducevo in quel luogo. Non avevo pi radici, l, e mi pareva di avere una visione di qualcosa di
innaturale che avevo fatto bene a lasciarmi alle spalle, e a cui non avrei mai dovuto fare ritorno.
Tornai alla stazione e chiamai Kanezaki da un telefono pubblico.
Stavo appunto per spedirti un messaggio, disse.
Bene. Dove sei?
Tokyo.
A Tokyo dove?
Ci fu una pausa. Disse: Sei a Tokyo anche tu?
S, dove sei?
All'ambasciata.
Bene. Ci vediamo davanti alla stazione di Sengoku fra mezz'ora. Prendi la linea Mita da
Uchisaiwaicho.
So come ci si arriva.
Sorrisi. Segui il lato occidentale della Hakusandori, verso Sugamo. E quando sarai arrivato alla
stazione di Sugamo, gira i tacchi e torna indietro. Ripeti l'operazione, se necessario.
D'accordo.
Vieni da solo. Non sgarrare. Inutile specificare le sanzioni in cui sarebbe incorso.
Aspettai sulla Hakusandori a nordest della stazione di Sengoku, l'ombrello aperto e tenuto basso
per non farmi riconoscere, pronto a fiondarmi nel labirinto di vicoli e stradine alle mie spalle se
Kanezaki avesse violato le regole che io avevo stabilito.
Venticinque minuti pi tardi lui sbuc sul marciapiede e si mise in cammino nella mia
direzione. Sembrava solo. Quando fu alla mia altezza, lo chiamai, e lui alz gli occhi. Gli feci segno di
attraversare la strada e controllai che nessuno eseguisse movimenti analoghi alle sue spalle.
Per la mezz'ora successiva, lo costrinsi a muoversi a piedi, in metr e in taxi. Il mio detector di
microspie taceva. Misi fine alle manovre di contro-sorveglianza al Ben's Caf, nel quartiere
nordorientale di Takadanobaba, relativamente tranquillo.
Oltrepassammo la pergola coperta di edera e la modesta insegna esterna. Mentre varcavamo la
soglia, Kanezaki inspir a fondo.
Ehi, che buon profumo di caff, qui dentro!, disse.
Se si dovesse venire a sapere della tua passione per il caff, disse mentre prendevamo posto a
uno dei tavolini di legno, qualcuno potrebbe anche rintracciarti.
Pu darsi, purch la persona in questione disponga di manodopera a sufficienza per tenere
d'occhio il migliaio di locali che mi piacciono qui a Tokyo.
In realt, Ben's era uno dei miei preferiti, ai vecchi tempi, ed ero felice di esserci tornato. Vi si
respira l'aria di un bar da citt universitaria, il che in parte  giustificato dalla presenza, nei dintorni,
dell'universit Waseda e di una serie di altre scuole: c'erano un'atmosfera sempre tranquilla, un costante
brusio di risate e conversazioni ad accompagnare l'immancabile house music suonata al volume giusto;
frequentatori di vario tipo, giapponesi e stranieri, residenti nel quartiere o giunti dagli angoli pi remoti
della citt; la bacheca traboccante di messaggi e volantini di iniziative, spettacoli teatrali e reading di
poesia.
Ordinammo entrambi una tazza di caff della casa, una miscela di chicchi brasiliani e
guatemaltechi, tostati quella mattina stessa. Non perdemmo altro tempo in convenevoli.
Che cos'hai per me? gli domandai.
Un bel po' di roba, questa volta.
Bene.
Cominciamo dalla donna. Senti qua. Gi due volte  capitato che elementi da noi ritenuti
membri dell'infrastruttura terroristica - a livello di finanza e logistica, non di lotta armata - siano stati
visti in compagnia di una bellissima bionda, e in entrambi i casi, a due mesi dall'avvistamento, questi
elementi della rete terroristica sono stati trovati uccisi.
Lo guardai. Perch non me l'hai detto l'altra volta?
Questa informazione non era facilmente reperibile. I dati li ho recuperati alla vecchia maniera,
spulciando una montagna di enormi faldoni. Ci vuole tempo.
Mi parve giusto. D'accordo.
Di questa donna sappiamo solo questo. N nome n altro. Nessuno ha mai istituito questa
connessione prima d'ora, e neanche io l'avrei fatto se tu non mi avessi dato l'imbeccata.
Restai impassibile, ma pensai: "Proprio quello che Delilah temeva."
E allora? domandai.
Kanezaki si strinse nelle spalle. Be', non credo che la presenza di questa donna nella vita di
quei due e, ora, di questo terzo importante esponente della rete terroristica, destinato anche lui a
lasciarci molto presto, sia una coincidenza. A mio parere, lei lavora per qualcuno che vuole eliminare
quella gente.
Una delle Charlie's Angels?
Lui sghignazz. Un Angelo della Morte, piuttosto.
Mi pare un po' troppo esile, come connessione.
Mi guard, e io mi resi conto di avere obiettato un po' troppo. Pu darsi, disse. Entrambi gli
uomini con cui quella donna  stata vista sono stati uccisi in viaggio. Uno era di passaggio a Vienna;
l'altro in vacanza in Belize. Il che significa che avevano qualcuno alle costole.
Feci spallucce. Pu anche darsi che sia stata lei, ma ci sono altri modi per sorprendere un
obiettivo in movimento. Tu non sei stato costretto ad andare a letto con Belghazi per dirmi dove l'avrei
trovato.
Un'obiezione ragionevole, ma avevo la sensazione che stesse cominciando ad accorgersi della
mia insistenza e a sospettare qualcosa. Dovevo smetterla di battere su quel tasto.
Kanezaki prese la tazza del caff e rest a guardarla per un istante. Dopo di che disse: C'
dell'altro. Entrambe le vittime sono morte per effetto di un'unica pallottola calibro 22 in mezzo agli
occhi. Anche sparando da distanza ravvicinata - e le vittime sono state colpite da vicino, non  tanto
facile. Quello che ha sparato deve avere usato un'arma dalla limitata capacit di penetrazione perch era
abbastanza sicuro di poter mirare con comodo.
Non  stata la donna a sparare? domandai.
Non credo. Secondo me, lei funge soltanto da esca. Opera come una talpa molto particolare.
Entra nelle grazie della vittima predestinata, supera l'esame e si infiltra. La vittima, ovviamente,
continua a prendere una quantit di altre precauzioni e crede di essere al sicuro. Nel suo sistema di
sicurezza, per, c' un problema, e lui ci va a letto insieme. La donna, quando ritiene che sia il
momento giusto, fa una telefonata, e quella notte l'uomo con cui lei dormiva va a sbattere contro una
pallottola. Lei, ovviamente, non presenzia all'esecuzione, e subito dopo sparisce. Nessuno pu
immaginare che sia coinvolta.
Bevve un sorso di caff. Una volta ho letto un articolo che parlava di incidenti automobilistici
inspiegabili. Pare che una percentuale significativa di questi incidenti finiscono archiviati sotto la voce
"cause ignote". Uno esce in auto in pieno giorno, con il sole, e ci lascia le penne. In molti casi capita
che i finestrini siano abbassati. Una delle spiegazioni fornite, perci,  che al tizio in questione, che
magari guidava con la radio accesa e si stava godendo la bella giornata,  entrata in macchina una
vespa. "Cause ignote". Credo che abbiamo a che fare con qualcosa di analogo.
E per chi lavorerebbe, la bionda?
Non lo so. Le possibilit sono tante, perch questa gente ha tanti nemici. Potrebbe trattarsi di
un concorrente in affari, qualcuno che vuole subentrare alle vittime nella gestione del traffico d'armi e
di altre transazioni allo scopo di accrescere i propri profitti. Potrebbero essere i francesi: hanno le mani
in pasta dappertutto, ed  impossibile prevedere le loro mosse e i loro moventi. Secondo me, per, sono
gli israeliani.
Annuii, impressionato e anche dispiaciuto per la correttezza delle sue intuizioni. Un conto era se
solo io avessi saputo chi era Delilah e per chi lavorava. Avrei potuto fare l'uso pi opportuno di queste
informazioni e
controllare la situazione. Tutt'altro conto, invece, se a interessarsene era la CIA. Perch?
domandai.
Lui si strinse nelle spalle. Perch gli israeliani sono quelli che pi hanno motivo e urgenza di
disarticolare la rete terroristica e non smettono mai di darsi da fare, con ogni mezzo a disposizione.
Inoltre, alle squadre di agenti israeliani piace lavorare con la calibro 22: sono piccole, facilmente
occultabili e relativamente silenziose. Quelli che hanno ucciso i membri di Settembre Nero implicati
nella strage delle olimpiadi di Monaco hanno operato con armi di questo tipo. Lo sparatore, poi,  di
una precisione impressionante. Infine, la donna. Gli uomini che lei inganna e fa eliminare non sono
pesci piccoli, perci se fa quello che immagino, allora dev'essere davvero brava. Roba da Mossad.
Credi che la bionda sia del Mossad?
Kanezaki annu. Credo che faccia parte del loro settore ricerche. Questa  gente che studia e
valuta gli obiettivi, dopo che un comitato ha deciso di colpire. Gli esecutori materiali sono
professionisti - detti Kidon, o Baionette - che fanno parte dell'unit speciale Metsada. In questi casi,
perci, la divisione del lavoro mi fa pensare agli israeliani. L'hai pi rivista?
No, risposi d'istinto.
Tacque per un attimo e poi disse: Speravo quasi che l'avessi incontrata. Non  escluso che ci
sia lei dietro la gente che ti ha seguito a Macao e a Hong Kong.
Stranamente, enunciata da Kanezaki, quell'idea suonava assai meno probabile di quando io
stesso l'avevo considerata.
Erano arabi, dissi.
Il Mossad usa molto spesso squadre di arabi. Operazioni sotto mentite spoglie. In ogni caso,
non ho la certezza che la bionda sia israeliana. Te l'ho detto: potrebbe anche essere al soldo di qualche
fazione, o magari 
una libera professionista. Sorrise. Lo sai come sono certi liberi professionisti, no? Lavorano
per chiunque.
Persino per la CIA, dissi, senza ricambiare il sorriso.
 vero, ma lei non  dei nostri. Altrimenti l'avrei scoperto.
Non  il caso di sopravvalutare quello che sai dei piani e degli obiettivi della tua
organizzazione. Il vostro motto potrebbe essere: "Tranquilli! La nostra mano destra non ha la pi
pallida idea di quello che fa la sinistra".
Ridacchi. Pu darsi che sia cos, a volte.
Restammo per alcuni istanti in silenzio.
Non volevo che si fissasse sull'ipotesi che io stessi proteggendo Delilah. Dovevo evitare che
sospettasse un mio movente personale. Nella mia esperienza, fornire alla CIA un'informazione
personale equivale a consegnare un ferro rovente nelle mani di un sadico. Meglio lasciargli immaginare
che il mio tentativo di minimizzare il ruolo della donna avesse altre motivazioni.
Comunque, non credo pi che la bionda sia tanto importante, dissi. L'ho vista una volta sola.
Probabilmente non  la stessa persona che risulta dai vostri archivi. Sono convinto di potermela cavare
benissimo, con Belghazi.
Kanezaki sollev un sopracciglio. Temi forse che, se dovessimo scoprire che qualcun altro sta
tentando di eliminare Belghazi, sospenderemmo la tua missione?
Avrei quasi sorriso. Era bravo - era molto migliorato da quando mi ero imbattuto in lui la prima
volta - ma era caduto in pieno nel tranello che gli avevo teso.
Mi accigliai, un po' platealmente, per dargli l'impressione che avesse indovinato e per rimarcare
la circostanza. Fingendomi scocciato al punto da ignorare la sua domanda, dissi: Voglio che tu mi dica
quello che sai della squadra che aveva il compito di eliminarmi.
Dopo un lungo silenzio, si decise a parlare. D'accordo, sar chiaro. Credo ci sia una talpa dalla
nostra parte, ma non aggiunger altro finch non riuscir a scovarla.
Avevo la sensazione che Kanezaki stesse pensando: "Questo qui  una pedina e io posso
gestirmelo come mi hanno insegnato a fare, manovrandolo e portandolo dove pare a me."
Lo fissai con durezza per un lungo istante. Sar chiaro, ripetei, lentamente. Se vuoi saperlo,
questa espressione non mi  mai piaciuta. Mi  sempre suonata come: "Finora ti ho detto solo un
mucchio di palle".
In realt significa: "Finora ho saggiamente evitato di dirti una certa cosa".
Se credi che io sia in grado di apprezzare la differenza, devi esserti convinto che possegga
un'intelligenza da agente CIA, replicai senza distogliere lo sguardo.
Kanezaki avvamp leggermente. Forse stava pensando alla fine che aveva fatto l'uomo che lo
scortava al nostro primo incontro, quello a cui avevo spezzato il collo.
Ascolta, disse, sollevando le mani con i palmi in avanti. Ti ho gi visto adottare iniziative
precipitose, okay? Tu sai essere molto diretto, e io ti ammiro per questo:  la ragione per cui sei cos
abile nel tuo campo. Se per dovessi rivelarti una notizia non ancora confermata, che poi dovesse
risultare infondata, e tu dovessi muoverti come se la notizia fosse certa, potrebbero esserci ripercussioni
molto gravi. Per tutte le persone coinvolte.
Tacqui, senza mutare espressione.
E poi, riprese lui, confermando con quell'improvvisa parlantina il suo crescente disagio, non
 che tu sia stato completamente sincero con me, o sbaglio? Vuoi farmi credere di non avere rivisto la
bionda? Be', non la bevo. Chiunque lei sia - quella dell'archivio o un'altra,
non si  certamente fatta tutto il viaggio fino a Macao con Belghazi solo per fare da comparsa.
La fiducia e la sincerit devono essere reciproche. O no?
L'acume non gli mancava e, anzi, migliorava a vista d'occhio. Che stupido ero stato, a
sottovalutarlo.
La pacca sulla spalla che, da bravo zio, gli avrei dato,
me la riservai per un'altra occasione. Per il momento intendevo tenerlo sotto pressione.
Nell'ultima settimana mi hai per caso mandato dietro una squadra di killer? gli domandai,
sempre scrutandolo in viso con uno sguardo gelido. Poich lui non sembrava intenzionato a rispondere,
io dissi: No, non credo, anche se devo ammettere di averlo pensato, a un certo punto. A proposito di
un certo lavoro per cui mi hai ingaggiato. Perci piantiamola con idiozie tipo "l'amore non  a senso
unico" o sar costretto a credere che tu finora abbia simulato.
Cal un prolungato silenzio. Poi Kanezaki disse: Okay. Belghazi rientra in una lista di gente
da eliminare. Ovviamente, non  che se ne parli in termini cos espliciti. Nonostante l'11 settembre,
nessuno si sognerebbe di utilizzare un'espressione del genere.
Sollevai le sopracciglia: forse, quei geni che avevano chiamato Carnivore un programma di
analisi della posta elettronica avevano frequentato un corso di marketing.
Bevve un sorso di caff. La lista  ufficialmente denominata International Terrorist Threat
Matrix, cio Matrice internazionale della minaccia terroristica o, pi brevemente, ITTM. A livello
informale, viene semplicemente detta "la lista".  stata compilata e viene costantemente aggiornata
dalla CIA, cui spetta il compito di vagliare tutte le informazioni fornite dai servizi segreti in generale. Il
suo scopo consiste nell'identificare gli elementi-chiave della rete terroristica internazionale. Un po'
come la lista dei super-ricercati dell'FBI, ma pi ampia. Una specie di "Who's Who".
Stai ancora cercando di essere "chiaro" come prima? gli domandai.
Pos la tazza sul tavolo e si guard intorno, come alla ricerca delle parole giuste. Visto?
Proprio a questo alludevo quando parlavo della tendenza a essere precipitosi, disse. Mi fai finire o
no? Sto cercando di dirti quello che  necessario che tu sappia.
Era un rimprovero meritato. Tacqui e, un attimo dopo, lui riprese. La lista esisteva gi prima
dell'11 settembre, disse, ma da allora  stata notevolmente riveduta e ampliata. E si  come
sdoppiata, assumendo anche il carattere di "lista delle eliminazioni", una cosa facilmente smentibile,
perch si tratta soltanto di un organigramma di reti terroristiche che circola in diverse forme da molto
tempo. Dunque, non c' stato bisogno di redigere e diffondere una nuova lista, scongiurando cos
eventuali testimonianze compromettenti davanti a qualche ipocrita commissione del Congresso.
Una lista di obiettivi che, per, non  tale.
Esatto. Inspir a fondo. Comunque, alcuni giorni fa ho ricevuto la visita di un tizio che
lavora in un'altra divisione della CIA.
Crawley? gli domandai, guardandolo.
Kanezaki spalanc gli occhi ed ebbe un lieve sussulto, ma non tanto pronunciato da indurmi a
credere che stesse fingendo. Inoltre, arross, in un'ulteriore reazione involontaria. Trascorsero due
secondi abbondanti, dopo di che disse: Ascolta, non ha importanza chi fosse. Lasciamo perdere i
nomi, okay?
D'accordo, dissi, compiacente. La sua reazione era gi stata pi che sufficiente per le mie
esigenze.
Be', questo tizio... voleva consultare la lista. Il che  strano.
Perch "strano"? domandai.
Be', in primo luogo, nessuno vuole mai vedere questa lista. Le persone in ruoli-chiave,
ovviamente, sanno della sua esistenza, ma non vogliono sapere altro.
Prese la tazza e bevve un altro sorso. La richiesta di questo collega, ovviamente, non aveva
nulla di ufficiale. Solo una telefonata per fissare un appuntamento, una visita personale all'ambasciata
di Tokyo. Nessuna
traccia cartacea. Dal che si deduce una certa sua circospezione.
Perch?
Kanezaki si strinse nelle spalle. In un primo momento, ho pensato alla lista. Lui voleva
assicurarsi di poter smentire il nostro incontro, se fosse stato necessario, o altrimenti di poterlo
ricostruire in base ai suoi "ricordi", che se ci fai caso, in occasione di interrogatori o audizioni formali,
non sono mai particolarmente precisi.
Perch dici "in un primo momento"?
Mi ha fatto un mucchio di domande di argomento generale, ma era chiaro che per la maggior
parte servivano solo a nascondere il suo vero obiettivo.
E cio?
Primo, sapere se Belghazi era nella lista; secondo, se avevamo mandato qualcuno a Macao per
eliminarlo.
Ci pensai un attimo. Perch non me ne hai parlato prima? Hai detto che questo vostro incontro
 avvenuto diversi giorni fa...
Non credevo che la cosa potesse riguardarti. Pensavo fosse la solita lotta burocratica per il
territorio. Questo tizio fa parte di una divisione che rivendica la precedenza su Belghazi, e io pensavo
che fosse semplicemente infastidito dal fatto che altri se ne stessero occupando. Nella peggiore delle
ipotesi, immaginavo che potesse andare a lamentarsi dal vicedirettore. Non mi aspettavo certo quello
che, a quanto pare,  successo. Mi spiego?
Di quale divisione CIA stiamo parlando?
Kanezaki aspett qualche istante, prima di rispondere. La divisione Vicino Oriente. Quella che
si occupa del Medio Oriente.
E tu cosa gli hai risposto?
Gli ho detto che, per quanto ne sapevo, la consultazione della lista doveva essere autorizzata
dal Counter Terrorism Center, e che lui, quindi, avrebbe dovuto rivolgersi a loro, anche per sapere se
noi stessimo o meno operando contro Belghazi o altri, a Macao o altrove.
E lui come ha reagito?
Kanezaki si strinse nelle spalle. Be', si  infuriato e ha smaniato, ma in fin dei conti che cosa
poteva fare?
Che cosa ha fatto?
Secondo me, si  rivolto al CTC.
E l ha ottenuto quello che cercava?
Pu darsi.  uno piuttosto insistente. Se si  lamentato per il fatto di essere stato escluso
dall'operazione Belghazi, pu darsi che gli abbiano dato le informazioni richieste per tranquillizzarlo,
per dargli un contentino.
Perch non  andato subito al CTC, allora?
Per due motivi, secondo me. Primo, perch voleva innanzitutto provare a trattare con il pezzo
pi piccolo in possesso dell'informazione. Massimo effetto intimidatorio, profilo bassissimo, massima
possibilit di smentire.
E il secondo?
Secondo, perch io sono responsabile del coordinamento di certi aspetti della parte asiatica
della lista. Hong Kong e Macao rientrano nella mia sfera di competenza, e lui dava l'impressione di
essere fissato proprio con Macao.
In che senso?
Nel senso che ultimamente a Macao  successo qualcosa che ha attirato la sua attenzione: un
cittadino francese, di professione killer freelance,  stato trovato morto con il collo spezzato. Cosa su
cui peraltro mi ha interrogato in modo specifico.
S, a questo hai gi accennato. Quell'uomo, dunque, era un killer freelance?
S, disse guardandomi.
Si stava accorgendo del mio tentativo di costringerlo a rivelare i retroscena di quello che mi
aveva appena riferito. Buon per lui.
Che cosa voleva sapere, il nostro amico, del killer freelance? gli chiesi sorridendo.
Voleva sapere se lavorava per noi.
Ebbene?
No.
Lo fissai per bene. Impossibile dire se stesse mentendo o no. Per il momento, almeno.
Per chi lavorava il killer freelance, se non per voi?
Non lo so.
E qual  la tua opinione?
Lui si strinse nelle spalle. Perch ti interessa? Le mie congetture sono sempre cos poco
convincenti, per te.
E vero, dissi, ma le trovo comunque divertenti.
Sorrise, avendo ormai chiaramente capito che non era il caso di arrabbiarsi, con me. Non
saprei, rispose. E ci sono anche molte altre cose che ignoro. Mi sto gi impegnando per colmare le
lacune. Probabilmente, gli amici di Belghazi hanno saputo del francese morto e si sono spaventati. Chi
era? Non  che magari era alle costole di Belghazi? Per chi lavorava? Belghazi  un paranoico di
professione. Hai presente il tipo? Di sicuro avr indagato.
Vuoi dire che c' una relazione tra Belghazi e il tizio della CIA che  venuto di recente a
trovarti?
Kanezaki ci pens su un attimo. Poi disse: Parliamo di quei numeri di telefono che mi hai
dato.
D'accordo.
Per prima cosa, l'operatore del telefonino che hai trafugato  Saudi Telecom, anche se
intestataria  una ditta di facciata su cui non siamo riusciti a scoprire nulla di utile. Secondo, l'utente di
quel cellulare ha ripetutamente chiamato un certo Khalid bin Mahfouz, un generale dei servizi segreti
sauditi. Mahfouz lavora a stretto contatto con importanti membri di alcuni gruppi finanziati dai sauditi,
tra cui Hamas, Jihad islamica e Hezbollah. Mahfouz vigila sui finanziamenti concessi a questi gruppi,
perci se poi lui chiede un favore - per esempio, un
lavoro che non ha nulla a che fare con i loro obiettivi e in luoghi lontani dal loro abituale campo
d'azione - questi gruppi sono ben felici di farglielo.
Anche Mahfouz figura nella lista?
Mi dispiace, ma, a parte quello che per necessit ho dovuto dirti,  meglio che tu non sappia.
Dimmi, allora, qual  il nesso con Belghazi.
Belghazi fa in modo che Mahfouz riceva una percentuale su ogni vendita d'armi da lui
conclusa e quindi, ogni volta che ha un problema pu telefonargli. Belghazi  prodigo di sovvenzioni e
quindi pu chiedere svariati favori.
Molto interessante, dissi, ma per il momento le connessioni che mi stai illustrando mi
paiono alquanto esili.
Lo so che sono esili. Non dispongo di tutti gli elementi che mi servirebbero, ma ci sto
provando, okay? E anche se forse farei meglio a tacere ti sto rivelando molte cose, in parte perch sono
in debito con te dopo quello che  successo a Macao e a Hong Kong, e in parte perch temo la tua
reazione e un mio eventuale coinvolgimento, nel caso tu non ritenga sufficiente la mia trasparenza.
D'accordo. Continua.
Espir con forza, sgonfiando a poco a poco le guance. Hai presente che intorno alla met del
2002  trapelata la voce secondo cui il Defense Policy Board, un organismo semi-ufficiale che
suggerisce al Pentagono le politiche da perseguire, aveva redatto un rapporto che concludeva
testualmente: "I sauditi sono attivi a tutti i livelli della catena del terrore, da quello organizzativo a
quello finanziario, a livello di quadri e di combattenti, di ideologi e di portavoce"? Nel giro di poche
ore si mobilit addirittura il segretario di stato per smentire il rapporto e definirlo lontanissimo dalle
effettive posizioni dell'amministrazione Bush. Dopo di che, l'estate scorsa, Bush ha ordinato che
ventotto pagine di un rapporto del Congresso sull'11 settembre fossero secretate, ufficialmente per
ragioni di sicurezza nazionale, anche se le pagine espunte parlavano dei finanziamenti dati dai sauditi ai
gruppi terroristici.
Un complotto? domandai.
Si strinse nelle spalle. Una congiura del silenzio, piuttosto. Tutti, a Washington, sono al
corrente di quello che sta succedendo, ma sollevare l'argomento equivale a parlare di un incesto. Il fatto
che non se ne discuta, per, non rende certo il problema meno pervasivo.
Bevve un sorso di caff e poi riprese a parlare. Questo, dunque,  quello che so per certo:
primo, qualcuno della CIA, divisione Vicino Oriente,  molto preoccupato all'idea che Belghazi possa
figurare sulla famosa lista e teme che noi abbiamo mandato qualcuno a Macao per compiere la
missione. Secondo, poco dopo il mio incontro con questo tizio della divisione Vicino Oriente, sei
sauditi si presentano a Hong Kong e a Macao e cercano di eliminarti. Terzo, i sauditi sembrano
ricollegabili a Belghazi tramite Mahfouz. Quarto, ci sono elementi, all'interno dell'amministrazione
americana, che hanno interesse a proteggere i sauditi.
Restammo per un po' in silenzio. La conclusione, dunque, dissi io, sarebbe che Crawley...
cio, scusa, il tizio della divisione Vicino Oriente... viene a sapere di me e avverte Belghazi, che chiede
aiuto a Mahfouz, il quale a sua volta manda una squadra di killer sauditi? S.
Riflettei. Se i fatti rispondevano al vero, la conclusione era ragionevole. Io, per, non ero molto
soddisfatto del modo in cui Kanezaki mi aveva presentato le cose. Mi aveva fornito alcuni bocconcini
succosi e poi aveva taciuto, lasciando che fossi io a trarre le conclusioni. Non era difficile
immaginarselo mentre prendeva appunti al corso di Langley su Come gestire le vostre pedine:
Lasciate che sia il vostro interlocutore a trarre le
conclusioni... Le conclusioni cui giungiamo da soli sono sempre pi convincenti di quelle
proposte da altri...
Come mai Belghazi  finito sulla lista, gli domandai, considerando che svariati pezzi grossi
della CIA sembrano tutt'altro che entusiasti di questa situazione?
Si strinse nelle spalle. Come hai detto tu, a volte la mano destra non sa quello che fa la sinistra.
Inoltre, come ti ho gi spiegato, molta gente, riguardo a questa lista, preferisce sapere appena lo stretto
indispensabile. La possibilit di consultarla, poi,  severamente limitata e passa attraverso il CTC. La
cosa buona  che la relativa mancanza di supervisione fa di questa lista uno dei pochi elementi di
intelligence non manipolati dalla politica e dalla corruzione. L'aspetto negativo  la mancanza
dell'abituale consenso generalizzato, che potrebbe dar luogo a conseguenze sgradite ad alcuni.
Bevvi un sorso di caff e dissi: Perch, dopo avere spiacevolmente scoperto che Belghazi
figurava sulla lista, Crawley non si  limitato a fare togliere il nome?
Questa volta non reag neppure quando lo nominai esplicitamente. Non lo so di preciso, ma 
probabile che lui non voglia attirare troppa attenzione su di s o sui suoi fini, quali che siano. Belghazi
 la pi tipica personificazione della rete terroristica.  facile ammiccare e annuire e rifilare una
comoda fila di stronzate sulle "relazioni con le controparti" o sulla "sicurezza nazionale" per accennare
al fatto che il nome di una certa persona non andrebbe inserito nella lista, per evitare ripercussioni.
Molto pi difficile sarebbe spiegare la vera ragione per cui uno voglia purgare la lista da un certo
nominativo. Bisognerebbe fornire un mucchio di spiegazioni, in questo caso. E la gente, anche molto
tempo dopo, continuerebbe a ricordarsene.
Tu pensi quindi che la squadra di Hong Kong sia stata mandata da Belghazi.
Dopo una breve pausa, Kanezaki disse: Le possibilit
sono due, mi pare. Nel primo caso, la donna ti ha individuato per quello che sei e ha deciso di
non correre il rischio che tu interferissi con la sua non meglio precisata missione, cosicch dietro il
tentativo di eliminarti ci sarebbe lei. L'alternativa  che ad avercela con te sia Belghazi, e allora  stato
lui a mandarti i killer. La seconda possibilit mi pare la pi plausibile. Non posso credere che tutte
quelle telefonate e il legame tra Belghazi e Mahfouz siano una coincidenza.
Le sue osservazioni combaciavano quasi completamente con le mie. Mi domandai se lui non
sapesse, per caso, pi di quanto mi aveva detto. Indipendentemente da ci, mi pareva improbabile che
ci fosse lui dietro gli aspiranti killer di Hong Kong e Macao. Mi ero messo in contatto con Kanezaki
quando ancora mi trovavo a Rio, e lui, per fregarmi, avrebbe avuto molte occasioni assai pi propizie,
se fosse stata quella la sua intenzione.
Stai sorvegliando ancora Belghazi? gli domandai.
Ovvio.
Dov', adesso?
 ancora a Macao.
Lo guardai. Come fai a saperlo?
Lui si strinse nelle spalle. Diciamo che usa un certo telefono satellitare che lui crede sicuro e
che invece non lo . Perch me lo domandi?
Perch mi sembra strano. Per quale ragione, secondo te, Belghazi si trattiene a Macao?
Kanezaki si strinse nelle spalle. Ne abbiamo gi discusso. Lui ha i suoi affari in zona e poi gli
piace giocare d'azzardo. Sapevamo che avrebbe trascorso molto tempo nei casin. Lo fa sempre.
Annuii. Mi stai dicendo che  ancora l per... giocare? Stiamo parlando di un uomo che, dopo
avere saputo di essere stato individuato a Macao e di avere uno o forse due killer alle calcagna, ha
chiesto l'invio di un commando saudita per eliminare la minaccia e ha visto finire male i sei uomini del
suddetto commando, e tu mi vuoi far credere che, mentre le minacce sono ancora incombenti, Belghazi
si tratterrebbe a Macao perch non vuole interrompere le vacanze?
Mi guard e le sue guance avvamparono. Dopo un lungo silenzio, disse: Hai ragione. Sono
stato uno stupido a non modificare la mia interpretazione del suo comportamento alla luce dei fatti
nuovi. Hai ragione. Fammi riflettere un attimo.
Potrai riflettere quando sarai da solo. Se vuoi che io porti avanti questa operazione, devi dirmi
tutto quello che sai e non perdere tempo a meditare in silenzio.
Il suo rossore si intensific e io provai uno strano moto di simpatia. Il ragazzo ce la metteva
tutta. Trattare con gente come Dox e me sarebbe stato difficile per chiunque, figurarsi per uno giovane
come Kanezaki. Eppure non se la cavava male e migliorava a vista d'occhio. Semplicemente, non era
ancora bravo come lui avrebbe voluto, e questo gli causava una certa frustrazione. In ogni caso, ce
l'avrebbe fatta.
D'accordo, disse. Che cosa c' che ti interessa e che ancora non ti ho detto?
Prima di tutto, voglio sapere di Crawley e dei suoi interessi nella vicenda, per capire se e
perch e in che modo  legato a Belghazi.
Non lo so, disse Kanezaki, senza scomporsi per l'uso esplicito di quel nome. Cercher di
scoprirlo.
"Anch'io", pensai, e mi tornarono alla mente le foto digitali che Dox mi aveva mostrato. "E
scommetto che otterr pi informazioni di te."
Datti da fare, dissi. E ora parliamo di Belghazi. All'inizio dicevi che il suo viaggio nel
Sudest asiatico aveva lo scopo di estendere la sua rete di distribuzione; che a Macao ci andava solo per
giocare e che quella tappa era incidentale rispetto al vero scopo del viaggio.
Annu. A quanto pare, mi sbagliavo.
 evidente. Dunque, il problema : perch Macao?
Kanezaki prese a massaggiarsi il mento. Be', Macao vanta ottime infrastrutture portuali. Come
Hong Kong, del resto, che potrebbe essere un luogo di trasbordo ideale per le armi che Belghazi vende
a Jemaah Islamiah, ad Abu Sayyaf e ad altri gruppi fondamentalisti attivi nella regione.
Nella zona, per, ci sono molti altri porti di rilievo, come Singapore, Manila...
Vero, ma quello di Hong Kong  il pi trafficato. Il pi trafficato del mondo, cio.
E allora?
E allora se uno vuole nascondere o fare passare inosservata una certa cosa, gli converr
scegliere un porto da cui passano, pi o meno, sedici milioni di container all'anno. Sarebbe il classico
ago nel pagliaio. Inoltre, questa gente ha imparato a non fare conto su strutture particolari. Le loro
spedizioni sono piccole e ben distribuite, cosicch, se anche qualche carico viene intercettato, il grosso
dei rifornimenti arriva comunque a destinazione. In generale, poi, con questo tipo di distribuzione  pi
difficile chiudere del tutto i rubinetti o, addirittura, avere un'idea precisa della quantit di armi vendute.
E Belghazi ha viaggiato non poco, ultimamente. Abbiamo intercettato chiamate anche da Kuala
Lumpur e da Bangkok.
S, ho saputo che a un certo punto ha lasciato Macao, dissi, ripensando a quello che Delilah
mi aveva detto a proposito degli incontri di Belghazi nella regione. Riflettei per un istante,
subodorando un'opportunit. Con quale approssimazione siete in grado di rintracciarlo, in quelle altre
citt? domandai.
Come a Macao, cio non con un'approssimazione ideale. Siamo in grado di localizzarlo con
precisione solo finch  al telefono, e lui al telefono tende a starci poco. Appena lo spegne, perdiamo il
contatto.
Annuii. Non sarei riuscito ad approfittarne: i soggiorni di Belghazi nella regione erano troppo
brevi. L'opzione migliore era ancora quella di Macao, dove apparentemente stava accadendo qualcosa
di speciale e dove, perlomeno, avevo una certa familiarit con il campo d'azione.
Kanezaki disse: Magari  a Macao per le stesse ragioni che lo hanno condotto altrove.
Pu darsi, ma il fatto  che se Macao fosse soltanto uno dei nodi della sua rete di distribuzione,
lui ora non sarebbe l. I benefici non valgono il rischio che corre, ora che sa di essere stato localizzato.
Perch, allora, ci resta? Avr in programma altri incontri simili a quelli gi avuti altrove?
Scosse la testa. Pu darsi, ma non credo. Il Sudest asiatico, adesso,  un mercato che tira, per
lui, per via di gruppi come Jemaah Islamiah. A Macao non ci sono gruppi del genere. Le persone
coinvolte, e dunque anche gli incontri, sono altrove.
Be', a Macao, in ogni caso, sta succedendo qualcosa. Se riesci a scoprire di che cosa si tratta,
che cosa ci fa l veramente Belghazi e chi sono le persone con cui si incontra, le mie probabilit di
avvicinarlo aumenteranno.
Capisco.
Annuii lentamente e lo fissai trapassandolo con lo sguardo come se fosse qualcosa di
immateriale di cui mi importava a malapena, una cosa che potevo lasciare accesa oppure spegnere con
la stessa facilit con cui si preme un interruttore della luce. Kanezaki, gli dissi, spero che tu non mi
abbia fornito informazioni false.
Lui mi guard, mantenendo la calma. I fatti sono veri, disse. Le congetture sono quello che
sono. Tieni presente questa differenza, prima di prendere decisioni precipitose sul mio conto, okay?
Annuii nuovamente, sempre guardandolo fisso. Oh, non devi preoccuparti per questo, dissi.
Lasciai Kanezaki e raggiunsi la Trattoria Fiorentina all'interno del nuovo hotel Grand Hyatt,
dove avevo dato appuntamento a Tatsu. Arrivai in anticipo, come faccio sempre, e nell'attesa sorseggiai
del caff ghiacciato da un bicchiere lungo e affusolato. Decisi che quel ristorante
mi piaceva, anche se non era privo di risvolti contraddittori. Era elegante, ma senza artificiosit,
con arredi in legno, pelle e altri materiali naturali. Eppure, c'era qualcosa di vagamente sconcertante nel
modo improvviso in cui tutto quel complesso era sorto, come dal nulla. Quando abitavo a Tokyo, non
ce n'era traccia, e ora ecco qui una citt virtuale battezzata dagli ideatori Roppongi Hills. Con un
piccolo sforzo di immaginazione, si poteva credere che le titaniche divinit della metropoli avessero
sollevato il drappo bianco che occultava la loro ultima creazione, proclamando che ci era cosa
buona.
E forse era davvero cosa buona. La gente tutt'intorno sembrava godersela. Eppure quel posto
non aveva storia e, in un certo senso, nessun contesto. Era attraente, ma aveva un'atmosfera di
impavida proiezione nel futuro, di miracoloso oblio del passato. Proprio per questo, pensai, aveva
un'aria stranamente americana.
Sorrisi. Non c'era da meravigliarsi del sentimento contraddittorio che mi suscitava. Era un
miscuglio, come me.
Un'ora dopo vidi Tatsu attraversare l'atrio. A un certo punto si ferm e si guard intorno. Una
cameriera si avvicin e gli disse qualcosa, forse per capire se volesse un posto a sedere, e lui rispose
inclinando lievemente il capo verso di lei, ma senza smettere di scrutare lo spazio circostante, finch
non mi vide. Mi rivolse un cenno con il capo e, dopo avere detto due parole alla ragazza, si mosse nella
mia direzione.
Io sorrisi, vedendolo avvicinarsi, e mi alzai in piedi. C'era qualcosa di irrimediabilmente tenero
nel suo caratteristico modo di trascinare i piedi, nei suoi intercambiabili completi scuri, sempre
stropicciati, che non mancava mai di indossare. Mi resi conto di essere felice per avere trovato un
modus vivendi pacifico con Tatsu. In parte perch sarebbe stato un avversario formidabile, ma
soprattutto perch si era dimostrato un ottimo amico, anche se non si esimeva dal chiedere qualche
favore, quando le circostanze glielo imponevano.
Dopo un reciproco inchino, ci stringemmo la mano e ci squadrammo a vicenda da capo a piedi.
Ti trovo bene, gli dissi in giapponese. Aveva perduto un po' di peso e sembrava pi giovane.
Grugn, a mo' di modesto ringraziamento. Mia moglie  in combutta con il mio dottore. Da
qualche tempo ha cambiato menu. Niente olio, niente fritture. Devo imbucarmi in posti come questo
per soddisfare il mio appetito.
Sorrisi. Ti vuole bene.
Lui grugn nuovamente e riprese a squadrarmi. E tu ti tieni in forma, vedo.
Mi strinsi nelle spalle. Faccio il possibile, ma con il passare del tempo diventa sempre pi
difficile.
Ci sedemmo, e io dissi: Sai una cosa, Tatsu? Questo  il massimo, quanto a chiacchiere, che io
sia mai riuscito a estorcerti.
Lui annu. Non andare a dirlo ai miei colleghi. Mi rovineresti la reputazione.
Sorrisi. Come sta la tua famiglia?
La sua espressione si illumin. Tutto bene. Il mese prossimo diventer nonno:  un maschio,
secondo il dottore.
Sono felice per te, amico mio. Congratulazioni.
Lui annu a mo' di ringraziamento e mi guard. E tu?
Io...
La tua famiglia, intendo.
Lo guardai. Sai benissimo che non ho una famiglia, Tatsu.
Si strinse nelle spalle. La gente comincia ad avere famiglia quando ne mette su una.
Tatsu mi aveva presentato diverse donne dopo il mio primo rientro in Giappone, a seguito di
certi spiacevoli eventi, ma non aveva funzionato un granch.
Credo di essere a posto cos, con la mia vita da scapolo, gli dissi. Sai? Si incontra gente
sempre nuova, si gira il mondo...
Pi passa il tempo, pi  difficile, disse.
Sospirai. Stai di nuovo tentando di indurmi a entrare in relazione con qualcosa di pi grande di
me?
Ne hai bisogno, disse con espressione seria.
Cristo, proprio quello che avevo sempre desiderato... Un Tatsu che mi facesse da mamma.  di
informazioni che ho bisogno, dissi.
Annu. Vuoi dire che le nostre chiacchiere sono finite?
Io risi, sorpreso. Non vorrei stremarti. So che non sei tanto abituato.
Stavo giusto scaldandomi.
Scoppiai nuovamente a ridere e pensai: "Perch no?"
Finimmo a discutere di ogni sorta di cose: della sua gioia per la gravidanza della figlia, del
timore suo e di sua moglie di poter proiettare sul bambino in arrivo l'immagine del figlio che avevano
perduto; delle frustrazioni dovute all'inerzia burocratica e all'impossibilit, per lui, di combattere
efficacemente la corruzione che ai suoi occhi avvelenava il Giappone; di come Tokyo e l'intero paese
stessero cambiando a ritmo vertiginoso. Anch'io gli raccontai alcune cose: di come la CIA mi avesse
rintracciato; di come, infine, fossi stato costretto a trasferirmi e a reinventarmi di nuovo una vita; di
come avevo cercato di non disperarmi al pensiero che tutto si sarebbe comunque rivelato inutile, perch
prima o poi qualcuno sarebbe sempre venuto a cercarmi e per quell'inquietudine che mi portavo dentro
e che mi spingeva a cambiare vita a prescindere da tutto. Rievocammo alcune delle nostre comuni
esperienze in Vietnam, quando Tatsu era stato inviato al fronte dall'organizzazione che si sarebbe poi
trasformata nel Keisatsucho, e io, dato che parlavo giapponese, ero stato incaricato di tenere i rapporti
con lui; parlammo della gente che laggi avevamo conosciuto, degli amici che avevamo perduto.
Una volta preso il via, fu difficile fermarsi. Capii quanto mi fosse mancato quel genere di
amicizia, come quell'esperienza fosse praticamente scomparsa dalla mia vita. E Tatsu era una delle
poche persone rimaste - l'unica, forse - che mi conosceva da prima del Vietnam e della guerra, da tempi
che, le rare volte che ci penso, mi paiono lontani e irraggiungibili come ricordi della primissima
infanzia.
Compresi, inoltre, che anche questo contribuiva alla nostalgia che provavo per Midori. Con lei
mi ero sentito come quella persona che non ero pi stato, mi ero illuso, stupidamente, di potermi
liberare della mia pelle e rinascere nella forma di quella mia identit immacolata.
Finito di mangiare, e dopo avere tirato in lungo davanti a una tazza di t, lui, e a un paio di tazze
di caff, io, Tatsu disse: Magari ti interesser sapere che un tizio - un certo Charles Crawley -  stato
di recente a Tokyo con un accredito del Dipartimento di Stato americano. Si  messo in contatto con il
Keisatsucho e ha fatto domande su di te. Lo conosci?
Prima Dox, poi Kanezaki, e infine Tatsu. Il signor Crawley era ormai una presenza fissa sul mio
schermo radar.
L'ho sentito nominare, dissi. Che cosa gli avete detto?
Si strinse nelle spalle. Che avevamo un intero dossier su di te.
E poi?
Altra scrollata di spalle. Gliel'abbiamo dato.
Lo guardai incredulo. Gli avete fornito il dossier del Keisatsucho su di me?
Lui, ricambiando il mio sguardo, rispose: Ovvio, con il suo tipico tono che significava:
Perch devo sempre dire tutto a chiare lettere, con questa gente? Dopo una breve pausa, disse: Il
dossier ufficiale.
Mi sfugg un sorriso per la perfidia di quello scherzo: l'irritazione che avevo inizialmente
provato era ampiamente compensata dal sollievo e da una certa gratitudine. Il dossier ufficiale era
stato sicuramente purgato delle informazioni pi significative, quelle che Tatsu non avrebbe mai
rivelato a nessuno e tanto meno ai suoi superiori, le preziose pepite che avrebbero probabilmente detto
troppo del saltuario ricorso a metodi extralegali nella sua personale lotta contro la corruzione
giapponese.
Che cosa si dice, nel dossier ufficiale, a proposito del mio attuale luogo di residenza?
Che molto probabilmente sei ancora in Giappone. Risultano, al riguardo, diversi avvistamenti
in importanti localit dell'arcipelago: Tokyo, Osaka, Fukuoka, Sapporo.
Davvero? domandai.
Fece spallucce. Ovviamente, io ho le mie idee su quello che potrebbe essere il tuo vero
nascondiglio, ma non vedo per quale motivo dovrei appesantire un dossier ufficiale con le mie
congetture.
Mi stava dicendo che aveva manipolato il dossier. Che mi aveva fatto un favore. E io capii che
mi avrebbe chiesto un contro-favore. Se non quel giorno stesso, comunque molto presto.
Annuii. Che ne  stato, poi, di quella tua rete di telecamere? gli domandai.
Tatsu aveva accesso alla pi sofisticata rete di telecamere a circuito chiuso esistente al mondo,
collegata a un sistema di programmi di riconoscimento facciale. L'aveva usata per rintracciarmi dopo
che avevo lasciato Tokyo per stabilirmi a Osaka.
Nessuno la sta usando per localizzarti. Se dovesse accadere, ti avvertirei.
Ti ringrazio. Ora raccontami qualcosa dell'uomo di cui ti ho parlato nel mio messaggio sulla
bacheca elettronica.
Belghazi.
Gi.
Immagino che tu conosca gi, in generale, la sua storia.
Infatti. Limitiamoci alle cose pi recenti.
Annu. Belghazi rifornisce di armi di piccolo calibro alcune fazioni della yakuza, perlopi in
collaborazione con la mafia russa di Vladivostok. Ultimamente ha chiesto informazioni sul tuo conto
alle cosche giapponesi. Immagino tu abbia fatto qualcosa che gli ha dato fastidio.
 possibile.
Non mi sembra il tipo da far irritare cos alla leggera.
Comincio appunto a rendermene conto.
Ti dispiacerebbe dirmi che cosa hai fatto per arrecargli una cos grave offesa?
Puoi ben immaginarlo.
Tatsu annu: Non  una brava persona. A quanto pare, non rende conto a nessuno, disse
I miei detrattori dicono la stessa cosa di me.
Lui sorrise. Si sbagliano. Il tuo problema  che non riesci a capire chi sono i tuoi veri alleati.
Be', apprezzo il tuo continuo sforzo in questo senso.
Il suo sorriso si fece addirittura timido. Siamo amici, no?
Riflettei per un istante. Forse era stato Belghazi, attraverso Mahfouz, suo referente all'interno
dei servizi segreti sauditi, a mettermi alle costole i sei killer arabi a Macao e a Hong Kong, come
Kanezaki diceva di sospettare. I killer vengono neutralizzati. Belghazi si rende conto che quegli uomini
avevano agito con l'handicap di essere chiaramente individuabili. A Macao, o nelle immediate
vicinanze, sta per accadere qualcosa di grosso, e Belghazi non pu andarsene. Ora si sente vulnerabile.
Decide di chiedere l'intervento di gente pi esperta, qualcuno che possa mischiarsi alla folla e fare il
lavoro come si deve. Chiede aiuto alla yakuza.
S, il ragionamento filava. Senza una grinza.
Maledizione, questo Belghazi era un osso duro. Cominciavo a rendermi conto della reale
magnitudo del problema con cui avevo a che fare.
I rapporti tra Belghazi e la yakuza, domandai, sono tali da poter chiedere e ricevere aiuto, in
caso di necessit, per un suo problema in qualche altre localit asiatica?
Tatsu annu. Direi di s.
Dovevo assolutamente eliminare Belghazi. Non solo per i soldi, ma soprattutto per la mia
sopravvivenza.
Questa situazione doveva essere risolta, e alla svelta. Volevo vederlo sottoterra,
nell'impossibilit di dare ordini a chicchessia. Cause naturali, se possibile. Altrimenti, violente.
Che cosa posso fare per aiutarti? mi domand Tatsu.
Ci pensai su un attimo e poi dissi: Puoi fornirmi tutte le informazioni che hai sul mio nuovo
amico.
Quale nuovo amico?
Charles Crawley.
***
9
Delilah aveva detto che Belghazi sarebbe stato via da Macao per un giorno o due, e comunque
non c'era granch che potessi fare con lei, al momento. Decisi che una breve gita avrebbe rappresentato
un rischio ragionevole in confronto ai vantaggi che avrei potuto trarne.
Presi il treno superveloce per Osaka, il cui aeroporto era un punto di partenza meno scontato di
Narita, a Tokyo, se si  diretti all'estero. In un Internet point controllai se ci fossero messaggi sulla
bacheca elettronica. Le informazioni che avevo chiesto a Tatsu erano l ad aspettarmi: Charles Crawley
in. Citt di residenza, professione e numero di cellulare; indirizzo di lavoro, che per era inutile, dato
che rimandava al Dipartimento di Stato, invece che al quartier generale della CIA, a Langley; e
indirizzo di casa: 2251 Pimmit Drive, West Falls Church, appartamento 811. Uno dei suburbs della
Virginia. Probabilmente un residence, un edificio di almeno otto piani.
Prenotai per l'indomani mattina un volo diretto a Washington, D.C., aeroporto Dulles, e mi
fermai per la notte in un hotel poco costoso di Umeda. Mi misi a letto, ma il sonno non voleva arrivare.
Troppo caff. Troppe cose a cui pensare.
Mi alzai, mi infilai lo yukata, un tipo di vestaglia che non manca mai neanche nei pi popolari
alberghi giapponesi, e andai a sedermi nella scomoda e unica poltrona presente nella stanza. Lasciai le
luci spente e aspettai di essere abbastanza stanco da riuscire ad addormentarmi. Capii subito che ci
sarebbe voluto un bel po'.
Le stanze dozzinali sono sempre le pi dure da sopportare. Un po' di lusso ha il potere di
intorpidire, come un anestetico. Senza l'anestetico il dolore comincia a fluire come acqua gelida
attraverso la falla in uno scafo. Sentii affollarsi i ricordi, tumultuosi, insistenti, come fantasmi
ringalluzziti dall'oscurit che avevo intorno.
Avevo otto anni la prima volta che vidi mia madre piangere. Era una donna forte - non poteva
non esserlo, visto che aveva abbandonato la sua vita e la sua carriera in America per sposare mio padre
- e io, finch non la vidi con i miei occhi, credevo che non piangesse mai.
Un giorno la signora Suzuki, la nostra vicina, venne a prendermi a scuola a met pomeriggio,
dicendomi che a casa c'era bisogno di me. Era giugno, e l'aria sul treno, nel tragitto di ritorno era densa,
calda e appiccicosa. Guardai fuori dal finestrino, interrogandomi vagamente su quello che poteva
essere successo, convinto che tutto andasse benissimo e che presto avrei avuto ogni spiegazione.
Mia madre mi aspettava sulla soglia del nostro piccolo appartamento di Tokyo. Ringrazi la
signora Suzuki, che prima di congedarsi in silenzio fece un inchino profondissimo e pi lungo del
solito. Mia madre, allora, chiuse la porta e mi condusse verso il divano del soggiorno. I suoi modi
avevano un che di cerimonioso, di grave, che io trovai strano e per certi versi inquietante. Prese le mie
piccole mani tra le sue e mi guard negli occhi. I suoi mi parvero strani - stanchi e, in una certa misura,
spaventati - e io distolsi lo sguardo, a disagio, impaurito all'idea di guardarla di nuovo.
Jun, mi disse, con voce innaturalmente bassa, devo darti una brutta notizia, e tu devi farti
coraggio, pi coraggio che puoi. Io feci un rapido cenno con il capo, a significare che poteva sempre
contare sul mio coraggio, ma ebbi la sensazione che potesse essere accaduto qualcosa di terribile, e
dentro di me la paura cominci a dispiegarsi e a espandersi.
C' stato un incidente, disse, e pap... pap  morto. Nakunatta no. Se n' andato.
L'idea della morte non mi era completamente ignota. Il cane dei miei nonni paterni era morto
quando io avevo quattro anni, e mia madre mi aveva spiegato che Hanzu, cio Hans, era molto vecchio
e se n'era andato in paradiso. Eppure, l'idea che mio padre fosse morto era troppo smisurata perch io
potessi afferrarla. Scossi la testa, senza realmente capire, e fu allora che la compostezza di mia madre
vacill, e dai suoi occhi cominciarono a sgorgare le lacrime.
Piansi con lei lacrime tremende di dolore e paura e confusione. E nelle settimane e nei mesi
seguenti, quanto pi la cognizione della scomparsa di mio padre - fino a quel momento presenza
importantissima nella mia vita - penetrava nella mia coscienza, tanto pi la mia conoscenza della morte
si approfondiva. Giunsi a considerarla come la carta imprevista in un mondo altrimenti preordinato,
l'improvvisa distruzione, la ladra subdola e bieca.
Mi ci vollero almeno cinque anni per accettare definitivamente l'idea che mio padre non ci fosse
pi, e che la sua persona fosse ormai ridotta a un insieme di ricordi sempre pi remoti, come una serie
di rozzi graffiti sulla parete di una caverna tracciati da uomini scomparsi ormai da molto tempo. La
morte, intanto, era diventata un luogo in cui la gente scompariva per sempre, un luogo che poi
prosciugava gradualmente la limpidezza dei ricordi per non restituirla pi.
A diciannove anni ricevetti il telegramma militare che mi informava di come anche mia madre
fosse partita per quel luogo. Prendere atto della sua scomparsa fu pi facile. Ero pi grande. E a quel
punto, come soldato in Vietnam, avevo visto spesso la morte. Sopr attutto, per, avevo ormai una certa
familiarit con il meccanismo e con l'esito del dolore. Il lutto per me non aveva pi segreti di quanti ne
avesse una ferita a cui fanno sempre seguito la cicatrizzazione e la guarigione finale.
L'abitudine, per, serve solo a contenere la paura. Con il dolore funziona molto meno.
Midori non  morta. Se n' soltanto andata. Forse  per questo che mi ritrovo a pensarla pi
spesso del dovuto. Mi immagino il suo viso e indugio nel ricordo della sua voce, del tocco delle sue
mani, della consistenza del suo corpo. Non ho il potere di evocare i profumi, ma so che potrei
riconoscere il suo all'istante e spero di poterlo sentire di nuovo, prima di morire. Ho nostalgia delle
nostre conversazioni. Parlavamo di argomenti che non ho mai affrontato con nessun altro. Sento la
mancanza dell'infinit di teneri baci che mi dava sulla fronte e sulle palpebre dopo che avevamo fatto
l'amore.
No, Midori non  morta, ma quando penso a lei il sentimento prevalente  quello del lutto e
della perdita. Il mio mondo  pi grigio e povero a causa della sua assenza, ma non  quello che accade
ogni volta che perdiamo una persona amata? Gi da adolescente sapevo che la mia vita sarebbe stata
molto pi ricca se mio padre non fosse morto cos presto. Dovetti imparare ad accettare che questo fatto
non era modificabile e, forse, neppure cos rilevante. Midori non era morta, ma era irraggiungibile.
Quale differenza poteva esserci, dunque, per gli imperativi del mio lutto?
Mi strofinai gli occhi e invocai il sonno, il temporaneo oblio del sonno, che non arriv. Avrei
dovuto aspettare un altro po'.
Resto seduto nell'oscurit di quelle stanze deserte, e a volte mi convinco di riuscire a cogliere la
presenza di tutti coloro che hanno fatto la stessa cosa prima di me. Le tracce, di certo, ci sono. La
concavit nel materasso, il bordo sfilacciato del tappetino tra il bagno e la porta. O le macchie di sudore
e saliva sul cuscino; o magari di
sperma, o di lacrime; a volte di qualcosa di pi scuro, qualcosa di simile al sangue. Resto
seduto, circondato da quell'oscurit vicina, ma anche sconfinata, e mentre la mia immaginazione
scivola nella vastit di quel limite informe io mi rendo conto che quelle tracce sono segni, frutti di tante
esistenze e momenti che furono e non sono pi, simili a ceneri in un focolare spento o a ossa scartate
nel corso di un pasto consumato tanto tempo prima o a sagome malconce forse appartenute, un tempo,
a uno spaventapasseri ormai sopraffatto dalle erbacce. Nient'altro che graffiti, involontariamente
tracciati da altri viaggiatori solitari, residui depositati da uomini qualsiasi durante il loro tragitto verso
la comune destinazione.
Passarono le ore. Una crescente stanchezza ebbe infine il sopravvento sul mio inquieto
rimuginare. Mi misi a letto e finalmente presi sonno.
Il mattino dopo presi il treno per l'aeroporto. Telefonai a casa di Crawley poco prima di
prendere il volo delle 12.10. Erano le 9.45 della sera precedente, a Washington.
Tre squilli e poi una voce nasale. S? Sembrava quasi che l'avessi svegliato.
Oh, mi scusi, dissi simulando un falsetto. Temo di aver sbagliato numero.
Oh, Cristo, lo sentii dire, prima che riagganciasse.
Sorrisi. Mi sarebbe dispiaciuto fare il volo fino a Washington per poi scoprire che Crawley era
altrove.
Il viaggio senza scalo fu una vera delizia. Di solito preferisco percorsi pi tortuosi, ma in quel
caso l'imperativo di trovare Crawley, approfittando del fatto che sapevo dov'era, compensava il rischio
insito in un percorso diretto e prevedibile. Inoltre, anche se in genere sceglievo la business class, in
quanto giusta via di mezzo tra la comodit e l'anonimato, quel continuo viaggiare cominciava a
sfiancarmi, e cos optai per la prima classe. La costa orientale degli Stati Uniti era a pi di dodici ore di
distanza, e io, all'arrivo, volevo essere fresco e riposato.
Avevo gi concepito, in linea di massima, il piano che avrei seguito; restavano da definire
soltanto i dettagli. Quando l'aereo ebbe raggiunto la sua altitudine di crociera chiusi gli occhi e passai
in rassegna, a mo' di esercitazione, l'intera operazione: avvicinamento, riconoscimento, appostamento,
attesa, azione, allontanamento, fuga. Ogni singola tappa di questo percorso mentale prevedeva l'utilizzo
di certi strumenti necessari, e ognuno di questi strumenti entrava a fare parte di una lista mentale.
Naturalmente nel corso del sopralluogo mi sarei reso conto della necessit di altri oggetti o
accorgimenti, ma l'utilit di questi strumenti aggiuntivi sarebbe balzata all'occhio solo in presenza di un
piano gi formato e organizzato.
Venti minuti dopo riemersi da quello stato di profonda concentrazione con la massima
consapevolezza possibile - sulla base delle informazioni in mio possesso - riguardo a quello di cui avrei
avuto bisogno e di come ne avrei fatto uso. Reclinai il sedile all'indietro, mi coprii con la coperta da
prima classe e dormii per il resto del viaggio.
L'aereo atterr poco prima delle dieci del mattino, ora locale. Trovai un telefono pubblico
all'aeroporto e telefonai all'ufficio di Crawley. Non rispose nessuno. Nulla di preoccupante:
probabilmente era in riunione.
Avrei potuto chiamarlo sul cellulare, ma non sarebbe servito a scoprire dove si trovava. Provai a
chiamare casa sua, e non mi stupii quando scatt la segreteria telefonica. Era un giorno feriale, e certo
non mi aspettavo di trovarlo l, ma una
delle cose che si imparano in guerra e in questo mestiere  di non dare mai nulla per scontato.
La volta che presupponi di trovare un appartamento vuoto pu capitare che il proprietario sia rimasto a
casa malato o magari soltanto per accogliere l'idraulico o qualche parente in visita. Niente va mai
lasciato al caso.
Noleggiai un'auto dotata di sistema GPS di navigazione satellitare e mi diressi in citt per fare
un po' di spesa. In un negozio di ferramenta e affini acquistai una decina di metri di filo da bucato, fogli
di cellophane, nastro adesivo, un rotolo di nastro isolante e un taglierino usa e getta. In un piccolo
supermercato presi un tubetto di vaselina, guanti di lattice e un pennarello. Dall'ottico comprai un paio
di grossi occhiali scuri. In un negozio di parrucche mi feci una nuova capigliatura. Al Japan
Information and Culture Center prelevai una manciata di dpliant informativi sulle iniziative del centro.
Ultima fermata, Counter Spy, un negozio in Connecticut Avenue, dove trovai un taser modello Panther
da cinquecentomila volt, grosso come un cellulare, per soli 34 dollari e 95 centesimi.
Usando il sistema GPS, partii per la Virginia, dove eseguii un primo rapido sopralluogo nel
residence in cui abitava Crawley. C'era una serie di cancelli metallici all'ingresso del parcheggio.
Anche se, evidentemente, durante il giorno venivano lasciati aperti, la loro stessa presenza mi fece
supporre che la sicurezza, l, non fosse poi tanto male. Immaginai che per accedere al palazzo ci
volesse una chiave, e che ci fosse anche un portiere. Non notai telecamere a circuito chiuso n nel
piazzale n sotto l'ampio parcheggio coperto antistante l'ingresso del palazzo, ma sospettavo di poterne
trovare qualcuna all'interno dell'edificio. In ogni caso, non avrei avuto la possibilit di confermare
questo mio sospetto: avrei dovuto darle per certe, preparandomi di conseguenza. Se le cose si fossero
rivelate pi semplici del previsto, avrei avuto una piacevole sorpresa.
Il palazzo era circondato da piccoli boschetti suburbani, tra i quali si intravedevano ponticelli e
sottopassaggi ferroviari che portavano alle strade retrostanti. La stazione del metr di West Falls
Church era raggiungibile a piedi; presumibilmente quelle scale e quei passaggi venivano utilizzati dai
pendolari. C'era un ingresso di servizio, sul retro, un'unica e pesante porta di metallo in cima a una
breve serie di gradini di cemento armato. E appena oltre la porta, a mo' di deterrente per chiunque
volesse introdursi nell'edificio dall'accesso meno frequentato, una telecamera di sicurezza.
In un vicino centro commerciale trovai un negozio Nordstrom e comprai un paio di stivali di
gomma, una giacca a vento grigia, un bel paio di guanti di renna - abbastanza sottili da consentirmi una
buona sensibilit al tatto, ma abbastanza spessi da non lasciare impronte digitali - un soprabito nero di
lana e un borsone di cuoio. Poi mi fermai in una stazione di servizio non lontana dal centro
commerciale, dove, fingendomi impegnato in una conversazione, all'interno di una cabina telefonica,
copiai dalle pagine gialle un elenco di ristoranti cinesi, giapponesi e coreani. Gironzolai in auto finch
non trovai Kim il coreano, un take away che vendeva anche magliette e cappellini da baseball con il
logo della ditta, un quadrato rosso sgargiante a circoscrivere alcune scritte rosse in coreano. Comprai
una maglietta e un cappellino, oltre a una robusta cena da asporto.
Tornai verso l'appartamento di Crawley. Nel centro commerciale di fronte al suo palazzo c'era
un piccolo supermercato biologico. Entrai e acquistai un paio di sandwich vegani e una mousse di
frutta. Mandai gi il tutto con un caff abbondante. Era bello mangiare cos sano sul lavoro. Di solito,
si  costretti a frequentare McDonald's e, quando va bene, altre catene di fast-food, e i pasti vengono
generalmente consumati freddi o freddissimi. Cercai di godermi lo spuntino, ben sapendo che sarebbe
probabilmente passato un bel po' di tempo prima del pasto successivo.
Alle due e mezza, da un telefono pubblico, provai nuovamente a chiamare Crawley in ufficio,
un numero che sembrava appartenere al Dipartimento di Stato ma che,
come io sapevo, corrispondeva a un interno della CIA. Rispose al primo squillo.
Qui  Crawley, lo sentii dire.
Salve, sto cercando di mettermi in contatto con l'ufficio stampa che si occupa degli affari
pubblici... dissi con voce esitante. La formula era sufficientemente burocratica, e io ero certo che
esistevano almeno dieci gruppi di lavoro a essa potenzialmente riconducibili, presso la CIA e altrove.
Ha sbagliato interno, disse, e riagganci.
Sorrisi e scossi la testa. Certa gente  proprio maleducata...
Risalii in macchina e raggiunsi una vicina via residenziale. Mi fermai in fondo a una fila di altre
auto parcheggiate. Calzai gli stivali e trasferii tutti gli oggetti che avevo comprato nella borsa di cuoio.
Mi cambiai, indossando la maglietta di Kim's, sopra la quale infilai la giacca a vento grigia, lasciandola
leggermente aperta, in modo che il logo fosse visibile. La giacca a vento, che avevo volontariamente
scelto tra quelle di due misure pi grosse della mia taglia, mi avrebbe fatto sembrare pi piccolo e
goffo. Mi misi anche la parrucca, gli occhiali e il cappellino di Kim's. Mi guardai nello specchietto
retrovisore e restai soddisfatto dalla figura estranea che vi scorsi.
Tornai in auto dalle parti del residence di Crawley, fermandomi nel parcheggio di un altro
centro commerciale che avrei potuto facilmente raggiungere a piedi attraversando un boschetto, qualora
le cose si fossero messe male e mi fossi trovato costretto ad andarmene in tutta fretta. Svuotai la
memoria del sistema GPS dell'auto e spensi il motore. Restai l un paio di minuti con gli occhi chiusi,
per ricapitolare le mosse successive e calarmi nel personaggio. Quando mi sentii pronto, uscii e
raggiunsi a piedi il palazzo di Crawley con il sacchetto di Kim's.
Mi avvicinai dal lato del parcheggio coperto, aprii una delle doppie porte a vetri con le nocche
di due dita ed
entrai in un vestibolo delimitato in fondo da un'altra doppia porta a vetri, identica a quella che
avevo appena oltrepassato. Quando protesi la mano per cercare di aprire anche quella, sentii suonare un
campanello. Guardai al di l del vetro e vidi una ragazza bianca, capelli castani lunghi fino alle spalle e
lentiggini, che aveva l'aria della studentessa universitaria dedita a un lavoro part-time come portinaia,
occupazione che le consentiva di studiare anche quand'era in servizio. Il fatto che fosse impiegata
part-time era un bene. Di certo non conosceva tutti gli inquilini, i fattorini e l'ambiente come una
portinaia a tempo pieno, e dunque sarebbe stato pi facile per me trattare con lei.
Oltre la porta mi ritrovai in un atrio arredato in una specie di stile art nouveau, con molte copie
di mobili d'epoca, rivestimenti in legno e lampadari d'ottone lucidato. La ragazza presidiava un
imponente bancone incorporato nell'arredamento, dietro il quale mi figurai i pulsanti elettronici che
controllavano gli accessi e il flusso di immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso.
Consegna? domand con un sorriso cordiale. Lei  nuovo?
Annuii, contrariato da quella domanda che non capivo dove sarebbe andata a parare.
Lei guard oltre le porte a vetri verso il parcheggio coperto. Per le consegne si pu
parcheggiare al coperto. A volte non  male avere un posto pi vicino, per lasciare la macchina.
Ah, grazie, dissi con un imprecisato ma netto accento asiatico.
La ragazza adocchi il logo sulla mia maglietta e disse qualcosa in una lingua che non
compresi, ma che doveva essere coreano.
Ehm, io non sono coreano, dissi, conservando un'espressione e una postura incerte, come uno
che sia immigrato da poco e che, non necessariamente in possesso di
un permesso di soggiorno, abbia trovato un lavoro dallo stipendio minimo nel tentativo di non
finire in guai peggiori.
Ah! disse lei, arrossendo. Il mio fidanzato  coreano, e io pensavo, visto il ristorante... Come
non detto... Mi scusi.
Il suo imbarazzo per l'errore commesso, insieme alla mia reazione imbarazzata, sembravano
fatti apposta per porre fine a ulteriori scambi di battute. Grazie a Dio.
Devo solo... dissi, indicando in modo vago la zona alle spalle del bancone, dove si trovavano
gli ascensori.
Certo, prego, faccia pure. Sorrise, e io ricambiai con un timido cenno del capo.
Quando fui alle sue spalle, diedi una sbirciatina. Un testo scolastico aperto, al centro; un
monitor, su un lato. Era facile indovinare a quale delle due cose fosse riservata la sua attenzione.
Dedussi dalla posizione della porta di servizio sul retro che questa si trovava alla sinistra degli
ascensori, e cos puntai da quella parte, servendomi di una scala interna. Subito scorsi una porta di
legno a due battenti, alle cui spalle aveva inizio un breve corridoio di linoleum che terminava proprio
presso la porta di servizio.
Diedi una rapida occhiata alla porta esterna e non riuscii a capire se fosse dotata o no di allarme.
La sua pesantezza e la presenza di tre grossi lucchetti indicavano forse che l'amministrazione dello
stabile poteva anche avere deciso di farne a meno. E anche ammesso che ci fosse, veniva
probabilmente disattivato nell'orario di portineria, quando quell'uscita poteva servire. A terra c'era un
fermaporta di legno, il che mi parve confermare l'ipotesi dell'assenza o, al limite, della disattivazione
dell'allarme. Per i custodi, altrimenti, non sarebbe stato possibile utilizzarla.
Con il polsino della giacca a vento aprii i lucchetti e girai la maniglia. Esaminai il montante:
nessun allarme. Guardai fuori. C'erano diversi spazzoloni appoggiati al
muro esterno, forse lasciati l ad asciugare, e anche una serie di enormi contenitori di plastica
per l'immondizia dotati di piccole ruote.
Mi soffermai a riflettere. Chiaramente, la ragazza in portineria era molto pi interessata al suo
libro che al monitor, e io avevo la sensazione che fosse abituata a vedere addetti alle pulizie e alla
manutenzione fare avanti e indietro per quella porta nel corso della giornata. Mi parve fattibile.
Lasciai la porta socchiusa, approfittando del fermaporta di legno, e rientrai. Quando arrivai agli
ascensori, vidi che da uno di essi stava uscendo un'anziana donna nera imbracata in una sorta di girello.
Si ferm e fiss lo sguardo sui miei stivali di gomma, per poi domandarmi: Piove, per caso?
"Oh, Cristo!" pensai. "Avrebbero dovuto darlo a te il posto di portinaia."
Scossi la testa. Scarpe nuove, risposi io, con lo stesso accento artificiosamente asiatico di
prima. Volevo soltanto provarle: mi piacciono le suole che non sporcano. Mi sporsi verso di lei e
abbassando la voce aggiunsi: Non lo dica a nessuno, eh?
L'anziana signora scoppi a ridere svelando una dentiera smagliante. Sar il nostro piccolo
segreto, figliolo, disse, e si allontan lentamente.
Sorrisi, felice di essermi inventato un piccolo reato che avrei anche potuto confessare.
Non avrei potuto lasciare l'edificio con il sacchetto di Kim's, essendo ufficialmente arrivato per
fare una consegna, e dunque lo depositai dentro un bidone della spazzatura pieno a met di pubblicit
cartacea che si trovava presso le cassette della posta alla destra degli ascensori. Lasciai passare quattro
minuti. Non volevo imbattermi di nuovo nella signora anziana: era sveglia e avrebbe potuto farmi
domande imbarazzanti sul sacchetto di Kim's che avevo in mano pochi secondi prima. Se, dopo
quei quattro minuti, l'avessi incontrata, poniamo, nell'atrio, il tempo trascorso sarebbe stato
sufficiente a giustificare una consegna a un piano basso, ammesso che l'ascensore fosse arrivato subito.
Quanto all'intervallo pi lungo che era trascorso da quando avevo incrociato la ragazza della portineria,
era pi che ragionevole. La cosa fondamentale era che lei mi vedesse andare via.
Quattro minuti dopo riattraversai l'atrio. La signora anziana non c'era pi. Forse qualcuno
l'aveva prelevata appena fuori dal palazzo. La ragazza in portineria alz gli occhi dal suo libro e mi
salut. Io le feci un cenno e uscii verso il parcheggio coperto, per poi svoltare a sinistra verso l'altro
parcheggio, quello scoperto, fuori dal suo campo visivo.
Raggiunta l'auto, infilai la parrucca, gli occhiali e il cappellino da baseball nel vano
portaoggetti, mi richiusi la giacca a vento e indossai i guanti di renna. Presi la borsa di cuoio e tornai
verso l'edificio: la mia meta, questa volta, era il retro del palazzo. Camminai rasente il muro esterno,
cercando di passare il pi rapidamente possibile sotto l'occhio della telecamera, ed entrando afferrai
uno degli spazzoloni e un bidone della spazzatura. Davanti alla porta mi chinai in avanti, come se nel
bidone ci fosse qualcosa di pesante e io stessi faticando a spingerlo, e cos facendo manovrai lo
spazzolone in modo da nascondermi la faccia che comunque, per qualsiasi evenienza, tenni rivolta
verso il basso.
Spalancai la porta ed entrai diretto, fermandomi subito in attesa. Se la ragazza avesse notato
qualcosa di sospetto sul monitor e si fosse risolta a indagare, sarebbe arrivata di l a poco, e mi avrebbe
fatto comodo la porta spalancata.
Contai, in tensione, fino a trenta, dopo di che espirai lentamente. Potevo andare. La ragazza,
probabilmente, sul monitor non aveva visto proprio nulla. Ammesso che sia possibile, forse avevo
esagerato con le precauzioni.
Chiusi la porta con tanto di lucchetti, vi parcheggiai accanto lo spazzolone e il bidone
dell'immondizia, per poi dirigermi verso le scale accanto agli ascensori. Un attimo dopo ero all'ottavo
piano.
Estrassi dalla borsa i dpliant del Japan Information and Culture Center, raggiunsi
l'appartamento 811 e bussai alla porta. Se fosse arrivato qualcuno ad aprire, avrei domandato in un
inglese dal marcato accento giapponese se non fossero per caso interessati ad alcune delle straordinarie
iniziative culturali promosse dal JICC per l'inverno a venire e avrei lasciato un dpliant in visione.
Dopo di che, con un inchino, mi sarei congedato e avrei cercato un altro modo per arrivare a Crawley.
Nessuno, per, si present ad aprire. Provai con il campanello e, di nuovo, non ottenni risposta.
Mi voltai e con un pezzo di nastro adesivo fissai un dpliant sulla porta di fronte a quella di
Crawley, proprio sopra lo spioncino. Era pieno giorno, e nel palazzo regnava un'atmosfera tranquilla.
La maggior parte dei residenti era senz'altro al lavoro. Tuttavia, non era il caso di rischiare che
qualcuno potesse vedermi attraverso lo spioncino nel minuto, o gi di l, che mi sarebbe servito per
introdurmi in casa di Crawley.
La porta aveva due serrature: il blocco della maniglia e, appena sopra, quello del chiavistello.
Forzare la serratura della maniglia sarebbe stato uno scherzo. Quella del chiavistello sembrava una
normale serratura a tamburo. Nulla di particolarmente impegnativo.
Rimisi i dpliant nella borsa e presi il mio portachiavi, a cui portavo sempre attaccati alcuni
pezzi di metallo affusolati molto utili come grimaldelli per serrature domestiche o, pi in generale,
poco sofisticate. Presi il pennarello acquistato al supermercato, ne asportai il fermaglio di metallo e lo
inserii nel blocco della maniglia, facendolo ruotare lievemente per valutarne il gioco. Quindi infilai uno
dei grimaldelli e la sbloccai.
Il chiavistello richiese un po' pi di tempo: la cosa fondamentale  la pratica.
Quando lo ebbi forzato mi rimisi in tasca i grimaldelli e aprii la porta. C' nessuno? gridai.
Nessuna risposta.
Prima di entrare e richiudere a chiave, staccai il dpliant dalla porta di fronte.
Mi inoltrai nell'appartamento. Rapida panoramica. Pareti beige, come la moquette. Pavimento
di linoleum nella cucina alla mia destra. Grande finestra con veneziane bianche parzialmente abbassate.
Arredamento coordinato stile Ikea: futon, poltroncine, un tavolino basso su cui stavano alcune copie di
Forbes e di Foreign Affairs. Librerie piene di tomi di storia e di scienze politiche dall'aria molto
seria. Scrivania e una sedia in pelle nera. Televisore grande con altoparlanti. Un paio di piante.
Alla mia sinistra, una serie di porte a soffietto. Le aprii e vidi una lavatrice e un'asciugatrice.
Alla mia destra c'era la cucina. Entrai e diedi un'occhiata intorno. Nel frigorifero c'erano un
quartino di latte scremato, dello yogurt, un contenitore di plastica con della pasta, un barattolo di sugo.
Era tutto pulito, ordinato, in perfetto stato. Un ambiente funzionale, concepito per preparare e
consumare pasti frugali e nient'altro. Apparentemente, Crawley viveva da solo. Single o divorziato,
senza bambini. Se avesse avuto figli, avrebbe scelto un posto pi spazioso.
La camera da letto e il bagno erano ispirati al medesimo stile. Un letto a una piazza e mezza su
una base di legno, con un solo comodino dotato di abat-jour e radio-sveglia digitale. In bagno,
accessori da uomo disposti ordinatamente intorno al lavandino. Accanto alla porta del box-doccia era
appeso un asciugamano dagli orli bordati. Mi tolsi per un attimo un guanto e lo toccai. Era appena
umido, per via della doccia mattutina.
Provai a immaginare il ritorno a casa di Crawley, quella sera. Quale sarebbe stata la sua prima
sosta? Vediamo... Dopo essere entrato, avrebbe probabilmente posato la posta sul tavolino basso. Fuori
faceva freddo. Magari, avrebbe avuto addosso un cappotto. Prima tappa, il guardaroba?
C'era un grosso armadio appena fuori dal soggiorno. Andai a controllare. Scatolone con
apparecchio stereo. Un aspirapolvere. Alcuni pesi, coperti da un sottile velo di polvere. Un'asta di legno
a mo' di appendiabiti, lunga quanto tutta la larghezza di quel vano, a cui erano appese diverse grucce di
plastica inutilizzate. L'asta di legno era retta al centro da un tassello angolare fissato alla parete
retrostante.
Di cappotti, per, neanche l'ombra. Quell'armadio sembrava destinato a custodire materiale di
uso non quotidiano. Tornai in camera da letto. Sul muro adiacente la porta del bagno c'era un
ripostiglio chiuso da due porte a soffietto, che aprii. Eccolo, il guardaroba. Quattro completi da uomo,
con una gruccia vuota per un quinto abito. Cinque camicie bianche, a giudicare dalle
altre cinque grucce vuote: una addosso e le altre quattro in lavanderia. Una dozzina di cravatte.
Un soprabito, un giubbotto di pelle. Un'altra gruccia vuota.
Era chiaramente un uomo preciso, a cui piaceva che ogni cosa stesse al suo posto. Dopo aver
posato la posta sarebbe andato direttamente in camera da letto ad appendere il cappotto nell'armadio.
Stesso discorso per l'abito che indossava. Quindi, sarebbe probabilmente andato in bagno, per poi
tornare in soggiorno, dove avrebbe letto la posta e acceso la tv sulla CNN o su C-SPAN, e infine in
cucina, per prepararsi qualcosa da mangiare. Bene.
Tornai al ripostiglio dell'aspirapolvere ed estrassi il taser. L'avevo gi provato durante il viaggio
da Washington e aveva funzionato come da rclame, emettendo un soddisfacente arco di elettricit
azzurrognolo tra i due elettrodi a seguito della lieve pressione esercitata su un discreto pulsante laterale.
Stesi un po' di cellophane sul fondo del ripostiglio, tolsi gli altri strumenti che avevo nella mia borsa,
mi sfilai la giacca a vento, la piegai e la sistemai sulla plastica insieme agli oggetti tolti dalla borsa.
Volevo evitare che sui miei vestiti rimanessero attaccate particelle della moquette. Gli stivali, che
avevo gi calzato sopra le scarpe, mi avrebbero protetto i piedi. A quel punto mi sedetti su una delle
poltrone di pelle e attesi.
Al tramonto, la stanza si illumin brevemente, a causa dei raggi filtranti dalla finestra
panoramica, per poi oscurarsi gradualmente con il calare della sera. Accesi la luce del ripostiglio.
Abituarmi al buio non sarebbe stato saggio: al suo arrivo, Crawley avrebbe acceso la luce, e io non
volevo restare abbagliato.
A intervalli di mezz'ora mi alzavo e mi sgranchivo. Pisciai nel lavandino, facendo nel frattempo
scorrere l'acqua, per scongiurare il rischio che Crawley tornasse proprio mentre lo sciacquone era
ancora in funzione, e che gli sorgesse il sospetto che in casa potesse esserci un intruso.
Alle otto in punto, subito dopo uno di questi rapidi passaggi in bagno, sentii una chiave infilarsi
in una serratura. Mi alzai senza fare rumore e mi spostai nel ripostiglio. Tenni la porta un filo aperta e
spensi la luce, con il taser in pugno.
Un attimo dopo sentii aprirsi la porta dell'appartamento. Le luci si accesero. Passi felpati sulla
moquette. Eccolo che mi passava davanti. Gli stessi capelli biondi e ricci e gli stessi tratti affilati che
avevo gi osservato nelle foto mostratemi da Dox. Lo vidi entrare in soggiorno. Gett la posta sul
tavolino basso. Io sorrisi. Chiamatemi chiaroveggente.
Si sfil un impermeabile verde oliva, prese una rivista e mi pass nuovamente davanti, diretto
in bagno. Pass un minuto. Poi un altro. E un altro ancora.
Stava impiegando pi del previsto a uscire, ma poi capii: era seduto sul cesso, probabilmente
intento a leggere la sua rivista. Io avevo previsto di attendere il suo ritorno in soggiorno, ma quella era
un'opportunit che non potevo farmi sfuggire. Presi il cellophane che avevo tenuto da parte e il nastro
isolante e uscii dal ripostiglio.
Mi intrufolai in camera da letto e mi appostai appena fuori dalla porta del bagno. Vidi sul letto
l'impermeabile, un completo giacca e pantaloni, camicia bianca e una cravatta. Posai il cellophane e il
nastro isolante sulla moquette.
Dopo un altro minuto, lo sentii alzarsi. Tir lo sciacquone. Io avevo il taser in pugno, tenuto
all'altezza della vita, e il pollice sul pulsante. Respiravo con la bocca appena aperta.
Udii dei passi sulle piastrelle e poi vidi il suo profilo emergere dalla stanza da bagno. Era in
maglietta e boxer bianchi. Mi feci avanti. Voltandosi dalla mia parte, il suo corpo ebbe un sussulto,
sorpreso e allarmato. Posai la mia arma pi o meno all'altezza del suo addome e premetti il grilletto. I
suoi denti si serrarono e lui, con uno spasmo, and a sbattere contro lo stipite della porta.
Dopo quattro o cinque secondi, sufficienti a scombinargli al punto giusto il sistema nervoso
centrale, allentai la pressione sul pulsante e accompagnai il suo corpo nella caduta a terra. Crawley
stava biascicando qualcosa come chi abbia appena ricevuto un duro colpo al plesso solare. Le sue
palpebre sbattevano in modo frenetico.
Stesi il cellophane a terra e vi feci rotolare sopra il corpo. Gli sistemai le braccia lungo i fianchi
e lo avvolsi nella plastica, per poi bloccarlo con il nastro isolante, prima all'altezza dei polsi e poi alle
caviglie. Cominciava a riprendersi, e allora gli rifilai un'altra scarica elettrica. Quando anche l'effetto
della seconda scarica cominci a svanire, Crawley era gi abbastanza mummificato. A parte la testa e i
piedi, era immobilizzato.
Presi un cuscino dal letto e glielo infilai sotto la testa, in
modo che potesse vedermi bene in faccia, ma anche per evitare che, dibattendosi, potesse
procurarsi dei lividi alla nuca. Non ero certo preoccupato per lui, bens piuttosto di quello che sarebbe
potuto risultare da un'autopsia.
Mi acquattai accanto a Crawley e lo guardai negli occhi. All'inizio gli sbattevano le palpebre, e i
bulbi tendevano a rovesciarsi all'indietro. Poi, per, si rilassarono, e lui cominci a rimetterli a fuoco,
per poi strabuzzarli, quando infine mi ebbe riconosciuto. Prov a muoversi e quando si rese conto di
non poterlo fare, cominci ad andare in iperventilazione.
Calmati, gli dissi, con voce bassa e rassicurante. Non ti far male. E ci speravo davvero, in
un certo senso.
L'iperventilazione si accentu. Allora... Perch mi hai legato? ansim lui.
La domanda non era certo fuori luogo. Decisi di essere il pi possibile chiaro. Hai ragione,
spiegai. Devo correggermi: non ti far male se tu mi dirai quello che voglio sapere.
Lui deglut e annu. Aveva ancora gli occhi spalancati per il terrore, ma stava sforzandosi di
darsi un contegno. Okay, disse. D'accordo.
Lasciai trascorrere un breve intervallo, per dargli modo di valutare appieno la sua nuova
condizione. Quell'uomo non era certamente un duro. Era s della CIA, ma pi sul genere ragazzo
studioso, che non del tipo paramilitare. L'ultimo episodio di violenza di cui era stato testimone
risaliva probabilmente ai tempi della scuola elementare. E all'improvviso si ritrovava immobilizzato e
inerme, con un ben noto killer che lo guardava come una rana da vivisezionare. Naturale che fosse
terrorizzato. E se avessi gestito il suo terrore a dovere, mi avrebbe forse rivelato quello che volevo
sapere.
Bene, Crawley, dissi. E adesso dovrai spiegarmi perch una brava persona come te vorrebbe
vedermi morto.
Lui serr le labbra e deglut nuovamente, respirando
dal naso con strani sibili. Evidentemente, non aveva ancora deciso come giocarsela. Negare
tutto? Incolpare qualcun altro? Confessare e implorare piet?
Guardandolo, mentre tentava di decidersi e di soppesare i pr e i contro delle poche e
miserevoli opzioni a sua disposizione, ebbi la sensazione che intuisse quello che mi passava per la
mente, e cio che quella situazione non era nuova per me e che io avevo gi deciso come trattarlo, a
prescindere da cosa mi avrebbe detto. Decise perci che non gli sarebbe convenuto negare tutto. Mi
parve saggio. Furbo, addirittura. A un certo punto, deve avere pensato: Non mi conviene negare. Lui
non sarebbe qui, se non avesse avuto le informazioni giuste. E se non nego, se confesso fino a un certo
punto, lui sar pi incline a credere anche al resto. Era una versione del gioco degli stivali di gomma
che avevo fatto alcune ore prima con l'anziana coinquilina di Crawley. E anche lui, a dire il vero, aveva
fatto un buon lavoro. Molti di questi funzionari governativi diventano piuttosto bravi quando si tratta di
mentire.
"Vediamo", pensai, scommettendo tra me e me. "Magari mi dir che ha solo eseguito degli
ordini."
Non  me che devi prendere, disse, facendomi involontariamente vincere la mia personale
scommessa.  da altri che devi andare.
Da chi?
... Oh, Cristo! Ascolta: non posso dirtele, queste cose!
Tu, per, non c'entri.
Nei suoi occhi balen la speranza. S, esatto.
Sospirai. C' per caso un altro Charles Crawley, in giro, che ti assomiglia e ha il tuo stesso
odore? gli domandai.
Che cosa?
Un gemello. Non  che per caso hai un gemello?
Come? No, nessun gemello.
Incredibile. Sai,  strano... C' un tizio che ti assomiglia come una goccia d'acqua, che si
chiama Crawley,
anche se dice di chiamarsi Johnson, e che  andato da un agente speciale offrendogli centomila
dollari per eliminarmi. C' andato di persona.
Pu darsi, non saprei, rispose lui. Magari c' qualcuno che va in giro spacciandosi per me.
Per fregarmi.
Sospirai di nuovo. L'agente in questione aveva con s un telefonino con macchina fotografica
digitale incorporata, dissi. Ti ha scattato una mezza dozzina di foto.
Le sue pupille si dilatarono. Si umett le labbra.
Temo che questa storia non finir come speravamo, dissi.
D'accordo, va bene, mi dispiace: ho parlato cos solo per paura. Quello ero io,  vero, ma non
volevo fare quello che ho fatto. Solo che... non avevo scelta.
Spiegati.
Inspir a fondo. Di recente sei stato ingaggiato perseguire una certa persona. Questa persona 
il tuo problema.
Scossi la testa vagamente sdegnato. L'esperienza mi aveva insegnato che i burocrati stanno alle
eliminazioni fisiche come i vittoriani al sesso: non riescono proprio a pronunciare la parola.
Aspettai, lasciando gravare su di lui la pressione del silenzio. Lui, per, mantenne la calma e
resistette alla tentazione di parlare. Okay, avrei fatto ricorso al piano B.
Presi il taser, lo portai a un paio di centimetri dalla sua faccia e premetti il pulsante. Filamenti
zigzaganti di corrente elettrica azzurrina crepitarono tra i due elettrodi, e nell'aria si diffuse l'acre odore
dell'ozono. Lui prov a ritrarsi ma non poteva andare da nessuna parte.
Lasciai andare il pulsante. Non scordare che il mio impegno a non farti male prevedeva una
condizione, Crawley. Cerchiamo di soddisfarla, questa condizione, okay?
La verit era che io non avevo nessuna voglia di fargli male. La paura  una molla molto pi
potente del dolore. La paura ha a che vedere con l'attesa e l'immaginazione.
Il dolore  reale e quantificabile. Quando il dolore si fa sentire, la persona che ne soffre smette
di avere paura, perch quello che prima temeva si  ormai avverato. E allora pensa: Certo, fa male, ma
posso sopportarlo. E magari ha persino ragione. Quando si interroga qualcuno, se si arriva al punto di
dover fare male, si  gi persa buona parte della propria forza persuasiva. Io avrei voluto evitare, se
possibile, di arrivare a quel punto.
Posai a terra il taser. Dobbiamo assolutamente evitare di nasconderci dietro eufemismi,
allusioni e pronomi indefiniti, okay? gli dissi come se fosse uno scolaretto a cui stessi spiegando le
regole della nuova classe che gli era appena stata assegnata.  importante che tu mi dica esattamente
chi mi sta addosso e perch. Se mi convinco del fatto che tu hai soltanto una piccola parte in questa
storia, puoi stare certo che sopravviverai a questo nostro incontro.
Avevo aperto una piccola porta alla sua speranza. Per varcarla, avrebbe dovuto tradire un certo
numero di persone del suo ambiente.
La paura del dolore, la speranza di cavarsela. L'ottanta per cento degli inquisitori interrogati in
proposito raccomanda questa combinazione per...
Okay, disse, annuendo contro il cuscino. Okay. Se io ti dico tutto quello che so di questa
storia, mi prometti di lasciarmi andare?
Negare l'evidenza  una cosa davvero patetica, eppure c' gente che non pu farne a meno per
superare le situazioni pi dure. Crawley, chiaramente, era uno di questi.
S, dissi, ma ricordati che molte cose io gi le so. Altrimenti, non sarei qui. Perci, se
tralascerai qualche particolare, io me ne accorger subito.
Ho capito, annu, vedendo allargarsi quel piccolo squarcio di speranza. Non tralascer
niente.
Tacqui. Dopo un breve silenzio, lui inspir a fondo e
disse: L'uomo che tu hai avuto l'incarico di... seguire ti ha scoperto. Ed  cos che  cominciato
tutto.
Come si chiama quest'uomo?
Come?
Che cosa ho detto, poco fa, a proposito di discorsi imprecisi? Vuoi vedere fino a che punto
sono disposto a spingermi? Dimmi come cazzo si chiama.
Ci fu una pausa, durante la quale la sua faccia assunse un'espressione sofferente. Belghazi,
disse.
Bene. Come ha fatto Belghazi a "scoprirmi"?
A Macao era arrivato qualcuno con il compito di ucciderlo. Questo, almeno,  quello che lui
crede. Un francese, tale Nuchi: un professionista freelance che ha molti contatti in Medio Oriente. 
stato trovato morto meno di una settimana fa, con il collo rotto, proprio mentre anche quest'uomo...
cio Belghazi, si trovava a Macao. Belghazi voleva capire cosa stava succedendo, e se sapevamo chi
avesse mandato quel killer.
E voi cosa gli avete detto?
Che non ne sapevamo nulla. E in effetti era vero, sennonch mentre mi occupavo della
questione ho scoperto che avevamo mandato qualcuno, anche se non si trattava di Nuchi, ma di te.
Per non siete stati voi a mandare quell'altro.
Chi pu dirlo, con certezza? Questa storiaccia viene evidentemente gestita al di fuori dei canali
ufficiali, perch altrimenti non avrebbero dato a te l'incarico. Non credo per che i deficienti che ti
hanno mandato a Macao possano essere stati cos stupidi da mandare due agenti a svolgere la stessa
missione.
Stava diventando pi loquace: bene. Volevo farlo parlare, dare corda a questa sua inedita
logorrea. Cos avrebbe potuto contare su un certo allenamento, quando fossimo giunti al sodo, e allora
spifferare i suoi segreti non gli sarebbe sembrato tanto pi grave di quello che aveva fatto fino a quel
momento. Contrariamente a quanto si crede,
un buon interrogatorio  molto pi simile a un tentativo di seduzione che a una tortura.
Chi credi sia stato, allora, a mandare Nuchi? gli domandai.
Lui scosse la testa. Nessuno lo sa. Nuchi ha svolto diverse missioni informali per conto di
svariati governi e gruppi di terroristi arabi, perci la spiegazione pi probabile  che lavorasse per uno
dei suoi soliti clienti. Magari l'ha mandato qualcuno che  stato fregato da Belghazi o che vuole
subentrargli nei rapporti con i suoi finanziatori e all'interno delle sue reti.  un bene, infatti, che Nuchi
sia morto. Se sei stato tu, dovrebbero darti la medaglia.
E voi, invece di darmi la medaglia, avete raccontato a Belghazi della mia missione.
Cal il silenzio, e Crawley si trov a dover digerire il fatto che io fossi in possesso di questa
informazione. Se possibile, bisogna sempre dare all'interrogato la sensazione che si sa gi tutto quello
che lui ti dir. Avr paura a nascondere anche il pi piccolo dettaglio e sar pi incline ad accettare
l'idea di una confessione: in fondo, se l'inquisitore sa gi tutto, non ha senso tentare di tacere qualcosa.
S, disse. L'abbiamo avvertito.
"Di nuovo quest'uso della prima persona plurale", pensai. "Ci risiamo."
Vorrei qualche ulteriore ragguaglio sul perch, dissi.
Chiuse gli occhi, di nuovo con quell'espressione sofferente. C'... c' un rapporto di
reciprocit, disse, dopo un attimo.
"Un altro riferimento troppo vago", pensai, ma decisi di attendere per vedere se sarebbe riuscito
a trovare una via d'uscita da quell'ingorgo mentale, dovuto in parte al desiderio di difendere le sue
informazioni e in parte alla voglia di uscire vivo da quella situazione.
Lui  un nostro informatore, disse infine. Per questo noi... lo proteggiamo.
Belghazi, insomma,  una pedina della CIA, dissi. Dal mio tono doveva risultare chiaro che
questa, per me, non era certo una rivelazione, ma in realt ero sorpreso.
Sbianc in volto a sentirlo dire a voce alta. In un certo senso; per non  a libro paga: non
viene gestito regolarmente, perch come fonte  troppo delicata e non possiamo correre il rischio che lo
sappia gente che non fa parte della mia divisione.  vero, per, che ci fornisce informazioni.
Divisione Vicino Oriente? domandai, per dimostrargli ancora una volta che sapevo molte
cose.
Cristo! esclam. Come fai a...? S, la divisione Vicino Oriente.
E le informazioni che vi fornisce che cosa riguardano?
Crawley sospir e poi disse: Il flusso di armi e, ancor pi dei materiali per la produzione di
armi di distruzione di massa verso gruppi che potrebbero farne uso contro gli Stati Uniti.
Che tipo di materiali?
Uranio arricchito. Progetti di centrifughe nucleari. Colture di antrace. Acido
etilmetilfosfonotionico o EMPTA, una sostanza chimica utilizzata nella produzione di gas nervino VX
e cos via.
Sono confuso, dissi. Credevo che Belghazi fosse coinvolto fino al collo in questo genere di
cose.
Crawley scosse la testa. No, Belghazi tratta materiali pi tradizionali. Armi da fuoco,
esplosivo C-4, razzi RPG. Armi a cui siamo abituati, con cui possiamo convivere.
Non credevo che la CIA potesse essere cos accomodante.
Da dove credi che le prendiamo, noi, le informazioni sulle armi di distruzione di massa? Dai
chierichetti? Dai premi Nobel per la pace? Certo, Belghazi  un criminale, ma  un angelo, se lo
paragoni a certa gente che stiamo cercando di fermare.
Insomma, Belghazi vi fornisce informazioni su alcuni veri criminali in circolazione...
E in cambio noi lo proteggiamo, lasciando che continui i suoi traffici. Si interruppe e mi
guard. Lo vedi? Sto collaborando. Perch non mi sleghi? Mi si sta bloccando la circolazione.
"Bel tentativo", pensai. Lo avevo impacchettato in modo che la pressione del nastro adesivo
fosse distribuita in modo ottimale, per evitare che gli restassero addosso dei segni. Di conseguenza,
sapevo che la sua circolazione non si stava affatto bloccando.
Ti stai comportando bene, dissi. Se continui cos, ti slegher al punto che poi riuscirai a
liberarti da solo, quando io me ne sar ormai andato.
D'accordo, rispose, senz'altro confortato da quel nostro ragionevole scambio, da quella civile
transazione di dare e avere. Ancora una volta, rimuoveva la realt. Un uomo si introduce nel suo
appartamento, lo aspetta al rientro, lo stordisce, lo lega, e lui confida che quest'uomo possa mantenere
la parola data. E non  un fenomeno tanto raro, perch pu capitare di avere un disperato bisogno di
credere e di fidarsi, e allora la luce della speranza trionfa sulle pi pallide sfumature del buon senso e
dell'istinto.
Belghazi, dunque, vi fornisce informazioni, e voi gli date protezione, dissi, nel tentativo di
carpirgli altre notizie semplicemente ripetendo quello che lui aveva appena detto.
S. Non  un fatto insolito. I dipartimenti di polizia ne sanno qualcosa. Non potrebbero fare
nulla contro il crimine, se non avessero degli informatori.
Belghazi, insomma,  una talpa, dissi.
Esatto.
Notai il suo tentativo di scansare l'argomento del rapporto tra la CIA e Belghazi, per portare il
discorso sul tema pi generale dell'uso di informatori nella lotta alla
criminalit. Anche in questo caso, un bel tentativo, ma pur sempre inutile.
Raccontami della "protezione" che offrite a Belghazi, dissi.
Le sue pupille si dilatarono, e i suoi occhi si mossero di nuovo verso destra. Non voleva dirmi la
verit, e stava cercando di inventarsi una storia.
Vedo che non hai voglia di parlarne, Crawley, dissi, e che stai pensando a una storia fasulla
da rifilarmi. Perci, prima che tu dica alcunch, ricordati che, se ho l'impressione che tu mi stia
mentendo o anche solo nascondendo qualcosa, ti tolgo quel cuscino da sotto la testa e ti soffoco. Riesci
a immaginarlo? Sorrisi, come se gli avessi appena augurato una buona giornata.
Lui impallid e subito annu ripetutamente. D'accordo. A volte anche noi gli diamo
informazioni... Su intermediari suoi rivali o su affari che questi hanno in corso. Belghazi pu usare
queste informazioni per mandare a monte affari o per assicurarsene una fetta. Due volte ha persino
utilizzato le nostre dritte per far eliminare dei rivali, e questo, per noi, non  certo un esito cos
negativo. Oppure lo avvertiamo se veniamo a sapere che  sorvegliato da servizi segreti o da polizie di
altri paesi.
Annuii. Questa, per, non  la verit che un attimo fa hai evitato di dire, osservai, con un
certo rammarico, come se gi stessi pensando a quello che gli avrei fatto.
No, no, infatti, conferm lui prontamente. A volte dispieghiamo uomini sul campo. Per
sovrintendere a un trasferimento, per esempio.
Continui a parlare al plurale, dissi. Chi altri  coinvolto in questa storia.
Chiuse gli occhi e annu lentamente, pi volte, come se stesse cercando di consolarsi da solo.
Poi disse: C' un ex agente della divisione Vicino Oriente.  un NOC, un agente segreto informale,
che risiede a Hong Kong, legato al Counter Terrorism Center. Gode di una notevole autonomia e ha
molto potere. Gli altri agenti in loco gli concedono un ampio margine di libert e gli garantiscono la
massima discrezione.
Perch?
Crawley sospir. Quelli del CTC fanno paura a tutti. Il personale delle divisioni regionali non
sa mai veramente chi hanno di mira. Anzi, figurati che in genere non lo so nemmeno io... Pensa a come
quelli del CTC, hanno deciso di fare eliminare Belghazi a mia insaputa. In ogni caso, la maggior parte
degli agenti pensa che siano un po' come degli stregoni, e io forse non voglio neppure sapere quello che
fanno. Del resto, non  che dicano granch di quello che hanno in mente... Loro, per, sono in missione
per conto di Dio: meglio non domandare, non dire niente e lasciare perdere; meglio andare a prendere
l'aperitivo con i soliti diplomatici sospetti, redigere il proprio rapportino e buonanotte.
E questo tizio a Hong Kong?...
Conosce Belghazi dai tempi in cui faceva parte della divisione Vicino Oriente.
Era dunque questo Mr NOC l'anello mancante tra Belghazi e Crawley.
C'era per qualcosa che non mi quadrava a proposito di Hong Kong, anche se non sapevo
esattamente cosa fosse.
 da questo tizio, il NOC... che sei venuto a sapere di me? domandai.
Lui annu.
Racconta, gli dissi.
Crawley deglut. Belghazi ha chiamato il NOC per informarlo del francese morto. L'agente
"informale", allora, ha fatto alcune verifiche presso il quartier generale del CTC e ha scoperto che
Belghazi figurava in un elenco di terroristi da colpire e che noi gli avevamo messo qualcuno alle
costole, a Macao.
E stato lui a scoprirmi?
Crawley annu. Lui mi ha dato soltanto il tuo nome, e alla CIA c' tutto un dossier sul tuo
conto. A quel punto non  stato difficile ottenere il dossier dall'archivio centrale.
Che cosa c'era scritto in quel dossier?
Lo sai anche tu: la tua storia... Dati biografici, residenza presunta e curriculum.
Che altro?
Solo una vecchia foto.
Riflettei sulla foto, e mi venne in mente che Belghazi si era accorto di me, al Lisboa. Se la foto
risaliva ai tempi dell'esercito, era vecchia di trent'anni e non rendeva conto delle modifiche apportate
alla mia faccia dalla chirurgia plastica. O forse l'avevano elaborata con mezzi elettronici, per
aggiornarla. S,  lui, immaginai che potesse aver detto Belghazi. Quel figlio di puttana mi si 
seduto vicino nella sala VIP del Lisboa. La stessa sera che mi sono sentito male. Maledizione,
probabilmente  stato lui ad avvelenarmi.
A quel punto dovevano averne distribuite delle copie al commando saudita intervenuto a Macao
e a Hong Kong. Le mie congetture sul modo in cui il primo saudita mi aveva guardato erano quindi
corrette.
Con chi altri ne hai parlato? domandai, nascondendo l'irritazione che montava al pensiero di
quegli idioti che tramavano senza tregua per compromettere quel po' di pace di cui altrimenti avrei
potuto godere.
Mi guard domandandosi, evidentemente, fino a che punto io sapessi e fino a che punto potesse
nascondere la verit.
Con della gente in Giappone, disse. Con uno dei funzionari dell'ufficio CIA di Tokyo. Il tuo
dossier, infatti, era l.
Kanezaki?
Crawley sbarr gli occhi. Oh, cazzo! E pazzesco...
Che cosa ti ha detto Kanezaki?
Non molto, rispose, recuperando un minimo di contegno.  un coglione.
Mi venne quasi da sorridere. Dal mio punto di vista, era la referenza migliore che Kanezaki
potesse ricevere.
Con chi altri?
Con un collega giapponese del Ke... Ke...
Keisatsucho. L'organizzazione per cui lavorava Tatsu.
S, anche loro avevano un dossier su di te.
Che cosa sai di una donna che si fa chiamare Delilah? gli domandai all'improvviso, per
osservare la sua reazione.
Delilah?
Bionda, cosmopolita, probabilmente israeliana, forse europea. Sta insieme a Belghazi.
Crawley scosse la testa. Mai sentita nominare.  israeliana e sta con Belghazi?
Lo guardai, ignorando la sua domanda. Non mi parve di cogliere tracce di simulazione nei suoi
occhi.
Consultai l'orologio. Stavamo chiacchierando da cinque minuti.
Che cosa ci fa Belghazi a Macao? domandai.
Quello che fa sempre. Incontra clienti, accerta che l'infrastruttura sia a posto, sovrintende alle
consegne, cose del genere. Gli affari a Hong Kong, il gioco d'azzardo a Macao. Gli piace giocare
d'azzardo.
Annuii pensando che i conti tornavano: la storia di Dox, quella di Kanezaki, quella di Tatsu
concordavano.
Anzi, no. Dox... Il tassello mancante di Hong Kong, la cosa che mi aveva improvvisamente
colpito pochi secondi prima... Dox aveva usato una foto per rintracciarmi a Hong Kong e, chiaramente,
aveva qualche aggancio in loco, agganci tali da garantirgli l'attenzione del personale dell'hotel a
proposito della questione di polizia.
Chi  l'agente informale a Hong Kong?
Te l'ho detto: un ex agente della divisione Vicino Oriente, ora legato al CTC.
Come si chiama?
Il suo respiro si accorci e acceler sensibilmente. Ti
prego, per favore, non costringermi a dirtelo. Che differenza c', per te, tra il saperlo o il non
saperlo? Ti supplico! Non posso dirtelo. Tutto il resto te l'ho detto. Giuro!
Credevo che, a quel punto, avesse ormai accumulato uno slancio sufficiente a superare questo
ostacolo. Evidentemente mi sbagliavo.
Credi che se lui fosse nei tuoi panni si lascerebbe uccidere piuttosto che rivelare il tuo nome?
gli domandai. Perch  di questo che si tratta.
Non ho idea di come si comporterebbe. Non posso... Non posso fare il nome di un altro agente.
Mi dispiace, non posso proprio.
Due cose, dissi. Primo, sono sicuro all'ottanta per cento dell'identit di quell'uomo, e cerco
solo una conferma. Era una bugia, ovviamente, ma volevo facilitargli il compito di trovare una
giustificazione, ammesso che la stesse cercando. Secondo, lui mi interessa solo perch pu servirmi
ad avvicinare Belghazi. Perci, se non mi dirai come si chiama, morirai per proteggere Belghazi, non
un agente della CIA.
Chiuse gli occhi, e da sotto le palpebre cominciarono a sgorgare le lacrime. Mi dispiace,
disse, scuotendo la testa. Mi dispiace.
Merda... La sua speranza, fondata o meno che fosse, stava svanendo. E con essa la mia
possibilit di ottenere da lui altre informazioni.
L'agente a cui ti sei rivolto per farmi eliminare si chiama Dox.  lui il NOC?, domandai,
tentando la sorte.
Non rispose. Continu soltanto a scuotere la testa e a piangere in silenzio. La sua reazione non
mi fu di nessun aiuto.
Ti dar un'ultima possibilit, dissi. Dimmi come si chiama. Sta a te scegliere se vivere o
morire.
Non rispose, e io capii che, a un certo livello, forse non mi aveva neppure udito. Aveva preso la
sua decisione e ne aveva gi accettato le conseguenze. Avrei potuto tentare
di farlo parlare con qualche orribile tortura, ma ero resto. I benefici derivanti dalle informazioni
estorte sotto tortura sono di solito minimi, mentre i costi per la psiche tendono a essere piuttosto
significativi.
Quello che ormai mi sarebbe toccato fare non sarebbe stato per nulla piacevole. Avevo parlato e
interagito con lui; avevo visto le sue lacrime, la sua paura, la sua malintesa lealt. Tutte cose che
avevano lacerato la mia pluri-decennale scorza emotiva, improvvisamente tenera, e mi ricordavano che
si trattava pur sempre di sopprimere un essere umano.
Tuttavia, non  che avessi molta scelta. Non potevo certo lasciarlo in vita, dopo quel nostro
incontro ravvicinato. Avrebbe messo in guardia Belghazi, avrebbe avvertito l'agente informale di
stanza a Hong Kong. Inoltre, avevo fatto il nome di Delilah. Se lui ne avesse parlato con Belghazi, lei
sarebbe stata uccisa quella notte stessa.
Mi domandai se non avessi per caso parlato di Delilah per forzare la mano a me stesso, per
mettere in chiaro che, risparmiando la vita di Crawley, avrei messo fine a quella di lei.
Cercai di concentrarmi sul fatto che lui aveva cercato di farmi uccidere e che, avendone la
possibilit, ci avrebbe riprovato.
Sentii come una valvola chiudersi dentro di me a bloccare la compassione, come una paratia a
tenuta stagna. La paratia si sarebbe riaperta in seguito, lo sapevo, con l'aumentare della pressione, ma
avrebbe resistito abbastanza da consentirmi di sbrigare quella questione.
Presi il taser e gli inflissi una nuova scarica. Lui si contrasse con violenza per la sollecitazione
elettrica, ma il cuscino imped che si procurasse segni alla testa. Dopo una decina di secondi tolsi il dito
dal pulsante e posai l'arma.
Lo rialzai a sedere e mi piazzai alle sue spalle. Gli agganciai le gambe con le mie, gli cinsi il
collo con le braccia in un classico hadakajime e mi lasciai ricadere lentamente all'indietro sul
cellophane che avevo steso a terra, tirandomi addosso il corpo inerte di Crawley. Feci molta attenzione,
nello strangolarlo, a esercitare una pressione appena utile a chiudergli la carotide, ma insufficiente a
danneggiargli la trachea o a causare lividi. Lui non fece alcun rumore e nel giro di pochi secondi fu
completamente privo di sensi. Lo tenni in quella posizione per diversi minuti, finch non sprofond
nella morte.
Mi alzai e lo trascinai nel ripostiglio del soggiorno. La plastica annullava praticamente l'attrito
sulla moquette e mi facilit il compito.
Lo stesi sotto l'asta del ripostiglio e tornai in soggiorno. Mi piace pulire poco alla volta: dopo
ogni passo, pulizia.  pi facile scongiurare il rischio di dimenticanze.
Dopo avere cancellato le tracce del trascinamento del corpo sulla moquette, tornai al ripostiglio,
posai il nastro isolante e rimossi l'involucro di plastica in cui avevo chiuso Crawley aiutandomi con il
taglierino. Notai che i suoi boxer erano umidi: perdendo i sensi e morendo, si era pisciato addosso. Non
era certo un caso strano. Fu una fortuna che fosse appena stato in gabinetto, perch senn avrei avuto
ben altro da ripulire.
Aprii le porte a soffietto accanto all'entrata e aprii la lavatrice. Versai del detergente e tornai al
ripostiglio, dove presi le mutande e la maglietta di Crawley, che buttai poi in lavatrice. Presi un paio di
asciugamani dal bagno e li utilizzai per ripulirlo. Anche gli asciugamani finirono in lavatrice, insieme
al contenuto di un portabiancheria posato sull'asciugatrice, cos nessuno si sarebbe chiesto perch la
vittima aveva fatto andare la lavatrice solo per un paio di mutande, una maglietta e due asciugamani.
Mi preoccupai anche di appendere il suo cappotto, il vestito, la camicia e la cravatta nel guardaroba.
Mi tolsi i guanti di renna, tornai al ripostiglio e indossai quelli di lattice. Presi la vaselina in
tubetto e andai in bagno. Svuotai mezzo tubetto nel lavandino, che poi lavai con acqua bollente.
Quindi, tornai al ripostiglio e piazzai il tubetto tra le mani di Crawley, per far s che vi restassero
impresse le sue impronte digitali.
Posai il tubo a terra e manipolai la corda da bucato a formare un nodo scorsoio. Gli infilai il
cappio al collo e feci passare l'altro capo della corda al di sopra dell'asta orizzontale del ripostiglio, non
lontano dal punto in cui il tassello triangolare la sosteneva con pi forza. Tirando la corda lo sollevai
sulle ginocchia. Si inclin in avanti di alcuni gradi, ma la corda lo trattenne. Legai l'estremit libera
all'asta e tagliai una parte della corda lasciandone circa un metro d'avanzo. A quel punto mi allontanai.
La riduzione dell'afflusso di ossigeno al cervello, detta anossia cerebrale, pu intensificare le
sensazioni, e alcuni se la autoinducono per masturbarsi. La pratica  altrimenti nota come asfissia
autoerotica e rimane un segreto finch colui che la pratica non muore accidentalmente. Se si
considerano le statistiche, gli sport estremi al confronto sono sicurissimi: nei soli Stati Uniti muoiono
dalle cinquecento alle mille persone per questa causa.
Guardai Crawley per un attimo. E con lui, milleuno.
Gli spalmai una certa quantit di vaselina sulla mano destra e sui genitali; quindi, mi allontanai
e osservai il quadretto. S, poteva andare. Vita privata di un burocrate del Dipartimento di Stato. Di
giorno quintessenza del perfetto funzionario di palazzo; di notte dedito a perversi giochini autoerotici.
Non si pu proprio mai sapere cosa succede dietro una porta chiusa. Soprattutto dietro le porte chiuse
dei ripostigli.
All'improvviso fui folgorato da un dubbio: Non  che, magari, era mancino?
Mmm, avrei dovuto accertarmene per tempo. Una piccola trascuratezza, ma niente di grave.
Magari, in privato, era ambidestro. Chi avrebbe potuto escluderlo? Tanto pi che la CIA, in genere, non
ama lasciare trapelare
questo tipo di cose. Avrebbero chiesto di affrontare la questione in modo rapido, silenzioso e
pulito. Avrebbero certificato un'embolia, un'insufficienza cardiaca o qualcosa del genere, e
volendosene convincere, se lo sarebbero ripetuto fino a riuscirci. E se anche avessero avuto dei sospetti,
avrebbero fatto in modo che nulla emergesse. Il che significava un bel po' di pressione in meno per me.
Mi sfilai i guanti di lattice, li gettai nella borsa e tornai a infilare quelli di renna. Indossai il
soprabito, arrotolai la plastica, raccolsi gli altri articoli e misi tutto nella borsa, che poi portai in
soggiorno. Mi guardai in giro.
Controllai tutto due volte. Non c'era nulla fuori posto. Nessun segno eloquente. La lavatrice era
in fase di risciacquo. Presto la biancheria di Crawley sarebbe stata pulita.
Un'ultima verifica nel ripostiglio. Tutto in ordine, Crawley incluso. Era leggermente inclinato in
avanti, con la corda a impedirne la caduta, le nocche rasoterra. "Be', si pu morire in modi peggiori",
pensai. E io avevo una certa esperienza, in proposito.
Di solito lavoro con i minuti contati e non ho la possibilit di fare un triplo controllo n di
riflettere a lavoro terminato. Quel caso era un'eccezione.
Osservai il corpo senza vita di Crawley, pensando a tutti i morti che avevo visto, e alle morti
che avevo causato, a cominciare da quello sfortunato vietcong presso il fiume Xe Kong, tanti anni
prima.
Sospirai, con lo sguardo fisso sulla sagoma innaturalmente inclinata di Crawley. Pareva
rilassato, in un certo senso; senza problemi, come spesso accade ai cadaveri.
Nei paesi sviluppati gran parte della gente vive senza mai vedere un cadavere, e quando lo vede,
si tratta di una salma composta in una bara, di cui, in un ben preciso contesto, si pu osservare soltanto
la facciata pacifica e colorita dovuta agli artifici del becchino. Quando muoiono mamma e pap, sono
degli estranei a occuparsene in una
casa di cura a due citt di distanza. I bambini non sono costretti a vederli morire. Neanche dopo
che sono morti li vedono. Il massimo a cui sono esposti  la classica telefonata notturna - siamo
spiacenti di informarvi - fatta dagli impiegati della casa di cura, gente per cui telefonate del genere
sono ordinaria amministrazione, come portare fuori l'immondizia per il proprietario di una casetta
suburbana. L'agenzia di pompe funebri ricompone la salma. Il cimitero la seppellisce. Se non si lavora
nel ramo, pu capitare di morire senza avere mai visto morire nessuno.
La gente non lo sa. Non conosce l'allentamento della mascella, il modo in cui la pelle diventa
immediatamente cerulea e giallastra, come le palpebre cedano quando si fa per richiuderle. La gente
non conosce l'orribile odore del sangue e delle viscere e non sa che, anche se viene lavato via dalle
mani, non c' nulla che pu cancellarlo dalla memoria. La gente ignora mille altre cose. Basterebbe
provare a chiedere a qualcuno se sa come vengono macellati gli animali che poi sono serviti come
piatto prelibato sulla sua tavola. Non ne vuole sapere nulla. E le cose sono organizzate in modo che
possa anche non saperlo, se cos preferisce.
A volte riesco a dimenticare la frattura che questa conoscenza produce, la separazione che crea
tra me e quelli che non sono gravati da questo peso. Perlopi, per, mi  impossibile. Midori lo aveva
intuito sin dall'inizio, credo, anche se solo in seguito lo avrebbe compreso fino in fondo.
S, a volte me ne dimentico; mai per tanto a lungo. Nella maggior parte dei casi guardo con
sdegno gli innocenti che ho intorno. O con risentimento. O con invidia, quando riesco a essere onesto
con me stesso. Sempre con un senso di estraneit. Sempre da una certa distanza, anche se questa
distanza non ha nulla a che vedere con la geografia.
Mi avvicinai alla porta d'ingresso e guardai fuori attraverso lo spioncino. Non notai nulla.
Mi decisi a uscire, controllando poi che la porta fosse ben richiusa alle mie spalle. Lasciai il
palazzo dall'ingresso principale, come uno dei tanti inquilini, diretto a un appuntamento chiss dove. In
portineria c'era un'altra persona. Se anche ci fosse stata ancora la studentessa, non avrebbe potuto
riconoscermi. Il leggero travestimento che avevo adottato al mio arrivo era scomparso, ovviamente; a
parte questo, per, io ero tutt'altra persona. All'inizio mi ero presentato nei panni del timido immigrato
con una giacca a vento dozzinale e troppo larga. Andandomene, invece, sembravo un normale inquilino
con tanto di soprabito da professionista che usciva di casa per salire sulla propria auto straniera e
andare in ufficio a sbrigare un lavoro importantissimo, che non poteva aspettare, nonostante fosse
ormai sera.
Uscii dal palazzo e attraversai la strada, mi tolsi gli stivali, li infilai nella borsa e salii in auto
Guidai per alcuni chilometri fino a un altro centro commerciale, dove indossai alcuni degli abiti con cui
ero partito dal Giappone: pantaloni grigi di pettinato e un maglione leggero verde oliva di lana merino
con collo a barchetta. Indossai di nuovo il soprabito e mi compiacqui del caldo che teneva.
Per l'ora successiva vagai in auto per la Virginia suburbana, fermandomi presso stazioni di
servizio, hard discount e fast-food, depositando in ognuno di questi posti un paio di reliquie del lavoro
fatto con Crawley; infine, in un cassonetto davanti a un Roy Rogers, anche la borsa, ormai vuota, segu
la stessa sorte. Ve la scaricai insieme a una quantit di altri rifiuti, sommergendola sotto una valanga di
cartacce bisunte.
Tornai all'auto. Gli alberi spogli lungo la via parevano scheletri disegnati sul cielo retrostante.
Mi fermai a lungo a guardare il cielo e quello che dietro di esso poteva nascondersi.
"Oh, ti ho dunque offeso?" pensai. "Prego, allora. Colpiscimi. Sono qui."
Non accadde nulla.
Pass un minuto. Cominciai ad avere i brividi.
All'improvviso mi sentii sfinito. E affamato. Dovevo assolutamente mangiare qualcosa e trovare
un albergo.
Risalii in auto e mi rimisi in viaggio. Mi sentivo solo, e lontanissimo da casa.
Ovunque essa fosse.
***
PARTE TERZA
Lei d quando la nostra attenzione 
altrove
E quello che lei d, lo d con cos soavi turbamenti Che il suo dare attizza la brama...
T.S. Eliot. Gerontion.
10
Il biglietto che avevo comprato per andare da Osaka a Washington era di andata e ritorno. I
biglietti di sola andata attirano attenzioni indebite, soprattutto dopo l'11 settembre. Alla partenza non
potevo sapere se il biglietto del ritorno l'avrei sfruttato, ma ora avevo ben ragione di farlo, e la mattina
dopo la mia piccola chiacchierata con Crawley salii sul volo che dall'aeroporto Dulles mi riport in
Giappone.
Dormii benissimo sopra l'Oceano Pacifico, fino agli annunci che precedono l'atterraggio. Le
assistenti di volo avevano gentilmente rispettato la mia richiesta di non essere svegliato, neanche per lo
champagne e il caviale. Ah, la prima classe!
All'aeroporto internazionale di Kansai presi il treno rapido per la stazione Nankai di Namba, a
sud di Osaka. Avevo un biglietto per un posto accanto al finestrino e lungo il tragitto, poco pi di
mezz'ora, ne approfittai per guardare fuori, al di l della mia immagine riflessa nel vetro. Una scheggia
di sole aveva fatto breccia tra le nuvole all'orizzonte e splendeva come un riflettore color seppia dietro
un cielo altrimenti grigio e indifferenziato, e negli ultimi attimi di quella giornata osservai le scene che
si svolgevano sotto i miei occhi, sconnesse e silenziose come immagini di un film muto. Una risaia, in
lontananza, curata da una donna solitaria sperduta in quella distesa di acqua. Un uomo che pedalava
stanco, con l'abito scuro che sembrava cadrgli di dosso come se non aspettasse altro che la fine di
quell'insensato slancio in avanti per cedere al plumbeo abbraccio della gravit. Un bambino con uno
zainetto giallo in spalla si ferm davanti al passaggio a livello abbassato e guard passare il treno con
uno strano stoicismo, come se fosse gi consapevole di quello che il futuro gli avrebbe riservato e vi si
fosse gi rassegnato.
Chiamai Kanezaki da un telefono pubblico di Namba. Gli diedi appuntamento per quella sera
stessa, dicendogli che avrebbe trovato tutte le indicazioni in un messaggio che subito gli inviai sulla
bacheca elettronica dal terminale di un Internet caf. Se si metteva in viaggio subito dopo avere letto il
mio messaggio, come pensavo, sarebbe arrivato da me col treno in due ore e mezzo.
Controllai sulla bacheca elettronica che avevo segnalato a Delilah e con mia grande sorpresa
trovai un suo messaggio: Chiamami. C'era un numero di telefono.
Telefonai. Qualcuno, in teoria, avrebbe potuto localizzare la chiamata, ma io non avevo
intenzione di trattenermi a lungo a Osaka.
Allo, la sentii dire.
Ciao, risposi io.
Ciao. Grazie per avere chiamato.
Figurati.
Volevo dirti che ho quasi finito e chiederti di avere ancora un po' di pazienza.
Una mossa intelligente. Di certo, temeva che io, non ricevendo sue notizie, potessi innervosirmi
e, pensando all'inganno, decidere di agire contro Belghazi. Inoltre, aveva preferito usare il telefono
invece di ricorrere a un freddo e impersonale messaggio fluttuante nel cyberspazio. Quanto tempo,
ancora?
Un giorno, forse due. Ne varr la pena, vedrai.
Mi torn per un attimo alla mente l'episodio dell'ascensore al Mandarin Oriental di Macao.
Visto quello che era accaduto e che avevo scoperto in seguito, l'istinto mi diceva che Delilah non
c'entrava con il tentativo di
eliminarmi e che, anzi, lei aveva davvero cercato di mettermi in guardia, come aveva sostenuto.
Non capivo la ragione per cui l'aveva fatto. Dal suo punto di vista, sul piano operativo un avvertimento
del genere sarebbe potuto risultare controproducente.
Non sopportavo la presenza di incognite del genere, ma non riuscivo a trovare una spiegazione.
Ci avrei rimuginato su in un'altra occasione.
Okay, dissi.
Grazie.
Posso richiamarti a questo numero?
No, meglio di no.
Dopo una breve pausa, dissi: D'accordo. Buona fortuna.
Anche a te. E riagganci.
Poco meno di quattro ore dopo, Kanezaki e io eravamo seduti da Ashoka, uno dei ristoranti
dell'omonima catena indiana, nel centro commerciale sotterraneo di Umeda, che quando abitavo a
Osaka avevo imparato ad apprezzare. Le mie solite procedure di sicurezza, per arrivare sul posto, non
avevano rilevato problemi.
Avevi ragione, gli dissi, degustando pollo tandoori, keema naan e panjabi lassis. C'era una
talpa tra i vostri: Crawley.
Come fai a saperlo?
La domanda era stata posta in modo diretto, e io non vi colsi il bench minimo sospetto.
Evidentemente non aveva ancora saputo della sua recente dipartita. Nel momento in cui l'avesse saputo,
avrebbe tratto le sue conclusioni, ma non mi parve il caso di prendermi la briga di informarlo.
La vostra divisione Vicino Oriente ha un accordo con Belghazi, dissi. Belghazi fornisce
informazioni sugli affari dei suoi concorrenti, soprattutto nel campo
delle armi di distruzione di massa, e in cambio viene protetto in molte forme diverse, per
esempio facilitandogli il trasbordo delle armi nel porto di Hong Kong.
Oh, merda! E tu come l'hai scoperto?
Mi strinsi nelle spalle. Vuoi dirmi che non ne sapevi nulla?
Ho appurato un paio di cose dall'ultima volta che ci siamo visti, disse guardandomi. Ma io
dispongo di fonti ben introdotte, e tu no.  per questo che domandavo.
Sorrisi. Lasciamo perdere. Diciamo che ho le mie fonti e i miei metodi. Quello che importa 
la cosa in s... e chi.
In che senso?
A Hong Kong c' un agente informale della CIA, un NOC, che faceva parte della divisione
Vicino Oriente e ora  legato al CTC.  lui il tramite tra Belghazi e Crawley.
Lo scrutai in viso per studiare la sua reazione. Non vi lessi nulla.
Sapevi di questo NOC?
Lui annu. Ovvio.
D'accordo. La mia ipotesi  che Belghazi stia davvero bene, a Macao, anche per merito di
quest'uomo. A Belghazi piace effettuare i suoi commerci a Hong Kong, dove la CIA pu aiutarlo con i
carichi particolarmente pesanti. E Macao  a un tiro di sputo.
Vuoi dire che non  il gioco d'azzardo ad attrarlo?
Mi strinsi nelle spalle. Il gioco gli piace, ma lui sa anche che gli analisti prestano molta
attenzione a cose come la passione per il gioco, quando devono definire il profilo di un potenziale
obiettivo. Sa che gli analisti, notando i suoi frequenti passaggi per Macao, penseranno che il suo
movente sia il gioco d'azzardo e smetteranno di scavare. Sta sfruttando le vostre deduzioni sui suoi
comportamenti abituali per coprire quelli che sono i
suoi veri e non meglio precisati scopi. Vi rifila quello che voi siete ansiosi di bervi.
Restammo in silenzio a lungo, e Kanezaki, nel frattempo, si mise a tamburellare sul tavolo con
le dita, totalmente dimentico del cibo che aveva davanti. Alla fine, disse: Hai ragione.
Lo so.
Scosse la testa. Intendo dire che, dopo il nostro ultimo incontro, quando hai ipotizzato che
Macao non fosse per Belghazi una tappa collaterale, bens la meta principale, mi sono arrovellato. Ho
fatto alcuni controlli. Ebbene, ti avevo gi detto che siamo in grado di intercettare il suo telefono
satellitare. I satelliti che usa fanno parte di una rete orbitante a bassa quota. Alla gente piacciono queste
reti perch la ricezione  ottima e la loro vicinanza alla terra comporta una limitata latenza del segnale.
Il problema  che queste reti sono meno sicure.
Perch il segnale viene rilevato da pi satelliti?
Gi, e questo consente facili triangolazioni. Molti ritengono che sia impossibile, perch i
segnali sono digitalizzati e criptati.  un po' come sapere che in un certo pagliaio c' un ago: trovarlo 
tutt'altro paio di maniche. In ogni caso, credimi: se tu usi uno di quei telefoni, noi riusciamo a trovarti.
Ci pensai su un momento. Hai detto che Belghazi usa pi satelliti... Vuoi dire che di recente ha
cambiato telefono?
S.
Immaginavo che l'avrebbe fatto. Deve avere creduto di essere stato rintracciato a Macao a
causa del telefono satellitare. Che cosa gli avr detto il NOC?
Di procurarsi un altro telefono, probabilmente.
Voi per siete in grado di rintracciarlo comunque.
Kanezaki sorrise. Eh, s.
In che modo?
Scosse la testa. Temo che questa informazione rientri sotto la categoria "fonti e metodi
personali".
Cosa? Mi stai dicendo che hai incaricato la NSA di intervenire per procurarti un calco vocale
digitale?
Scosse nuovamente il capo. Okay. Niente dettagli. Sei sempre dell'idea che io sia paranoico
per il fatto che non uso il cellulare? gli domandai.
Sorrise. Forse no. In ogni caso, ho fatto una mappa di tutte le localit asiatiche da cui Belghazi
ha comunicato via telefono satellitare negli ultimi due anni, e quello che ho ottenuto ha perlopi
l'aspetto di una collezione semi-aleatoria di punti. Fatta eccezione per un posto.
E cio?
Nell'ultimo anno per ben tre volte Belghazi ha parlato al telefono dal Kwai Chung, a Hong
Kong.
Lo scalo merci del porto?
S, e sempre dal terminal 9 container, quello nuovo, sull'isola di Tsing Li. Sempre dall'interno
del terminal, sempre tra le due e le quattro del mattino.
Come fa a entrare? domandai, pensando ad alta voce. Dovrebbe essere un posto
sorvegliato.
Mi sono posto la stessa domanda. Ho pensato che potesse avere un complice: un funzionario
delle dogane corrotto, un guardiano notturno, qualcuno cos. Ecco perch chiama sempre dallo stesso
terminal. Ho svolto qualche piccola ricerca. E ho scoperto cose interessanti.
E cio?
C' un agente della sorveglianza, un cinese di Hong Kong che vive nei Nuovi Territori e lavora
al Kwai Chung.  stato trasferito al terminal 9 fin dalla sua apertura, nel luglio 2003. Il primo
passaggio di Belghazi in loco risale all'agosto dello stesso anno.
E chi  stato a reclutarlo?
Mi guard. Il NOC.
Riflettei. Dox, in quel ruolo, proprio non riuscivo a
immaginarmelo. Era un killer, non un addetto al reclutamento. Eppure, non potevo escluderlo.
Il NOC, insomma, stabilisce il contatto con il funzionario portuale, azzardai. Dopo di che va
da Belghazi e gli dice: "Ehi, perch non sposti i tuoi traffici a Hong Kong. Ho degli agganci al porto:
garantiscono che filer tutto liscio." Un piccolo favore da parte del simpatico agente CIA pi vicino, in
cambio delle informazioni sul traffico di armi di distruzione di massa e simili.
Kanezaki annu. Mi pare plausibile.
Che cosa ti risulta che faccia, di preciso, il funzionario del porto?
Non lo so, esattamente. Per ho fatto un bel po' di ricerche sul trasferimento container e
secondo me questo tizio fa entrare le persone implicate nella transazione, mostra a Belghazi e alla
controparte le merci presenti nei container e poi si occupa, attraverso il sistema EDI, di tutta la trafila
burocratica necessaria a occultare la vera origine e la vera natura del carico in questione.
Che cos' il sistema EDI?
Sta per Electronic Data Interchange. Kwai Chung  lo scalo merci pi computerizzato del
mondo. Il funzionario corrotto, posto che abbia accesso al sistema EDI e ai container veri e propri, 
probabilmente in grado di modificare gli indispensabili codici di identificazione -paese di provenienza,
peso, tipo eccetera - e di assicurare che il carico raggiunga la destinazione stabilita da Belghazi.
Ci pensai su. Dov' Belghazi, adesso?
Ancora a Macao. Mi guard. Ci sono novit a proposito della donna? La bionda...
Delilah. Be', c'era stato quel messaggio, con cui mi aveva annunciato che l'attesa era quasi
terminata. Di certo, per, non intendevo parlarne con Kanezaki.
Nulla, dissi. E tu hai saputo qualcosa?
Scosse la testa.
E Belghazi? domandai. Ci sono state altre chiamate dal terminal 9?
Non ancora.
Okay. Forse, possiamo fare un altro tentativo per eliminarlo. Senza esitazioni, per cercare di
conferire alla mia richiesta l'aria pi innocente e ovvia possibile, aggiunsi: Avr bisogno dei nomi del
NOC e del funzionario del porto.
Scosse la testa. No, scordatelo.
Be', non aveva funzionato. Lo guardai. Stai avendo dei ripensamenti sulla missione che mi hai
affidato?
Scosse di nuovo la testa.
No, perch, avendo saputo che nella tua organizzazione c' gente che lo considera utile e che
gli vuole bene...
Kanezaki fece spallucce. Non so a che gioco stiano giocando: io ho i miei ordini da eseguire, e
i miei ordini prevedono che Belghazi venga eliminato. Inoltre, sapendo che tipo , questi ordini mi
sembrano assolutamente ragionevoli. Se qualcuno vuole che io lasci perdere, far meglio a venire a
dirmelo esplicitamente.
Bene. Per un attimo ho avuto l'impressione che tu stessi esitando.
Non si tratta di esitazioni.  solo che...
Ascolta: io non posso pi avvicinare Belghazi in modo diretto, okay? Mi ha visto in faccia, sa
di essere minacciato e, dunque, adotter precauzioni straordinarie. L'unica ragionevole possibilit di
colpirlo sta nell'avvicinarlo attraverso una terza persona. Per esempio, una di quelle che hai appena
nominato.
Ho capito cosa vuoi dire, ma io non posso darti il nome di un agente CIA, tanto pi se si tratta
di un NOC o di un nostro referente. Ho gi trasgredito molte regole con te,  vero, ma di questo non
intendo neppure parlare.
Dal suo tono di voce e dall'espressione del viso compresi che non avrebbe ceduto. Inutile, poi,
chiedergli
informazioni su Dox. Se anche mi avesse risposto, non sarei mai riuscito a credergli.
Riflettei per un attimo, e mi venne in mente che forse esisteva un altro modo per arrivare a
Belghazi, anche in mancanza delle informazioni che Kanezaki aveva deciso di negarmi. Un modo che
avrebbe anche potuto costringermi a revocare la parola data a Delilah. Gli affari, del resto, sono affari.
D'accordo, dissi. Ricapitoliamo: per quale ragione Belghazi deve sembrare morto per "cause
naturali"?
Kanezaki si strinse nelle spalle. Be', in origine mi era stato ordinato cos perch Belghazi pu
contare sulla protezione di svariati servizi segreti stranieri. Ora, per...
Ora, invece, scopriamo che la ragione fondamentale era evitare di offendere i suoi protettori
all'interno dei vostri servizi segreti...
S, lo so. La vita, alla CIA,  strana.
Te l'avevo detto che tra di voi la mano destra e la mano sinistra non lavorano esattamente in
perfetta armonia.
E io non avevo sollevato obiezioni.
Ora, a quanto pare, la mano destra ha scoperto che la sinistra ha ordinato l'eliminazione di
Belghazi.
Annu. Cos pare.
Con te, per, non si sono lamentati. Non ti hanno contattato in via riservata. E tu hai suggerito
che possa dipendere dal fatto che hanno paura.
Dove vuoi arrivare?
Mi strinsi nelle spalle. Forse tu hai interpretato troppo alla lettera l'ordine di eliminare
Belghazi in modo "naturale". Infatti, se per una qualunque ragione alla CIA non sono nella condizione
di potersi lamentare per questo ordine, forse non sono neppure in condizioni di lamentarsi se l'ordine
viene eseguito.
Kanezaki distolse lo sguardo e prese ad annuire, massaggiandosi il mento.
Io proseguii. Il senso di usare il metodo naturale
sta nell'evitare le ripercussioni, giusto? Nel poter ricorrere a smentite plausibili e cose del
genere.
L'accordo tra te e me prevedeva qualcosa di pi della semplice possibilit di una smentita
plausibile, disse scuotendo la testa. La morte di Belghazi doveva avvenire in modo tale da impedire
persino che certe domande scomode venissero poste. Non ci doveva essere alcunch da smentire.
Certo, ma noi da allora abbiamo scoperto alcune cose, o no? Per esempio, ora possiamo
presumere che Belghazi sia a Hong Kong per sovrintendere a una delle sue consegne di armi. Ci sono
diverse persone coinvolte -acquirente, venditore, intermediario, funzionario corrotto, supervisore CIA -
e un mucchio di soldi che passa di mano.
Mi guard, e le sue labbra cominciarono a incurvarsi in un sorriso. Gi,  vero: molte persone,
un mucchio di soldi...
Molte potenziali... complicazioni.
Il suo sorriso si allarg. Per non parlare dell'avidit insita nella natura umana.
Esatto, dissi. Quanto guadagna una guardia del corpo, in un anno? Non molto, te lo assicuro.
Pensa a uno che passa tutto quel tempo con Belghazi, che setaccia e mette in sicurezza le sontuose suite
in cui lui soggiorna e poi se ne va a dormire nella sua minuscola stanzetta. Non c' da stupirsi se prova
risentimento e invidia.
E poi magari scopre... quanto denaro gira, dissi io, sollevando leggermente le sopracciglia.
Kanezaki annu. Gi, potrebbe sapere anche questo.
Parliamo di una guardia del corpo che accompagna Belghazi dappertutto, incluse le sue visite
al terminal 9 container del Kwai Chung. Mentre il denaro passa di mano...
...spara a Belghazi e magari a qualcun altro, prende i soldi e se la fila.
Visto? Non ci si pu pi fidare di nessuno, ormai; neanche delle proprie guardie del corpo.
Perch poi si scopre che la guardia del corpo  sparita insieme ai soldi. A quel punto, la spiegazione 
evidente. Niente domande scomode per nessuno.
E che fine fa la guardia del corpo?
Mi strinsi nelle spalle. Dubito che qualcuno possa trovarla, dopo. Immagino che...
scomparir.
E il denaro?
Sorrisi. Mi sa che anche quello difficilmente verr ritrovato.
Kanezaki scosse la testa. Sei un perfido bastardo.
Grazie.
Non era un complimento.
Che cosa ne dici? Se le cose vanno come ho appena immaginato, sar abbastanza "naturale"
per i nostri fini?
Dopo una breve pausa, disse: Non  la stessa cosa per cui ci eravamo accordati.
Il nostro accordo non prevedeva neppure che dei tuoi colleghi venissero a curiosare sul mio
conto, dissi, sentendomi un po' come un venditore di tappeti. Date le circostanze, dovrei chiederti di
raddoppiarmi la tariffa. Anzi, penso proprio che lo far.
D'accordo. Ho capito.
Affare fatto, allora? Quello che ti ho proposto ti pare abbastanza "naturale"?
Ci pens su un attimo e poi annu. S, pu andare.
Avevo ancora i miei dubbi su Dox, sul suo ruolo in tutta la faccenda. E sull'identit del NOC.
Di certo, per, non potevo pi farcela da solo a uccidere Belghazi. Delilah aveva visto giusto, al
riguardo. Per compiere quella missione avevo bisogno di aiuto, e non c'era nessun altro a cui potessi
rivolgermi. D'altra parte, non potevo neppure rinunciare. Belghazi aveva troppi motivi per
starmi addosso, e mi avrebbe mollato solo quando fossi stato nella condizione di non nuocergli.
Stando vicino a Dox, inoltre, avrei potuto metterlo alla prova e trovare, magari, una risposta
indiretta ai miei interrogativi. Se avessi notato qualcosa di preoccupante, avrei potuto rimandare,
riconsiderare la situazione e concepire un nuovo piano.
Lo chiamai sul cellulare. Pronto, disse, e la sua voce tonante mi giunse stranamente gradita.
 a posto, pensai, e poteva anche essere vero.
Sei ancora in giro? gli domandai.
Ci fu una pausa durante la quale me lo immaginai sorridente, dopo di che disse: Dipende da
quello che intendi per "in giro". Sono di nuovo in questa regione, se  questo che vuoi sapere.
Quanto tempo ti ci vuole per tornare nel posto dove ci siamo incontrati l'ultima volta?
Altra pausa. Posso essere l domani, se hai bisogno.
Ho bisogno. Stessa ora dell'altra volta?
Ci sar.
Riagganciai e, per abitudine, ripulii la cornetta. Quindi andai in un Internet caf per fare alcune
ricerche sul traffico di container a Hong Kong.
Il mattino dopo presi un volo per Hong Kong e, all'arrivo, andai a sedermi in un caff da cui si
vedeva il ristorante dove Dox e io avevamo mangiato l'ultima volta che ci eravamo visti. Lui arriv
un'ora dopo, da solo. Aspettai una decina di minuti e poi lo raggiunsi.
Non avrei mai creduto di rivederti tanto presto, mi disse, mentre io prendevo posto.
Ho sentito la tua mancanza, replicai.
Lui rise. Ti sei preso cura del nostro caro amico Crawley?
Lo guardai. Non capisco a che cosa tu alluda.
Lui rise di nuovo. Va bene, d'accordo. Stavo solo domandando. Riposi in pace.
Arriv una cameriera. Sai gi cosa vuoi? gli domandai.
Ti va di ordinarmi ancora la zuppa di funghi?
Sono contento che ti sia piaciuta.
Be', s, il sapore  buono, ma la cosa migliore  l'effetto che fa. Quando abbiamo mangiato
qui... Be', quella sera ho fatto vedere a due signore thailandesi che cosa significa fare l'amore con Dox.
Al sorgere del sole, praticamente imploravano piet.
Be', le capisco.
Ordinai da mangiare e poi lo guardai. Te la cavi ancora bene come cecchino? gli domandai.
Mi guard di traverso, come se l'avessi offeso. Cristo, amico! Con questa domanda hai
davvero ferito la mia sensibilit. Sai bene che i cecchini dei marines sono i migliori al mondo.
Quello che voglio sapere  se sei ancora allenato.
Sorrise. Diciamo che i nostri amici della CIA non mi hanno ingaggiato solo per il mio fascino,
che pure  notevole.
Sei in grado di procurarti un fucile?
Vuoi scherzare? Per l'ultimo lavoro che ho fatto, volevo provare il nuovo M-40A3, e il giorno
dopo ce n'era uno l ad aspettarmi con tanto di mirino telescopico a infrarossi ANPVS-10. Senza il
minimo problema.
E cosa te n' parso?
Mi  piaciuto.  un po' pi pesante dell'M-40Al, ma il poggia-guancia regolabile e
l'imbottitura sul calcio per attutire il rinculo sono fantastici.
L'hai usato in azione?
Sorrise. S, con un proiettile M118LR, con cartuccia da 7,62 millimetri. Ho trapanato un
malfattore in mezzo agli occhi, nel cuore della notte, da una distanza di quasi quattrocento metri. La
visione di quella nebbiolina rosa, per un cecchino,  quanto di pi eccitante, te lo assicuro. Anche se
vista attraverso il mirino a infrarossi, era pi verde che rosa.
Annuii, soddisfatto. Avevo assistito ad alcuni degli exploit di Dox in Afghanistan. Sapevo che
le prodezze con le donne, di cui era solito vantarsi, erano spesso esagerate, ma quello che diceva della
sua abilit come tiratore scelto era tutto vero.
Mi ritrovo per le mani una missione che, andando avanti, si  complicata, dissi. Per portarla
a termine avr bisogno di aiuto. Se sei interessato, ci divideremo la parcella: duecentomila dollari, met
per uno.
Duecentomila dollari? Ti pagano cos tanto? Merda, a me in confronto danno solo gli spiccioli.
Dovr andare a fare due chiacchiere con Kanezaki.
Potrebbero saltare fuori altri soldi, per giunta, ma non potremo sapere quanti sono finch non
li avremo in mano.
Be', mi interessa senz'altro. Raccontami i particolari.
Gli dissi quello che dovevo, a proposito di Belghazi, del NOC e del loro tramite al porto
commerciale di Hong Kong. Non ebbe la minima reazione che potesse indicare un suo coinvolgimento,
ma da questo punto di vista, come si suol dire, non c' mai certezza.
Be', per prima cosa, dovr fare un sopralluogo, mi disse. Se, come dici, esiste una sola via
d'accesso al terminal,  l che dobbiamo colpirli, e va bene. Io, per, avr la possibilit di muovermi
senza essere visto? Sar in una posizione nascosta? Potr sparare senza essere visto? La linea di tiro
sar sgombra?
Annuii e presi un fascio di fogli dalla tasca interna della giacca. Queste sono le planimetrie
fornite dalla societ che gestisce il terminal 9, gli dissi. Dovrebbero essere un buon punto di
partenza.
Gli passai i fogli e lui cominci a darvi un'occhiata. Santo cielo! disse, soffermandosi su una
delle pagine. Questa  veramente la pianta del terminal?
Sorrisi.  incredibile cosa si pu trovare sul Web.
Dox annu. Be', certo, questo  un ottimo punto di partenza. Io, per, avr comunque bisogno
di farci un giro di persona.
Ho gi noleggiato un furgone. Ci andremo subito, non appena avrai finito di rinvigorirti con i
bruchi.
Magari darei meno nell'occhio se in perlustrazione ci andassi da solo...
Ah, certo, il Kwai Chung pullula di bianchi enormi e con il pizzetto. Passeresti sicuramente
inosservato.
Dox sorrise. Be', devo dire, caro socio, che mi hai proprio convinto.
Il Kwai Chung, con il suo enorme scalo merci, sorge all'interno dei Nuovi Territori, nome
attribuito a questa zona dai britannici ai tempi in cui l'avevano presa in affitto nel 1898 e rimasto
immutato anche in seguito al suo passaggio sotto la giurisdizione cinese, quasi un secolo dopo. Bench
le dolci e caratteristiche colline siano ormai nascoste dalle foreste di grattacieli in cemento armato, l si
ha la vaga sensazione di trovarsi fuori dal tempo, e il ritmo della vita  pi lento che sull'isola di Hong
Kong, pochi chilometri pi a sud.
Prendemmo la Highway 3 verso nord, in direzione dello scalo merci. Lungo il tragitto, visto che
non potevamo muoverci troppo tra le strutture del porto senza attirare attenzione e suscitare sospetti, ci
fermammo in un negozio e comprammo una videocamera.
Io guidavo; Dox filmava. Quando imboccai la Cheung Fi, la strada che portava all'ingresso del
terminal 9, Dox si guard intorno e disse: Be', qui, per un cecchino, la situazione  favorevole.
Davvero eccellente.
Guardai anch'io per vedere che cosa avesse suscitato quella sua reazione, e vidi una serie di
colline terrazzate, che si elevavano per circa centocinquanta metri al di
sopra della strada e sovrastavano l'entrata del terminal. Alcune di queste colline erano coperte
da vegetazione, altre da prati, altre erano state disboscate e destinate a ospitare edifici a uso abitativo
ancora incompiuti. Dox avrebbe potuto controllare le vie d'accesso e di fuga, nascondersi, muoversi
liberamente e godere di una linea di tiro perfettamente sgombra. Aveva ragione: era perfetto.
Andammo in una sala da t in Tsim Sha Tsui per discutere dei dettagli. Dox era soddisfatto del
contesto dell'azione, ma io ero a disagio.
Il problema  che le informazioni in nostro possesso sono limitate, dissi. Kanezaki sostiene
che sapr dell'imminente arrivo di Belghazi a Hong Kong attraverso il suo telefono satellitare, e dunque
verremo avvertiti con un leggero anticipo. Anche il tempo a disposizione per agire  accettabile... pare
che Belghazi sbrighi i suoi affari al Kwai Chung tra le due e le quattro di notte, ma non sappiamo con
che automezzo arriver. Non sappiamo se al cancello scender e proceder a piedi o se invece entrer
in auto.
Che cosa credi che stia aspettando?  a Macao... da quanto, ormai? Da una settimana?
Mi strinsi nelle spalle. In parte  davvero il gioco d'azzardo ad attrarlo. In parte vuole dare
l'impressione che proprio questo sia il motivo per cui  qui. Forse, per, dipende anche dalla natura del
carico di passaggio al Kwai Chung. Magari nel frattempo ci sono stati degli intoppi e la nave ha avuto
dei ritardi. Molte sono le ragioni per cui pu essere stato costretto a trattenersi in zona pi a lungo del
previsto.
Rest per un attimo in silenzio e poi disse: C' un'altra cosa. Hai detto che lui  un tipo attento
e sa che tu gli stai addosso; di conseguenza, prender precauzioni straordinarie. E se dovesse
noleggiare un'auto blindata per la sua piccola gita al porto? In un posto come Hong
Kong, con tutti i magnati e i ricconi che girano, sono sicuro che non dev'essere un problema
trovare delle Mercedes o delle BMW blindate.
Non faceva una grinza. Che ne diresti se usassimo proiettili capaci di perforare la blindatura?
Be', s,  un'idea. Con un proiettile AP 7,65 si pu bucare una blindatura di quindici millimetri
da una distanza di trecento metri. Per, se mi metto a fare saltare il cervello a quella gente con
munizioni di quel tipo, sar difficile che credano all'ipotesi di una guardia del corpo che ha deciso di
aprire il fuoco con una pistola da distanza ravvicinata. E tu poco fa hai detto che se il lavoro non
dovesse sembrare opera di "interni", potremmo anche non essere pagati.
Godiamo di una certa discrezionalit: sta a noi decidere fino a che punto la cosa dovr
sembrare il frutto di una faida interna. L'importante  che sembri un affare finito male non un omicidio
mirato. Per il resto, in una certa misura, dovremo improvvisare.
Okay. Io sto solo ragionando ad alta voce.
Fai bene, e hai perfettamente ragione sulla questione dell'auto blindata. Riflettei a mia volta
per un po', e poi aggiunsi: Che ne dici di procurarci due caricatori: uno per l'eventuale blindatura,
l'altro normale? Basteranno pochi secondi per cambiarli, in caso di necessit, giusto?
S, giusto. Si pu fare.
Annuii. Okay. Ora analizziamo la situazione. Noi sappiamo che, una certa mattina sul presto,
Belghazi andr a visitare il terminal 9 container. Il posto non  raggiungibile in treno, e non  neppure
pensabile che ci arrivi a piedi. Siccome l'accesso al porto dal mare  controllato, difficilmente arriver
in barca, e noi presupponiamo allora che si presenter a bordo di un'auto. L'unica strada possibile  la
Cheung Fi. Sulla base di questi dati, tu cosa proponi di fare?
Be', per prima cosa, dobbiamo fermare l'auto. Se entrer nel terminal o lascer la Cheung Fi,
sar fuori dalla nostra portata.
Giusto. Non possiamo contare che si fermi davanti al cancello?
Dox annu, rimuginandoci sopra. In effetti, non posso credere che il cancello sia gi aperto nel
cuore della notte. L'auto, all'esterno, almeno una piccola sosta probabilmente la far.
 probabile, ma non  certo. Belghazi potrebbe telefonare appena prima di arrivare. Il suo
referente al porto potrebbe andare ad attenderlo aprendo il cancello in anticipo, nel qual caso Belghazi
entrer diretto. Inoltre, quando l'auto arriver al cancello; se non ucciderai al primo colpo l'autista, lei
accelerer e si fionder al di l del cancello.
S, hai ragione... Be', possiamo agire mentre percorre la Cheug Fi. La strada  lunga un po'
meno di mezzo chilometro, e io avrei quindi una quindicina di secondi a disposizione per colpire
l'autista. Il problema ...
Come farai a sapere qual  l'auto giusta?
Appunto. Mi dispiacerebbe scoprire di avere ucciso il fattorino di una pizzeria.
Allora faremo cos: io star di vedetta, sul pendio sovrastante la Cheung Fi, ma pi vicino alla
strada. Con un binocolo aspetto di individuare l'auto su cui si trova Belghazi. Non ci sar molto traffico
a quell'ora, e sono sicuro che il suo mezzo di trasporto, con o senza blindatura, sar sicuramente molto
vistoso. Non dovrei avere problemi a riconoscerlo.
E se i vetri sono schermati?
Pu darsi, lo so, ma se vedo un'auto del genere che si dirige al terminal 9 alle due di notte
nello stesso giorno in cui Kanezaki prevede il passaggio di Belghazi, posso con una certa tranquillit
bucargli le gomme e magari anche i finestrini, per poi vedere che cosa succede. Oppure  possibile che
si fermino davanti al cancello e abbassino il finestrino. Nel qual caso, quand'anche non riuscissi a
vedere quello che vorrei, potrei riuscire a sentirlo. Dir a Kanezaki di mandarmi un microfono
parabolico con auricolari, microfonini eccetera.
I microfoni parabolici non li ho mai usati. Funzionano?
Se sono di buona qualit, possono captare una conversazione a trecento metri di distanza. E i
modelli pi recenti sono davvero minuscoli. Inoltre, sono dotati di pi canali, cos potr parlare con te
e, cambiando canale, ascoltare chiunque arrivi, per poi tornare a parlare con te.
Okay. In questo modo, o con il binocolo o via audio o con entrambi i sistemi, puoi accertarti
che sia lui.
Dopo di che, con il microfonino collegato al tuo auricolare, ti avverto.
E quindi...
E quindi toccher a te scegliere il momento giusto per sparare, in un punto qualsiasi tra il
luogo da cui ti annuncer l'arrivo del bersaglio e il cancello d'ingresso del terminal. In realt, prima
spari meglio . Se tu dovessi decidere di sparare quando lui sar davanti al cancello, rischiamo di
coinvolgere anche eventuali sorveglianti del porto. E io non voglio che degli innocenti ci vadano di
mezzo. Inoltre, meno testimoni ci sono, pi  probabile sfangarla.
S, mi sembra giusto. Comincio con l'autista e poi procedo.
Esatto. Tieni conto che saranno almeno in tre - Belghazi, una guardia del corpo al volante e
un'altra di scorta - ma forse anche di pi. Io mi avviciner a piedi armato di pistola. Se ne mancherai
qualcuno, ci penser io, da vicino.
Dox sorrise. Amico, i cecchini dei marines non sbagliano. Quando avrai raggiunto l'auto, non
dovrai fare
altro che allungare un braccio tra le schegge di vetro e recuperare la borsa piena di contanti,
okay?
"E a te non rester altro da fare che sparare un ultimo colpo", pensai. "Cos potrai andartene
pulito e tranquillo con tutto il denaro."
Dovevo trovare il modo di metterlo alla prova prima dell'ora X. Non ci ero ancora riuscito.
Annuii e dissi: Direi che  un buon piano.
L'equipaggiamento richiesto arriv l'indomani. Dox e io avevamo contattato Kanezaki
separatamente, ma lui aveva probabilmente capito che avremmo lavorato insieme. In ogni caso, non
fece domande. La CIA aveva trasferito l'equipaggiamento attraverso canali diplomatici e l'aveva
lasciato dentro una sacca da golf in un luogo prestabilito. Dovetti riconoscere che, quando volevano,
sapevano muoversi molto rapidamente.
Dox aveva chiesto un Heckler&Koch PSG/1 semiautomatico con caricatore da venti, cavalletto,
mirino a reticolo illuminato da 6 x 42 mm in dotazione alle forze armate e silenziatore integrale. Nello
stesso pacco c'era anche una Tokarev 7,62 per me. Volevo che avessimo le stesse munizioni, per
rendere ancora pi difficile, per le autorit, il compito di ricostruire con precisione l'accaduto, da dove
erano stati sparati i colpi, che tipo di armi erano state usate e se a sparare fossero state pi persone o
piuttosto una sola. Se Dox non si fosse trovato nella necessit di cambiare caricatore all'ultimo minuto,
avremmo usato entrambi proiettili frangibili che, pur avendo una capacit di penetrazione relativamente
bassa, garantivano effetti devastanti alla distanza da cui avremmo operato noi.
Dox si emozion come un bambino alle prese con un nuovo giocattolo. Con il fucile raggiunse
la zona disabitata a sud di Hong Kong e lo prov. Io feci altrettanto con
la mia Tokarev e con gli apparecchi per comunicare. Tutto funzionava a meraviglia. Nel
frattempo, prestai attenzione a non concedergli mai l'opportunit di prendermi di mira. Ancora non mi
fidavo completamente di lui.
Controllavo la bacheca elettronica a intervalli di un'ora, ma per il primo giorno Kanezaki non si
fece vivo. E cos anche per il secondo.
La sera del secondo giorno, trovai finalmente un messaggio. Sta per muoversi. Chiamami!
Mi domandai se non gli fosse per caso venuto in mente di provare a chiamare sul cellulare di
Dox, prima di mandare il messaggio. Forse, per, mi ero sbagliato; forse non aveva intuito che Dox e io
stavamo collaborando.
Lo chiamai. Rispose immediatamente. Moshi moshi, disse.
Sono io.
Hai letto il messaggio.
Ovvio.
"Ovvio"... Per esserne certo, ho dovuto aspettare questa telefonata! Sarebbe bello, davvero, se
tu usassi un cellulare...
Dobbiamo affrontare di nuovo l'argomento?
Kanezaki tacque, e nel silenzio mi domandai se non stesse per caso ridendo. No, non 
necessario, rispose.
Ti chiamer quando sar tutto finito.
Dopo un'ulteriore pausa, disse: Ki o nuku nayo. Fai attenzione.
Sorrisi. Arigatou. E riagganciai.
Passai a prelevare Dox, e insieme andammo al Kwai Chung. Fermammo il furgone nell'area di
parcheggio di un vicino grattacielo residenziale raggiungibile a piedi dalle colline che dominavano
l'accesso al terminal. Avevamo ognuno una chiave, e dunque avremmo avuto una possibilit di fuggire,
se qualcosa fosse andato storto e uno solo di noi fosse riuscito a tornare al parcheggio. Facemmo un
ultimo ripasso del nostro piano e ci separammo per andare a occupare le nostre rispettive posizioni.
Dox si piazz una trentina di metri pi a sud del cancello del terminal, a una distanza effettiva di circa
centocinquanta metri e a un'altezza di circa settanta. Io ero trenta metri pi a nord e molto pi vicino
alla strada. Dox si sarebbe occupato del lavoro a distanza, mentre io avrei fatto da vedetta, per poi
eventualmente completare il lavoro da vicino. Mi appostai in un canale di drenaggio dai bordi in
cemento armato, dove sarei stato al coperto anche dall'eventuale tiro di Dox, nel caso mi fossi sbagliato
sul suo conto. La situazione, per, restava assai rischiosa. Lui era un cecchino in grado di muoversi
senza farsi notare e di scegliere una nuova posizione.
Poco dopo le due, sulla Cheung Fi, vidi arrivare una berlina scura. Guardai attraverso il
binocolo e notai che l'auto in arrivo era una Lexus LS 430. Sui sedili anteriori, due bianchi. Il sedile
posteriore, invece, sembrava vuoto, ma l'abitacolo era troppo buio per esserne certi.
Mi aspettavo quasi di vedere Delilah, su quell'auto, anche se sapevo che era una possibilit
remota. Lei, probabilmente, non sapeva neppure che quella notte Belghazi avesse in programma un
incontro. E, a quanto pareva, aveva un ruolo tale per cui Belghazi la teneva sicuramente all'oscuro dei
propri affari. Inoltre, sapevo che era un'agente troppo esperta e preziosa per rischiare la pelle in una
transazione tra terroristi come quella.
 lui? La voce di Dox mi giunse chiarissima attraverso l'auricolare.
Non ne sono ancora sicuro, dissi. Il riflesso dei lampioni sul parabrezza  troppo intenso, e
nell'abitacolo non c' abbastanza luce. Aspetta.
L'auto pass davanti alla mia postazione. Da un lato il sedile posteriore era sicuramente vuoto;
dall'altro, dietro il guidatore, non ero riuscito a vedere bene.
Ancora niente, dissi. Aspetta.
L'auto imbocc la rotonda antistante il cancello, effettu una manovra e, dopo essersi disposta
con la parte anteriore verso la strada, si avvicin in retromarcia al cancello, fermandosi a un paio di
metri da esso. Il motore si spense. Scrutai con il binocolo per cercare di capire che cosa stesse
succedendo e perch non fossero entrati.
Le portiere anteriori si aprirono e dall'auto scesero due uomini. Mi parvero slavi: zigomi ampi,
capelli biondissimi tagliati a spazzola, pelle bianchissima che aveva un riflesso tutt'altro che sano sotto
la luce proiettata dai riflettori dello scalo retrostante. Parevano a disagio nei loro completi scuri, che tra
l'altro non sembravano neanche della taglia giusta, e avevano entrambi una cravatta di un rosso
brillante. Ex militari, forse; uomini poco abituati a
qualunque abito non fosse un'uniforme da combattimento. Li identificai come russi. Scendendo
dall'auto si guardarono intorno, e io ebbi l'impressione che stessero tentando di orientarsi. Di certo non
erano nativi di Hong Kong.
Sembrano i preparativi di un classico business di droga, fu il commento via auricolare di
Dox, e aveva ragione. La scena aveva chiaramente un'atmosfera illecita. Io credevo che sarebbero
entrati nel terminal dei container, ma a occhio sembrava che la festa si sarebbe svolta all'aperto. E non
era detto che fosse un male.
Ho l'impressione che effettueranno lo scambio l davanti, dissi. Vediamo se anche il nostro
amico si far vedere. Se il cancello resta chiuso, lo lascerei sfilare davanti alla mia postazione. Se
scende dalla sua auto come hanno fatto questi due, avrai un bersaglio fisso, che ti faciliter il compito.
Hai montato il caricatore con i proiettili frangibili?
S, finch non mi dirai di passare agli altri.
Bene. In guardia.
Ricevuto.
Cinque minuti pi tardi, altri due automezzi imboccarono la via d'accesso al terminal: un
furgone bianco seguito da una Mercedes nera classe S. Diedi una rapida occhiata a quello che accadeva
davanti al cancello. I russi parlavano tra loro e fumavano. Il cancello era ancora chiuso.
Arrivano altri due veicoli, dissi.
Ricevuto.
Sul sedile anteriore del furgone vidi due arabi, ma nessuno dei due somigliava a Belghazi.
Sulla Mercedes, invece, erano in tre. Il guidatore era arabo, e riconobbi in lui uno dei due
guardaspalle di Belghazi che avevo visto a Macao. Gli altri due, sul sedile posteriore, sembravano due
uomini, ma non riuscii ad accertarmene. Date le circostanze, per, avevo un'idea abbastanza precisa di
chi potessero essere quei due.
Credo che Belghazi sia sulla Mercedes, dissi. Lasciamolo arrivare al cancello, come
avevamo detto.
Ricevuto.
La Mercedes si ferm davanti al cancello e parcheggi in retro accanto alla Lexus. Anche il
furgone esegu un'identica manovra, piazzandosi sull'altro lato della Mercedes.
Non si pu dire che nella scelta delle macchine non abbiano gusto, comment Dox.
Le portiere del furgone si aprirono e ne sbucarono due arabi. Tre uomini, invece, scesero dalla
Mercedes. Un arabo, un bianco e il terzo mezzo francese mezzo algerino: Belghazi. Tombola!
C' anche lui, dissi.  quello che  appena sceso dal sedile posteriore della Mercedes, lato
del passeggero.
Belghazi si avvicin ai russi. Li vidi stringersi la mano.
Quello che sta stringendo la mano ai primi due?
S, quello.
Se mi dai il via, lo stendo.
Diamogli qualche secondo. Non vedo ancora il denaro, e non vorrei trovarmi a doverlo
recuperare con le mie mani da un baule chiuso a chiave o cose del genere.
Ricevuto.
Aspetta un secondo. Provo a verificare se riesco a sentire quello che dicono. Tienilo sotto
tiro.
Non andr da nessuna parte.
Cambiai canale in modo da ricevere le voci captate dal microfono parabolico. La ricezione era
buona. Erano nella fase dei convenevoli, in inglese. Che piacere, grazie per essere venuti eccetera. I
due che avevo identificato come russi denotavano un accento piuttosto marcato che poteva essere
russo, appunto, ma non ne ero sicuro.
Belghazi strinse la mano anche all'altro russo e fece cenno al bianco con cui era arrivato di farsi
avanti. Prima ancora che venisse presentato, ebbi la netta sensazione di conoscerlo.
Era il NOC, il protettore di Belghazi. Tirai un lungo sospiro di sollievo, spuntando almeno
questa voce dall'elenco dei potenziali motivi per cui ancora non mi fidavo di Dox. Restava comunque il
problema dei contanti che presumevamo ci fossero in ballo, l'occasione che, come lui aveva detto a
Rio, capita una volta sola nella vita.
Vi presento il nostro amico americano, disse Belghazi ai russi. Mr Hilger  qui per
assicurarsi che il nostro affare si svolga senza fastidi da parte delle autorit.
Hilger strinse la mano ai russi. E come pu essere sicuro di questo, Mr Hilger? domand uno
dei russi.
Diedi un'occhiata intorno. I russi erano gi alla quarta sigaretta. L'arabo giunto alla guida della
Mercedes ne aveva appena accesa una, cos come i due arabi del furgone. Evidentemente erano tutti
piuttosto nervosi. Tutti tranne Belghazi e Hilger.
Ho la fortuna di avere agganci altolocati sia nel governo americano sia in quello di Hong
Kong, disse Hilger, a voce bassa e in tono rassicurante. Non mi sembr una fanfaronata, bens soltanto
una risposta pacata a una domanda ragionevole. Quando  il caso,
chiedo a queste persone se per cortesia possono guardare altrove mentre io sbrigo alcuni affari.
Stanotte  uno di quei casi.
I russi avrebbero potuto insistere, ma la sicurezza di s dimostrata da Hilger parve chiudere la
questione. Il russo annu. Sigaretta? propose porgendo il pacchetto.
Hilger scosse la testa. No, grazie.
Ero ansioso di saperne di pi. Che cosa dovevano scambiarsi, quella notte? Era quello il
momento che Delilah aspettava, passato il quale mi avrebbe dato il via libera e aiutato ad avvicinarmi a
Belghazi?
E chi erano quei russi? Erano per caso uomini legati a Nuchi, il francese che avevo ucciso a
Macao e che Kanezaki aveva affermato di non conoscere?
E soprattutto: dov'era il denaro?
La ricerca dell'informazione non doveva diventare una scusa per non agire. La situazione, al
momento, sembrava sotto controllo, ma le cose potevano facilmente cambiare. Non intendevo
tergiversare oltre.
Inspirai due volte a fondo e cambiai nuovamente canale per rimettermi in contatto con Dox.
Sei pronto? gli domandai.
Certo. Aspetto solo te.
Comincia da Belghazi. Poi passa al bianco che  arrivato con lui. E poi ai due bianchi scesi
dalla Lexus. Credo siano russi. Hanno l'aria di essere dei militari, ossi sicuramente pi duri della gente
di cui Belghazi abitualmente si circonda.
Ricevuto.
Eliminane il pi possibile. Quelli che non riuscirai ad abbattere individueranno la direzione da
cui provengono i colpi, e gli unici ripari possibili, per loro, saranno le auto. Per sfuggire a te, mi
daranno le spalle, e a quel punto arriver io a chiudere su di loro la tenaglia.
Questo s che  un piano, amico. Si comincia.
Proprio in quel momento Belghazi, Hilger e i russi andarono dietro al furgone. Sentii Dox
imprecare: Maledizione, li ho persi!.
Aspetta. Io riesco a vederli. Stanno parlando. Belghazi sta invitando i russi a salire sul retro del
furgone. Credo stiano discutendo di sistemi di trasporto o roba del genere. Dammi un secondo. Torno
subito da te.
Ricevuto.
Il russo faceva di s con la testa, come fosse soddisfatto di quello che Belghazi gli aveva appena
spiegato. Vidi Belghazi estrarre il suo telefono satellitare. Cambiai canale appena in tempo per sentirlo
dire: Siamo pronti a caricare, grazie.
Probabilmente, aveva chiamato il suo contatto all'interno del terminal. Una mossa che non
avevo previsto. Credevo che l'incontro servisse soltanto a ispezionare il carico, a verificare il minimo
indispensabile e a passare di mano i soldi, dopo di che il funzionario del porto si sarebbe occupato dei
documenti necessari alla spedizione e di tutte le altre pratiche richieste dal sistema EDI del Kwai
Chung, inviando materialmente il carico al destinatario finale. Invece, a quanto pareva, la merce
sarebbe stata consegnata sul posto.
C'era poi il fatto che Belghazi era arrivato con il furgone. Io avevo sempre creduto che lui fosse
il venditore, ma in quel momento mi domandai se non fosse piuttosto l'acquirente. Per me, comunque,
non faceva differenza. Mi interessava solo sapere dove fossero quei maledetti soldi.
I russi, a quanto pareva, condividevano questa mia preoccupazione. I soldi ci sono? domand
a Belghazi uno di loro.
Belghazi annu. Disse qualcosa in arabo al suo autista, che raggiunse il baule della Mercedes e
recuper un borsone nero. Lo port sul retro del furgone e ne apr la cerniera. Era zeppo di dollari.
Volete contarli? domand Belghazi.
Il russo sorrise. Ci vorrebbe troppo tempo per contare cinque milioni di dollari.
"Oh, Cristo!", pensai. "Che cazzo vende, questa gente?"
Non credo, per, che sarebbe noioso, disse Belghazi, e tutti scoppiarono a ridere.
Trascorsero cinque minuti. Erano tutti rivolti verso il cancello. Nessuno fiatava. Tornai a parlare
con Dox.
Sono ancora dietro il furgone, dissi.
Lo immaginavo. Li avrei visti se fossero sbucati.
Hai visto il borsone? domandai.
Sicuro. Che cosa contiene?
Non so se sia il caso di dirtelo. Potrebbe influire sulla bont della tua mira.
Ehi, amico, non c' nulla che possa influire sulla bont della mia mira. Mentre guardo
attraverso il mirino, potrei farmi fare un pompino e un massaggio al perineo da due gemelle nane senza
neppure accorgermene.
Scusami un attimo. Sento il bisogno di infilarmi idealmente un ferro rovente in un occhio.
Ridacchi. Insomma, che cosa c' nello zaino?
Cinque milioni di dollari americani, a quanto pare.
Be',  fantastico, disse. La sua voce suon rilassata e senza sbalzi, e io compresi che aveva
detto la verit: quando era nei panni del cecchino, nulla che non fosse strettamente legato al suo
compito avrebbe potuto distrarlo.
Un cinese a bordo di un muletto motorizzato stava avvicinandosi al cancello dall'interno del
terminal. Sui denti del muletto erano accatastate quattro grosse casse.
Stanno per aprire il cancello, dissi a Dox, ma non credo che entreranno. Caricheranno quelle
casse sul furgone. Dopo di che i russi prenderanno in consegna il borsone con i soldi, e tutti se ne
torneranno alle rispettive auto. Sar quello il nostro momento.
Ricevuto.
Il cancello si apr, e il muletto lo oltrepass. Il manovratore pos le casse all'interno del furgone,
indietreggi e scese dal mezzo. Belghazi e uno dei russi salirono sul retro del furgone.
Credo che stiano ispezionando il contenuto delle casse, dissi. Non riesco a vedere dentro il
furgone, ma non dovrebbero metterci molto.
Ricevuto.
Un minuto dopo Belghazi e il russo scesero dal furgone. Sorridevano. Belghazi si infil una
mano nel taschino della giacca e pass una grossa busta al manovratore del muletto. Questi fece un
inchino, risal sul suo mezzo e torn a varcare il cancello, che si richiuse alle sue spalle.
Uno dei russi raccolse il borsone e lo richiuse. Se lo caric in spalla e poi tese la mano a
Belghazi. Sorrisero, si strinsero la mano. Sembravano tutti rilassati: l'affare era andato a buon fine, lo
scambio era fatto, niente sorprese spiacevoli.
Tutti, cio, tranne l'autista di Belghazi, la guardia del corpo che era andata a recuperare lo zaino
dal baule della Mercedes. Muoveva le mani inquieto, e continuava a guardare ora uno ora l'altro.
Nonostante la nottata fosse piuttosto fresca, riuscii a scorgere sulla sua fronte un velo di sudore.
Nessun altro parve accorgersene. Avevano avuto molte cose di cui preoccuparsi - eventuali
tradimenti, la legge, problemi legati al pagamento - e tutto sembrava essere filato liscio. Era naturale
che a quel punto avessero abbassato, magari solo per un attimo, la guardia.
Fu Belghazi il primo ad avvedersene. Rivolse un'occhiata al guardaspalle e corrug la fronte.
Disse qualcosa, ma visto che io ero in comunicazione con Dox non riuscii a capire che cosa, di preciso.
Per un secondo, forse anche meno, sembr accumularsi una tensione elettrica.
Mi parve che Belghazi fosse sul punto di fare qualcosa: il suo baricentro si abbass, e le sue
gambe si piegarono bruscamente. Aveva degli ottimi riflessi, forse leggermente appannati, in questo
caso, perch la fonte del
problema era uno dei suoi uomini, da cui non si aspettava fastidi del genere.
Anche Hilger si volt verso la guardia del corpo e infil una mano dentro il bavero della giacca.
Troppo tardi. La guardia del corpo aveva deciso di compiere la stessa mossa un attimo prima:
mentre la mano di Hilger scompariva all'interno della giacca, l'uomo aveva gi estratto dalla cintola la
propria pistola. La punt verso Hilger e disse qualcosa.
Restarono tutti di sasso. Hilger ritrasse lentamente la mano da sotto il bavero, disarmata.
Belghazi con lo sguardo incredulo, url qualcosa.
Oh, cazzo! dissi a Dox. Il guardaspalle ha appena puntato la pistola contro Belghazi.
Che cosa?
Credo che la faida interna che noi volevamo simulare stia verificandosi davvero.
Che mi venga un colpo.
Voglio sentire quello che si dicono, ma se Belghazi fa capolino non fartelo scappare.
Facciamola finita.
Ricevuto.
Passai all'ascolto di quello che stava accadendo. Belghazi stava gridando qualcosa in arabo
all'indirizzo del guardaspalle, e dal tono si sarebbe detto che lo stesse maledicendo. Quello replicava
urlando a sua volta, muovendo l'arma a scatti, puntandola ora contro Belghazi ora contro Hilger. Tutti
gli altri sembravano paralizzati.
Achille, puoi spiegarmi che diavolo sta dicendo? domand Hilger a Belghazi, con voce
pacata. Non capisco l'arabo.
Gi, che cazzo sta succedendo qui? aggiunse con voce tonante uno dei russi.
Posate le armi! berci la guardia del corpo. Lentamente! Mettetele a terra! Molto
lentamente, altrimenti vi faccio secchi!
Belghazi non tolse neppure per un attimo gli occhi
dal suo uomo. Aveva le labbra tese e i denti scoperti, il corpo in tensione come quello di una
pantera pronta al balzo. Pareva che solo la pistola spianata lo trattenesse.
Dice che vuole portarsi via il carico, disse, e poi ricominci a parlare in arabo come un fiume
in piena.
Armi a terra! strill la guardia del corpo. Questa  l'ultima volta che lo ripeto!
Tutti fecero come richiesto. Tutti si sfilarono una pistola dalla cintola o dalla fondina sotto
l'ascella e la posarono lentamente a terra.
Ora, mani in alto! Svelti! ordin la guardia. Tutti obbedirono.
Ora spingete le armi verso di me! Con i piedi! Di nuovo, tutti eseguirono.
La guardia del corpo volse la testa dalla parte dei russi, ma senza perdere di vista Belghazi.
Sono molto dispiaciuto, disse, in un inglese dall'inflessione pesante. Davvero. Noi abbiamo cercato
di comprare i missili da voi, ma voi non avete voluto venderceli.
E voi chi cazzo sareste? sibil il russo.
Non ha importanza, rispose la guardia del corpo. Quello che conta  che noi vi abbiamo
offerto dei soldi, e voi ci avete risposto che avevate gi un acquirente: Belghazi. Abbiamo offerto di
pi, ma non ci avete ascoltato.
Perch lui lo conosciamo: facciamo affari da un pezzo, disse il russo. Con gli stronzi che
non conosciamo, poi, capitano queste storie! Visto?
Belghazi si lasci andare a un'altra fila di imprecazioni in arabo. Hilger disse: Achille, per
cortesia, vuoi spiegarmi che cosa succede? Ha parlato di "missili"?
Belghazi chiuse e riapr le mani, flettendo le dita, come se stesse tentando di fare fuoriuscire un
sovrappi di energia da cui altrimenti sarebbe stato consumato. Sei stato tu a mandare quello stronzo
di francese a Macao? domand alla guardia del corpo. Sei stato tu, vero?
Il guardaspalle annu. Mi dispiace, Belghazi, ma tu
eri l'unico motivo per cui questa gente non voleva venderci gli Alazan.
"Alazan?" pensai.
In nome di chi parli?
Il guardaspalle scosse la testa.
Belghazi alz le mani al cielo e rise: una risata dall'aria pericolosa, quasi folle. Hai ragione:
non ha importanza! Perch poi ci avrei pensato io a vendervi gli Alazan! Sarebbe bastato chiederli a
me!
Il guardaspalle scosse nuovamente la testa. Questi sono speciali, lo sanno tutti, e tu sai
benissimo che avresti quadruplicato il prezzo. E poi li avresti rivenduti in piccole quantit a un gran
numero di acquirenti, mentre a noi servono tutti. Volevamo acquistarli direttamente, ma tu ti sei messo
in mezzo. Mi dispiace.
Come farete a portare via la merce da Hong Kong senza il mio aiuto? domand Belghazi.
Il guardaspalle annu con espressione quasi di simpatia, come se si fosse dispiaciuto a dover
mettere il suo ex datore di lavoro in una posizione cos imbarazzante. Abbiamo i nostri canali e
abbiamo previsto tutto.
Achille, che diavolo sono questi "Alazan"? Ci sono per caso dei missili, in quelle casse?
chiese Hilger.
Belghazi si strinse nelle spalle. Jim, non farmi domande di cui preferisci ignorare la risposta,
okay?
Mi avevi detto che si trattava del solito carico di armi di piccolo calibro, disse Hilger, pi a s
stesso che a Belghazi. Non mi era difficile immaginare il lavorio della sua mente: "Cinque milioni mi
sembravano, in effetti, una cifra pi grossa del solito. Dovevo immaginare che ci fosse sotto del
marcio. Maledizione, questa gente sta smerciando roba pesante. Mi hanno fregato."
Il guardaspalle volt la testa verso i russi e, senza distogliere lo sguardo da Belghazi, disse: I
soldi non li vogliamo. Potete tenerveli, sono vostri.  la stessa cifra che vi avremmo pagato anche noi,
se vi foste fidati. Magari,
vi fiderete la prossima volta, dato che ora abbiamo "fatto affari" insieme, come dite voi.
Possiamo tenerci i soldi? domand uno dei russi.
Il guardaspalle annu. Noi vogliamo soltanto gli Alazan. E la vostra disponibilit alla prossima
occasione.
Mi domandai se stesse dicendo la verit. Forse il suo era un bluff: concedeva ai russi una
speranza per convincerli ad accettare l'esito dell'affare. Se anche il guardaspalle fosse stato sincero,
per, i russi avrebbero fatto molto male a fidarsi. La psicologia di un criminale che si rende conto
all'improvviso di avere il totale dominio sulla vita di altri esseri umani non  quasi mai particolarmente
stabile. Le ambizioni, in circostanze del genere, dilagano, e gli obiettivi originari si trasformano. Un
rapinatore armato e nervoso, vedendo le vittime intimidite sotto la sua minaccia, si accorge di poterle
non solo derubare bens di poterne disporre a piacimento, e quella che in origine era una semplice
rapina a mano armata degenera nel sadismo e spesso nello stupro. Se quella situazione si fosse protratta
per un altro minuto, il guardaspalle avrebbe probabilmente cominciato a pensare: "Perch non dovrei
portarmi via anche i cinque milioni di dollari? Serviranno a una buona causa..." E a quel punto
potrebbe anche convincersi dell'opportunit di non lasciare in vita testimoni o altre persone magari
intenzionate a vendicarsi.
Hilger stava osservando con attenzione la guardia del corpo, con un'espressione quasi scettica, e
io dedussi che dovesse essere anche lui a conoscenza di certi aspetti poco gradevoli della psicologia
umana. Se cos era, difficilmente sarebbe rimasto passivo ancora per molto.
Inoltre, sembrava chiaramente scontento di avere scoperto che le casse non contenevano armi di
piccolo calibro. Mi domandai se non avesse ormai deciso di tentare qualcosa.
I russi cominciarono a parlare tra loro, e mi resi conto di avere indovinato: in effetti, parlavano
russo, ma il loro
accento mi lasciava perplesso. Forse erano ucraini, bielorussi o di qualche altra nazionalit
affine?
Guardai attraverso il binocolo, sbalordito. Con un po' di fortuna, le cose potevano mettersi nel
migliore dei modi. Il guardaspalle poteva uccidere gli altri sei, dopo di che Dox avrebbe ucciso lui
prima che potesse salire sul furgone. O magari avrebbero cominciato a spararsi a vicenda, e allora Dox
e io ci saremmo limitati a eliminare i sopravvissuti e a recuperare il borsone con il denaro, per poi
filarcela.
Gi solo formulandole, per, queste ipotesi mi parvero troppo belle per potersi realizzare. C'era
una nuova complicazione, infatti: una Toyota Camry grigio metallizzato che sopraggiungeva dal lato
sud della strada d'accesso.
Il guardaspalle lanci un'occhiata all'auto in arrivo per poi tornare a concentrarsi sugli uomini
che aveva di fronte. Non pareva sorpreso; anzi, notai un certo sollievo nella sua espressione. Ebbi
l'impressione che gli occupanti della Toyota fossero suoi connazionali, di cui lui stesso, magari, con
qualche apparecchio elettronico aveva sollecitato la comparsa.
Hilger lo osservava con estrema attenzione. Mi immaginai i suoi pensieri: Non pu mettersi a
sparare adesso, perch  da solo contro sei. Prima che lui possa stenderci tutti, qualcuno riuscirebbe a
saltargli addosso. Se gli uomini a bordo di quell'auto sono suoi amici, per, quando arriveranno non
avremo scampo.
Avrebbe fatto qualcosa prima dell'arrivo della Toyota, me lo sentivo.
Bene, signori, disse uno dei russi. Noi gli Alazan li abbiamo portati, no? Ora sono vostri. Il
resto... non  un problema nostro.
Furbo. Non avrebbe atteso la Toyota. Raccolse lo zaino con i soldi e fece un cenno al suo
compare. Si avviarono verso la loro auto.
Il guardaspalle arretr di un paio di passi per conservare una buona visuale su tutti i presenti,
ma non fece nulla per impedire la dipartita dei russi. Quello che portava il borsone abbozz un sorriso.
E a quel punto gli esplose la testa.
Il guardaspalle poteva anche essere disposto a lasciar perdere i cinque milioni, ma Dox la
pensava diversamente.
Il guardaspalle rest a bocca aperta, e in quell'istante di sorpresa e di distrazione Hilger pos un
ginocchio a terra, estrasse una pistola da una fondina da caviglia e gli spar, colpendolo allo stomaco.
Quello arretr malcerto e si volt in cerca di riparo. Hilger gli spar di nuovo, pi volte. Il guardaspalle
si tuff dietro la fiancata dell'auto, e non riuscii a vedere se gli altri colpi di Hilger avessero centrato il
bersaglio.
Ma evidentemente no. Alcuni colpi di pistola partirono da sotto l'auto.
Il secondo russo afferr il borsone con i soldi e si mise a correre verso la Lexus. Riusc a fare
due soli passi, perch Dox, senza alcun rumore, gli fece saltare le cervella.
Belghazi si rifugi sul retro del furgone. Lo sentii richiudere le portiere con violenza dietro di
s.
Hilger si spost sul davanti del furgone e punt la pistola verso il finestrino del posto di guida.
Pensai: "Cristo! Vuole uccidere Belghazi, che  il suo protetto. Sar meglio che mi ricordi di stare alla
larga da quel tizio, se possibile."
La Toyota imbocc la rotonda sgommando. Sentii degli spari e vidi le fiammate dei colpi
partire dal finestrino anteriore e le nuvole di terra levarsi intorno agli altri uomini che avevano
accompagnato Hilger e Belghazi. I due arabi si tuffarono dietro il furgone. Hilger, ancora con un
ginocchio a terra, si volt e impugnando la pistola con una mano sola spar con freddezza una mezza
dozzina di colpi che centrarono tutti la Toyota. Doveva avere ferito il guidatore, oppure
quest'ultimo era andato nel panico per la gragnuola di proiettili, perch un attimo dopo l'auto sband
andando poi a sbattere contro una spalla in cemento armato alla sua destra. Ruot di centottanta gradi e
prosegu a ritroso lungo il bordo in cemento sprizzando scintille, per poi fermarsi. Un secondo dopo ne
salt fuori un uomo. Un altro arabo. Si inginocchi dietro la portiera e cominci a sparare in direzione
di Hilger.
Hilger si gett a terra dietro la fiancata del furgone, in cerca di riparo, ma non ebbe fortuna,
perch il furgone si mise in moto e part in avanti. Belghazi doveva essere riuscito a mettersi alla guida.
Hilger prov a sparargli, ma senza effetto.
Passai sul canale di Dox. Spara! sibilai.
Tiene gi la testa. Non lo vedo, disse Dox. Nel bel mezzo dello scontro a fuoco e della
confusione, la sua voce aveva una calma quasi soprannaturale. Era perfettamente immedesimato nel
suo ruolo di cecchino.
Sparagli alle gomme, allora! dissi io.
Pass un secondo. Il furgone stava per allinearsi con la mia postazione. Sarebbe, dunque,
toccato a me provare a centrargli le gomme? Da quella distanza e con una pistola, le probabilit di
riuscita non erano granch. E il rumore dei miei colpi avrebbe indicato a tutti la mia posizione.
Non ce ne fu bisogno. La gomma anteriore sinistra esplose e il furgone sband verso quello
stesso lato. Un secondo dopo anche la ruota posteriore sinistra sub la stessa sorte e il furgone sband
verso destra, andando a sfondare il reticolato dello scalo merci e finendo contro una pila di container
che caddero sul tettuccio del furgone e si sparsero a terra intorno all'automezzo.
L'ho perso, disse Dox. Non riesco a vedere dietro i container.
Coprimi, dissi. Era improbabile che le persone impegnate in uno scontro a fuoco si
accorgessero di me che mi avvicinavo di soppiatto da una trentina di metri di distanza, ma io preferivo
andare sul sicuro. Mi alzai in piedi e mi lasciai scivolare gi dal terrapieno, con la pistola in pugno.
Attraversai la strada tenendomi basso e andai a infilarmi nel varco aperto nel reticolato dal furgone.
Una volta entrato, rallentai e cominciai a muovermi con maggiore cautela. Avevo la pistola
nella mano destra, con la canna leggermente inclinata verso il basso, e il polso premuto contro il plesso
solare. La mano sinistra era all'altezza del mento, leggermente pi avanti, in modo da poter parare un
attacco e tenere lontano Belghazi, nel caso mi fosse saltato addosso all'improvviso.
La strada era ben illuminata, mentre la zona occupata dai container, in confronto, era buia. I
miei occhi non si erano ancora del tutto abituati. Il furgone era nascosto dai container che gli erano
caduti intorno. Non riuscivo a vedere la portiera dal lato del guidatore.
Avanzai lentamente, poco alla volta, scrutando in continuazione a destra e a sinistra, seguendo
il movimento degli occhi con quello della pistola.
Gli occhi di Belghazi non potevano essere pi abituati dei miei, ma sapevo di avere alle spalle
l'illuminazione della strada che metteva in risalto la mia sagoma. Dovevo spostarmi al buio. Cominciai
a girare verso sinistra.
Qualcosa mi colp come un ariete al costato sinistro, a met strada tra la mano sollevata a
protezione del mento e l'altra, con cui impugnavo la pistola. Sentii un'esplosione di dolore e volai
all'indietro. Toccando terra risentii tra me e me la voce di Delilah: A calci  capace di spezzare le
costole una a una.
Il mio corpo reag d'istinto adottando un ukemi da judoka. La caduta distribu adeguatamente
l'urto e mi risparmi ulteriori danni. Disteso sulla schiena, cercai di puntare l'arma verso il punto in cui
credevo che lui si trovasse, ma Belghazi si era gi avvicinato. Una specie di calcio con rotazione mi
fece volare via la pistola dalla mano. Sentii il riverbero dell'impatto fin nella spalla.
Arretr di qualche passo e infil una mano nella giacca. Ne estrasse qualcosa che luccic sotto
le luci della strada, e io capii che aveva in mano un rasoio. Delilah me l'aveva preannunciato.
Sollevai le gambe, per cercare di allontanarlo da me e restai stupito nel vederlo arretrare. " al
corrente di quello che so fare", pensai, "e resta indietro nonostante abbia il rasoio." Poi, per, notai che
si stava ripulendo dal sangue uscitogli da un orecchio, e capii che il suo arretramento era dovuto a
quella necessit pi che a un calcolo tattico. Doveva avere sbattuto urtando con il furgone contro i
container.
Tentenn per un attimo, e io ne approfittai per rotolare all'indietro e rialzarmi in piedi. Sentii
una fitta rovente alle costole, nel punto in cui mi aveva colpito, e pensai: "Se questa volta ne esco vivo,
prender l'abitudine di portarmi dietro una lama, nonostante le controindicazioni."
Feci altri due passi indietro, per guadagnare un po' di spazio, e guardai a terra. La pistola non si
vedeva. C'erano troppe ombre e troppa spazzatura sparsa in giro: pallet di legno fracassati, portelli di
container, brandelli del reticolato. Alla mia destra c'era un mucchio di roba che sembrava formato da
giganteschi copri-cerchione. Ne raccolsi uno, soppesandolo con soddisfazione tra le mani. Se avesse
avuto una maniglia, avrei potuto usarlo come scudo, ma invece lo utilizzai a mo' di frisbee. Sfrecci
sibilando verso Belghazi, a mezz'altezza. Lui si spost a sinistra, e il rudimentale frisbee gli pass
accanto. Maledizione! Nonostante la ferita alla testa, era ancora piuttosto svelto di gambe, pi simile a
un ballerino che a un praticante del kick-boxing. Si mosse verso di me, e io afferrai un altro disco
metallico; cos facendo notai che nel giro di un paio di lanci avrei terminato le munizioni. Scagliai
il secondo copri-cerchione. Belghazi lo schiv di nuovo. Raccolsi anche il terzo e il quarto
disco e li lanciai in rapida successione. Il primo and alto, e lui riusc a evitarlo chinandosi. Il
piegamento, per, limit la sua mobilit e non riusc a togliersi dalla traiettoria dell'ultimo disco, che gli
stava arrivando diritto in faccia. Belghazi sollev la mano con il rasoio per proteggersi, e il disco la
colp con violenza. Vidi l'arma sfuggirgli di mano e provai un senso di profondo sollievo.
Si alz in piedi e guard a terra. Io feci prontamente due passi verso di lui. Belghazi alz gli
occhi e cap che non avrebbe avuto il tempo di cercare e recuperare la sua arma. Restammo per alcuni
istanti a guardarci, l'uno di fronte all'altro, ansimanti. Si tir un po' su i pantaloni, per concedere una
maggiore mobilit alle sue gambe. " ora di finirla", pensai. "Prestami una di quelle cazzo di gambe.
Prometto che, quando avr finito, te la dar indietro."
Dovevo fare attenzione, per. La sua abilit fisica e la sua durezza erano evidenti, ma ero certo
che anche le sue tattiche fossero alquanto evolute. Gli esperti praticanti del savate usano quella che loro
stessi chiamano malizia, ossia il gioco sporco, che contempla il ricorso ad armi improvvisate,
all'inganno, a qualsiasi cosa possa servire allo scopo. Diventa una specie di abito mentale, con cui ho
indubbiamente una familiarit diretta. Ero certo che anche Belghazi l'avesse.
Girai verso sinistra, le braccia alzate come un pugile in guardia. Lui fece altrettanto, ma con
le braccia pi basse, la postura pi sciolta, i movimenti fluidi, agile sui piedi. Naturalmente, non
avevo intenzione di fare a pugni con lui n di impegnarmi in altro tipo di combattimento a distanza.
Quello era il suo terreno, non il mio. Se io, per, gli avessi offerto un modello di avversario a lui
familiare, il pi possibile simile a quelli che era abituato ad affrontare in palestra o sul ring, il suo corpo
avrebbe forse reagito automaticamente agli stimoli, un po' come era accaduto a me un momento prima,
quando dopo il suo calcio ero atterrato con un ukemi da judo. Se fossi riuscito nel mio intento, lui
avrebbe forse cominciato ad affrontarmi come se io fossi un savateur, concedendomi - cos almeno
speravo - l'opportunit di avvicinarmi a lui. Lui non era privo di esperienza in fatto di prese - nel
savate, le mosse di questo genere rientrano sotto il nome di lutte, derivazione della lotta grecoromana
concepita pi per fare male che per limitare il movimento dell'avversario - ma avevo la sensazione che,
se fossi riuscito ad atterrarlo, a quel punto sarei stato io in posizione di vantaggio.
Caric la gamba destra, fintando un calcio, e poi torn a posare il piede a terra. Ripet la mossa.
E poi ancora. La gamba sollevata stava per tornare a terra, e io vidi un varco per la mia mossa. Mi
slanciai in avanti, ma quel terzo calcio non era una finta e la sua gamba invert la marcia per colpirmi
sul lato sinistro. Parai il calcio con il gomito sinistro, e la punta della sua scarpa mi colp tra bicipite e
tricipite. Fu come ricevere una martellata. Belghazi ritrasse la gamba e prov a sferrare un altro calcio,
questa volta verso il mio ginocchio pi avanzato. Sollevai la gamba appena prima che il suo tallone
colpisse, e tanto bast ad attutire l'impatto che, per quanto doloroso, non caus danni significativi.
Torn con il piede destro a terra, e a quel punto fui io a partire, sferrandogli con la gamba pi
arretrata un calcio diretto al ginocchio. Lui ruot in senso orario per togliersi dalla traiettoria e par il
colpo con la mano sinistra. Protendendomi riuscii ad afferrare il risvolto sinistro della sua giacca con la
mano destra. Ruotai in senso antiorario, tirandogli in bavero verso il basso, compromettendo il suo
equilibrio e costringendolo a seguire il mio movimento. Mentre lui cadeva a terra, io cambiai direzione
e portai la mia mano sinistra sotto la sua in modo da fare leva sul suo braccio verso l'alto, nel tentativo
di romperglielo. Belghazi, per, nonostante fosse sbilanciato, ebbe i riflessi pronti. Anzich opporre
resistenza alla mia presa al polso, si slanci con tutto il corpo per assecondare il movimento e salv il
suo braccio.
Atterr sulla schiena, e io gli piombai immediatamente sul plesso solare, con il ginocchio
sinistro in avanti. Esal un grugnito, insieme a tutta l'aria contenuta nei suoi polmoni. Io gli tenni
saldamente il braccio e glielo strattonai verso l'alto, facendo contemporaneamente scivolare il mio
piede sinistro sotto la sua cassa toracica, preparandomi a ricadere all'indietro per slogargli il gomito. Di
nuovo, per, Belghazi dimostr riflessi pronti e un notevole allenamento: quando gli feci passare la mia
gamba destra davanti alla faccia, lasciandomi andare all'indietro, lui ruot il corpo nello stesso senso
del mio e ritrasse il braccio come uno che voglia liberarsi da una camicia di forza. La sua reazione mi
fece perdere in parte la capacit di far leva, ma il suo braccio riport comunque dei danni. Con la mano
sinistra afferr il suo polso destro per impedirmi di mettergli il braccio in tensione, ma io lo colpii al
polso con il tallone in modo che fu costretto a mollare la presa. Balzando all'indietro tirai il suo braccio
in senso opposto al naturale movimento dell'articolazione del gomito. Sentii per un attimo la resistenza
dei legamenti circostanti, ma poi l'articolazione si ruppe con un rumore secco. Lui url e si contorse
sotto di me.
In quel preciso istante mi resi conto di avere perso di vista l'altro suo braccio. Era come
scomparso. Il mio stomaco ebbe uno spasmo, quando me ne avvidi. Poi, mentre lo spasmo propagava
in me un senso di nausea, il suo braccio destro ricomparve, e la luce and a colpire con un riflesso la
lama d'acciaio stretta nella sua mano: un secondo rasoio. Quando si dice la malizia...
Serrai la sua testa ancora pi forte con la mia gamba destra e cercai di unire i ginocchi,
accrescendo la pressione sul suo gomito rotto. Lui url di nuovo, ma stava lottando per salvarsi la vita,
e il dolore non bast a fermarlo. Con il rasoio mi men un fendente alla coscia. Io cercai di bloccargli il
polso, ma mancai la presa, e la lama mi caus una profonda ferita al quadricipite. Ritrasse la mano e
subito torn a colpire. A dire il vero, non sentii dolore, dato che per il momento ero troppo carico di
adrenalina, ma dalle ferite sgorg un fiotto di sangue. Belghazi colp di nuovo, e nemmeno in quel caso
riuscii a fermargli il braccio. Questa volta mi fer al polso. Al quarto fendente riuscii a fermarlo. Tolsi
immediatamente la gamba con cui gli stringevo la testa e gli sferrai un pugno fortissimo al volto,
slanciandomi in avanti con il corpo per mettere in quel colpo tutto il mio peso. Lo colpii ancora, e poi
ancora.
Il suo corpo si afflosci, e il rasoio gli cadde dalla mano. Io trasferii il suo polso nella mia mano
sinistra e cercai tastoni il rasoio con la destra. Lo trovai a terra, accanto alla sua coscia. Lo afferrai con
attenzione e mi tolsi da sopra. La faccia di Belghazi era una maschera sfigurata e sanguinolenta, e lui
gemeva in apparente stato di semi-incoscienza.
Mi inginocchiai alle sue spalle e serrai le dita della mia mano libera sotto il suo mento. Gli tirai
indietro la testa e sollevai il rasoio.
Da un punto alle mie spalle, giunse una voce acuta, in giapponese. Yamero! Fermo!
Raggelai, pensando: "Chi cazzo ?"
Mi voltai e vidi due tizi dall'aria decisamente giapponese che mi guardavano puntandomi
ciascuno una pistola alla testa. Yamero!, ripet uno dei due. Kamisori otose! Metti gi il rasoio!
Obbedii e poi provai a rialzarmi. La gamba destra traball e cedette. Io la guardai e capii il
perch. Avevo la coscia squarciata e perdevo molto sangue. Stesso discorso per il polso.
Caddi in ginocchio e guardai i due nuovi arrivati. Voi siete i nuovi amici yakuza di Belghazi,
vero? domandai in giapponese.
I due mi ignorarono. Accanto a me, Belghazi cominciava a riprendersi.
Doveva averli piazzati lungo la strada a mo' di copertura, e quando era cominciata la sparatoria,
dovevano essersi precipitati l. Magari erano arrivati con lui da Macao. Probabilmente aveva concluso
che io sarei stato attento agli arabi, e lui, in effetti, qualche arabo me l'aveva portato, a mo' di
distrazione, per indurmi a trascurare i veri protagonisti. Tatsu aveva visto giusto.
Belghazi, gemendo e arrancando, si rialz a sedere e poi, bench a fatica, in piedi. Io lo guardai
impassibile. In ginocchio, posai le mie mani con calma sulle cosce insanguinate, le dita leggermente
premute insieme e rivolte verso l'interno con un'angolazione di quarantacinque gradi. Sollevai la testa e
le spalle adottando la seiza, o postura naturale, che  l'atteggiamento formale previsto dalla cultura
tradizionale giapponese, parte integrante delle arti marziali, della cerimonia del t e, soprattutto, dei
solenni istanti che precedono il seppuku, ossia il suicidio rituale.
Belghazi vacill sulle gambe, stringendosi il braccio rotto e sanguinando copiosamente da una
ferita alla fronte. A quanto pareva uno dei miei pugni gli aveva rotto il naso. Il suo corpo fu percorso da
una convulsione, e girandosi da un lato cominci a vomitare. I suoi uomini lo guardarono senza dire
nulla.
Sput un paio di volte e si ripul la faccia con la mano sana. Per alcuni istanti rest l in piedi,
leggermente chino in avanti, a riprendere fiato. Alla fine, si raddrizz e in inglese mi disse: Come hai
fatto a localizzarmi?
Lo ignorai. Evidentemente, la mia buona sorte si era esaurita. Non mi aspettavo certo che Dox
venisse in mio aiuto. C'era il borsone con i cinque milioni di dollari da
recuperare poco lontano dalla sua postazione. Non potevo ragionevolmente aspettarmi che se li
lasciasse sfuggire. Ero da solo, ormai, com'era giusto, in fondo, e non avevo alternative a disposizione.
Se mi dici come hai fatto a rintracciarmi, prometto di ucciderti alla svelta. Altrimenti, ti far
soffrire.
La mia mente cominci a vagare. Udii a malapena le sue domande. L'urgenza del suo tono di
voce mi parve strana e, comunque, irrilevante. Mi domandai distrattamente se ci non potesse
dipendere dall'emorragia.
Te lo chieder un'ultima volta, stava dicendo Belghazi. Vidi che aveva raccolto da terra il
rasoio. Poi comincer ad affettarti la faccia.
Guardai verso lo specchio d'acqua del porto ed ebbi la stranissima sensazione di essere in
qualche modo in contatto con essa, come se il mio spirito stesse lasciando il mio corpo ed espandendosi
all'esterno. Ero vagamente sorpreso dalla totale assenza di paura. Prima o poi la morte arriva per tutti, e
io non avevo mai avuto dubbi n illusioni sulla sua capacit di prendermi. Il fatto che avesse esitato
tanto a lungo sembrava pi il frutto di un desiderio beffardo che non di un'inclinazione alla paziente
attesa. La morte si era stufata dello scherzo, e si era infine fatta avanti per riscuotere quello che tutti le
dobbiamo.
"Prego, fa' pure", pensai. "Avanti, prendi quello che ti spetta, e che possa andarti di traverso."
Ci fu uno strano rumore, pi sommesso dell'esplosione di un tappo di champagne, ma pi forte
del sibilo prodotto dall'apertura di una bibita gassata. Alzai gli occhi e, con mia grande sorpresa, vidi
un fine pulviscolo che erompeva dalla testa di uno degli yakuza. Probabilmente avrei dovuto reagire in
qualche modo a quell'evento, ma avevo la sensazione che non mi riguardasse.
L'altro yakuza si volt per guardare il suo socio, che si stava accasciando al suolo come per
effetto di un'improvvisa liquefazione. La bocca del secondo yakuza rest
spalancata, per lo shock o per l'incapacit di comprendere. Per un secondo soltanto, per,
perch poi anche la sua testa esplose.
Bench malconcio, Belghazi cap subito quello che era successo e riusc in qualche modo, a
reagire. Si volt e si mise a correre. Qualcosa di invisibile, per, lo abbatt. Atterr di faccia, ma subito
si rialz in piedi. Barcoll per un secondo e poi prov a fare un passo. Fu nuovamente abbattuto, e
questa volta non si rialz pi.
Guardai di nuovo l'acqua del porto. Dovunque fossi diretto, ero gi a met strada. Il trambusto
intorno a me sembrava insignificante. Avrei voluto che tutto finisse, per starmene in pace.
Sentii dei passi felpati che si avvicinavano dalla mia destra. Sospirai e alzai gli occhi. Era Dox.
Era passato dallo squarcio nel reticolato e si muoveva spedito, ma tranquillo, verso di me, con il fucile
in spalla e puntato verso il basso.
Forse aveva recuperato i cinque milioni. In tal caso, era il momento di chiudere i conti in
sospeso. Prima Belghazi, e poi me. Cos, almeno, credevo. La partita era finita.
Guardai di nuovo l'acqua ed ebbi la sensazione di esservi sempre pi vicino, di scivolarvi
dentro. L'acqua era tiepida. Una sensazione non del tutto spiacevole.
Stai bene? domand Dox. Io alzai gli occhi. Vidi il suo sguardo posarsi sulla sagoma prona di
Belghazi e poi scrutare a destra e a sinistra, prima di tornare a me.
Non risposi. Una domanda crudele, se si considera quello che supponevo mi avrebbe fatto,
eppure mi sembr abbastanza buffa. Lo guardai e sorrisi.
Devo prenderla per una risposta affermativa? mi domand, allontanandosi. Imbracci il
fucile, prendendo la mira. Si ud un lieve crac, e dalla punta del silenziatore usc una fiammata.
Guardai Belghazi e vidi che era perfettamente immobile. Dox gli aveva piazzato un'ultima
pallottola in testa.
Io mi sentivo stanco, stanchissimo. Il terreno, sotto di me, era sempre pi umido e tiepido, e per
un attimo ebbi l'impressione di essere tornato in riva al fiume Xe Kong, dove avevo ucciso quel
giovane vietcong. Anche lui era rimasto disteso a lungo, la terra impregnata del suo sangue, e in
quell'istante mi parve di vedere il mondo con i suoi occhi. Era come se lui mi stesse chiamando da un
altro tempo, dalla sua tomba.
Dox mi stava guardando. Aveva un'espressione preoccupata e il fucile puntato a terra.
All'improvviso, mi sentii confuso.
Credevo di essere morto, dissi, cercando di spiegarmi. La mia voce mi suon strana, lenta e
innaturalmente bassa.
Be', non mi sembri vivacissimo, ma sono abbastanza sicuro che non sei morto. Direi, per, che
 il caso di portarti via di qui.
Mmmmm, mugolai io, notando alle sue spalle con la coda dell'occhio una sagoma scura e in
fuga precipitosa. Stavo solo scherzando, sembrava dire la Morte guardandosi indietro, con un ghigno
malefico. Riguardati. Riprenderemo il discorso un'altra volta.
Dox si chin e, dopo avere infilato la testa sotto un mio braccio, si rialz. Cominciammo a
muoverci verso il reticolato.
E... e i soldi? gli domandai, incapace di spiegarmi quello che stava accadendo.
Be',  stato un vero dispiacere, non lo nego, ma ho dovuto abbandonare il malloppo per venire
a salvarti. Sarei venuto prima, ma ho avuto molto da fare e la distanza da coprire non era poca, tanto
pi che questi PSG/1 sono pesanti, anche per gente muscolosa come me.
Tu... hai lasciato perdere i soldi? gli domandai, cercando di schiarirmi le idee.
Lo sentii stringersi nelle spalle. Me ne sbatto dei soldi se un mio amico  nei guai, e so che per
te  lo stesso.
Non risposi. Che cosa... che cosa  successo davanti al cancello? E l'altra auto?
Persi per un attimo l'appoggio con il piede, ma il braccio di Dox, saldamente avvinto intorno ai
miei fianchi, mi aiut a procedere. Nessuno ci crederebbe se dovessi raccontarlo, disse. Non so chi
sia l'amico bianco di Belghazi, ma  davvero un ottimo tiratore. Ha steso uno dei due occupanti della
Toyota e poi, quando i due arabi arrivati con il furgone si sono rialzati da terra li ha stesi in men che
non si dica. Mi sono sembrati abbastanza sorpresi. Lui e l'altro tizio sulla Toyota erano ormai al
coperto, a quel punto, e io non ho potuto vedere com' andata a finire, perch avevo l'impressione che
tu avessi bisogno del mio aiuto. Peccato. Se fossi riuscito ad abbattere anche quei due, adesso la borsa
con il denaro sarebbe ancora l ad aspettarci. E non  detto che non ci sia. Lo vedremo subito.
Hilger... voleva ucciderli tutti?
Hilger? Ah, il bianco. Be', s, certo. Non credo che il ragazzo volesse lasciare in giro gente in
grado di contraddire la sua versione dei fatti. E un uomo abilissimo, e ha anche un certo sangue freddo.
Cristo, Kanezaki dovrebbe ingaggiare lui per le missioni che di solito affida a noi.
Raggiungemmo la strada e ci fermammo. Udii dei colpi di pistola provenienti dai dintorni del
cancello del terminal e poi altri colpi in risposta dall'interno della Toyota.
Maledizione, i ragazzi non si sono ancora ammazzati a vicenda, disse Dox. A quanto pare,
la fortuna non ci sorride. Ora si va.
Mi trascin alla svelta sull'altro lato della strada. Hilger e l'arabo non diedero il minimo segno
di essersene accorti. Dovevano gi preoccuparsi l'uno dell'altro.
Pochi secondi dopo eravamo gi dall'altra parte e procedevamo in salita, avvolti dall'oscurit.
Persi nuovamente l'appoggio e questa volta non riuscii a recuperarlo, cosicch mi sentii come se stessi
galleggiando nell'acqua e una creatura marina non meglio identificata, emergendo in superficie, mi
stesse reggendo sulla punta del suo muso. Poi, in uno sprazzo di lucidit, capii che Dox mi aveva
sollevato sulle sue spalle enormi e mi stava trasportando di peso.
Aspetta, dissi. Mettimi gi. Il denaro  l a portata di mano, se tu riesci a stendere quei due.
Amico, tu stai perdendo troppo sangue, lo sentii dire. Non rallent neppure il passo. Non
pensare ai soldi. Avremo altre occasioni.
Persi conoscenza. Quando mi riebbi, eravamo gi al furgone che avevamo noleggiato. Dox mi
distese sul retro e sbatt le portiere. Il motore si accese, e noi partimmo. Un attimo dopo lo sentii
parlare al cellulare. Aveva un tono concitato, ma io continuavo a perdere e a riacquistare i sensi e non
riuscii a capire cosa diceva. Qualcosa a proposito di dottori, forse.
Tieni duro, amico, lo sentii gridare dal davanti. La sua voce mi parve giungere da
lontanissimo. Concntrati. Kanezaki sta cercando un dottore, e io ho bisogno di sapere qual  il tuo
gruppo sanguigno.
AB, dissi, con le labbra impastate. AB negativo.
Be', grazie a Dio! Questo  un piccolo miracolo: un gruppo universalmente compatibile!
Forza!
A quel punto sprofondai nell'incoscienza per un bel pezzo. Al risveglio, mi ritrovai in un letto in
una stanza squallidissima. Mi guardai intorno. Tende color talpa di un altro millennio. Un vecchio
televisore su un tavolino dozzinale. Una porta metallica con spioncino. Era una stanza d'hotel.
Dox era seduto in poltrona accanto al letto, rivolto verso la porta, la testa china in avanti, il
fucile posato sulle ginocchia.
Spostai le coperte e mi guardai le cosce. Erano state bendate a pi strati, cos come il polso. Mi
facevano male, e le costole ancora peggio, ma non era poi cos terribile. Mi sentivo la testa confusa,
per, e immaginai che mi avessero dato qualcosa di forte contro il dolore.
Ehi, dissi.
Gli occhi di Dox si spalancarono e la sua testa si rialz di scatto. Ehi, amico, disse,
rivolgendomi il suo solito sorriso. Mi fa piacere rivederti sveglio. A un certo punto mi hai fatto
preoccupare.
Dove cazzo siamo?
In una specie di piccolo Motel 6, sull'isola di Lantau. Non volevo che qualcuno venisse a
disturbarci mentre ti rimettevi in forze.
Chi mi ha medicato?
Lo zio Kanezaki ha fatto qualche telefonata e si  preso cura di tutto. Ha fatto arrivare qui
all'istante un medico locale che ti ha ricucito. Il problema era che avevi perso molto sangue, ma per
fortuna c'ero qui io a prestartene un litro o gi di l. Perci, non preoccuparti se per caso scopri che ti 
cresciuto il pisello.
Ridacchiai debolmente. Credi che comincer anche a guardare con un occhio diverso le
pecore?
Dox sorrise di nuovo. Sarebbe una fortuna, per te, ma in ogni caso potrai consolarti pensando
che nelle vene ti scorre un litro del sangue di Dox. C' gente che sarebbe disposta a pagare dei bei soldi
per un privilegio del genere, e invece tu l'hai avuto gratis.
Annuii, realizzando quello che era successo. Grazie, gli dissi, guardandolo.
Lui scosse la testa. Lascia perdere. Te l'ho gi detto: tu in Afghanistan ti sei comportato bene
con me, e io non dimentico.
Be', allora, suppongo che siamo pari, dissi.
Le sue sopracciglia si sollevarono di scatto. Ha detto "suppongo"? Cristo, ha gi ripreso a
funzionare come prima!
L'indomani, dopo aver cambiato hotel, telefonammo a Kanezaki. Lo mettemmo in viva voce sul
cellulare di Dox.
Ho sempre temuto l'eventualit che a un certo punto poteste unire le vostre forze, disse.
Dox sorrise. Be', qualcuno dovr pur salvare la civilt occidentale dall'impero del male, disse.
Sei pi vicino al vero di quanto tu immagini, replic Kanezaki.
Che cosa intendi dire? gli domandai.
Non posso spiegarvelo ora, ma domani troverete tutti i particolari sui giornali. Dopo di che ne
riparliamo.
E i duecentomila dollari? chiesi.
Il bonifico  gi stato fatto. Congratulazioni.
Bene. Nella fretta di andarcene, infatti, Dox e io avevamo lasciato sul terreno il binocolo e il
microfono parabolico, e avevo il vago timore che Kanezaki potesse avere qualcosa da ridire: la
presenza di quegli indizi poteva, in effetti, far pensare a un agguato pi che a una sparatoria dovuta a
divergenze interne. Evidentemente, per, Kanezaki era contento cos. Non vedevo l'ora di scoprire il
perch.
A proposito dei duecentomila, disse Dox a Kanezaki, le mie parcelle sono sempre state
molto pi basse. Adesso anche il mio prezzo  aumentato.
Visto? Proprio quello che temevo, disse Kanezaki. Una vertenza sindacale!
Ridemmo tutti. Poi Kanezaki domand: Come ha lavorato il dottore che ho mandato? Voleva
sottolineare la tempestivit del suo intervento nel momento del bisogno.
Be', mi ha sparato in vena un litro del sangue di Dox, dissi. E gi questo, probabilmente,
sarebbe un motivo pi che sufficiente per denunciarlo.
Viagra rosso! gracchi Dox, e scoppiammo tutti di nuovo a ridere.
Date un'occhiata ai giornali, disse Kanezaki. Vi renderete conto di quello che avete fatto. E
vi assicuro che c' da esserne orgogliosi. Sul serio.
Quella sera ne parl la CNN. Un'operazione congiunta della polizia di Hong Kong e della CIA
aveva sventato, allo scalo merci del porto di Hong Kong, un traffico di missili a testata radioattiva.
Alcuni terroristi arabi coinvolti erano rimasti uccisi nella sparatoria. Un agente CIA di cui non si
conosceva l'identit era rimasto ferito. Tutti i missili erano stati recuperati. Nessun riferimento al
borsone contenente i cinque milioni di dollari.
Hilger, dunque, doveva essersela cavata. Forse, alla fine, era riuscito a uccidere anche l'ultimo
arabo rimasto. Fu chiaro, allora, il motivo per cui Kanezaki non si era lamentato del binocolo e del
microfono parabolico abbandonati sul posto: la loro presenza non era pi un problema, vista la nuova
spiegazione dell'accaduto fornita ai media.
Il mattino dopo controllai il mio conto corrente offshore. I duecentomila dollari erano arrivati:
centocinquantamila pi i cinquantamila pagati in anticipo.
Dox mi aveva dato il numero del suo conto, e io gli versai tutti i duecentomila. Era un modo per
ringraziarlo.
Chiamai Kanezaki da un telefono pubblico.
Ho visto le ultime notizie, dissi. Un altro storico successo per i difensori del mondo libero.
Lui sghignazz. Dovresti esserne contento anche tu: una bella ripulita fa comodo a tutti,
soprattutto a te. Nessuno, qui, mette in dubbio la versione ufficiale. Anzi, stanno tutti cercando
disperatamente di attribuirsi almeno una parte del merito. Nessuno, perci, ha sollevato questioni
sull'apparenza poco "naturale" del decesso.
Che cosa sono, di preciso, quei missili? domandai.
Si chiamano Alazan. Sono razzi terra-terra con una
gittata di una quindicina di chilometri. Erano stati concepiti dagli scienziati sovietici per gli
esperimenti meteorologici, ma si direbbe che funzionano meglio come arma terroristica. Modelli
convenzionali di questi missili sono stati utilizzati dalle forze armate azere, nella guerra contro
l'Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh, e dai separatisti dell'Ossezia del Sud contro le truppe
georgiane.
La tv diceva che i missili recuperati erano a testata radioattiva.
S, un paio d'anni fa abbiamo scoperto dei documenti secondo i quali almeno una volta una
batteria di Alazan era stata dotata di testate radioattive e trasformata, cos, in una batteria di "bombe
sporche". Questa serie di missili si trovava nel Transdniestr, enclave separatista che si  staccata dalla
Moldavia una dozzina d'anni fa. Al momento, il Transdniestr non  riconosciuto da nessun governo e
con i suoi enormi arsenali di armi ex sovietiche, sta diventando un mercato nero degli armamenti.
Quei due tizi... dissi, pensando ad alta voce, I russi, cio... erano del Transdniestr?
S, la giunta militare che governa attualmente il Transdniestr  filo-russa. Il resto dell'enclave 
di lingua moldava, praticamente rumeno. La situazione, insomma,  complicata.
A quanto pare...
Comunque, in sintesi, c' una piccola cricca che amministra il Transdniestr secondo le proprie
regole. La maggior parte dei commerci, in quel territorio,  gestita da un'unica societ, la Sheriff, di
propriet del figlio del presidente del Transdniestr. Il figlio del presidente dirige anche l'Ente doganale,
che regola il traffico delle merci da e per il "paese". I traffici trovano uno snodo nell'aeroporto di
Tiraspol, ma si svolgono anche su gomma, attraverso i confini con l'Ucraina e la Moldavia, e su rotaia,
grazie a una linea ferroviaria diretta che giunge a Odessa.
Oppure attraverso Hong Kong.
Una rotta improbabile, quest'ultima, se si guardano le carte geografiche, ma assai furba,
tenendo conto degli agganci di Belghazi in loco. Belghazi stava fregando i suoi referenti della divisione
Vicino Oriente. Questi credevano che fosse un "bravo" mercante d'armi disposto a fornire informazioni
sui mercanti d'armi "cattivi", e invece dava informazioni sui suoi concorrenti e poi smerciava qualsiasi
tipo di arma gli garantisse il massimo profitto. Gli Alazan, probabilmente, sono solo uno dei tanti
traffici. Chi pu sapere quello che ha venduto sotto il naso della CIA?
Ora, per,  finita per lui.
Puoi dirlo forte. Proprio a questo mi riferivo quando dicevo che dovreste essere orgogliosi.
Quelli a cui lui voleva vendere quei missili li avrebbero usati ovunque ne avessero avuto la possibilit.
Se fossero riusciti a farli entrare negli Stati Uniti, sarebbe stata una catastrofe.
I due che sono morti al Kwai Chung, domandai, in quali rapporti erano con il presidente del
Transdniestr e suo figlio?
Perch vuoi saperlo?
Meglio essere sempre informati sulle persone che potrebbero aver voglia di cancellarti dalla
loro rubrica degli indirizzi.
Ci fu una pausa. Nipoti del presidente. Cugini del figlio.
Ci pensai su per un attimo. La famiglia sar in lutto per la perdita, dissi. Almeno credo.
Non hanno modo di collegarti a quello che  successo al Kwai Chung.
E Hilger?
Hilger?
Forse Kanezaki stava facendo il finto tonto, o forse Hilger era solo uno pseudonimo utilizzato
in azione, di cui Kanezaki era all'oscuro. Non aveva importanza.
Il NOC, risposi.
Ci fu una pausa, durante la quale Kanezaki elabor il fatto che io avessi scoperto il nome del
NOC, o almeno il suo pseudonimo operativo. Senza confermare alcun nome, disse, posso assicurare
che tutte le persone coinvolte hanno tutte le ragioni per attenersi alla versione ufficiale: si  trattato di
un'operazione congiunta tra la polizia di Hong Kong e la CIA.
Si direbbe che Dox e io ci meritiamo un bonus, dissi. Hai ottenuto molto pi di quello che
avevamo concordato.
Non posso fare niente, adesso, replic lui, ma potrai chiedermi un aumento al prossimo
lavoro. Non credo che qualcuno oser obiettare.
Dove sono finiti i soldi?
I soldi per l'acquisto dei missili?
S.
Sono stati recuperati sulla scena della sparatoria.
Quanti erano?
Circa tre milioni.
Scoppiai a ridere. "Circa tre milioni"? Qualcuno si  chiesto il perch di una cifra cos
insolita?
Che cosa intendi dire?
Intendo dire che il tuo amico Hilger si  impossessato di circa due milioni di dollari dopo
avere giustiziato tutte le persone rimaste vive sul posto. Era buio, per, e lui avr avuto fretta, cosicch
non avr avuto modo di contare con precisione le banconote da cento.
Impossibile. Perch allora non se li  presi tutti?
L stavano facendo un affare. Sarebbe stato strano se non si fosse trovato neanche un po' di
contante. Hilger  pi intelligente che avido.
Ci fu una lunga pausa. Di' un po', riprese a un certo punto Kanezaki. Credi che avesse idea
di quello che c'era in quelle casse?
Ci pensai su un attimo. Non credo che lo sapesse. Mi
 parso sorpreso quando ha sentito pronunciare la parola "missili", e Belghazi gli ha detto di
non fare domande la cui risposta gli sarebbe giunta sgradita.
S, per, non rendersi conto di una cosa del genere...
Per quello che pu valere, credo che, dopo avere scoperto di cosa si trattava, avesse deciso di
fare qualcosa per impedire la conclusione dell'affare. Ma credo che avrebbe potuto capirlo prima se
solo avesse approfondito un po'. Finch le circostanze non gli hanno precluso ogni giustificazione e la
possibilit di negare l'evidenza, lui era ben contento di chiudere un occhio, perch Belghazi gli forniva
informazioni riservate e preziosissime.
Ci fu un'altra lunga pausa, durante la quale Kanezaki cerc di digerire quest'altra idea. Proprio
come pensavo. In ogni caso, non posso fare granch per i soldi che si  portato via. Non questa volta,
almeno.
"D'accordo", pensai. "Ora so chi . L'ho visto in faccia e da vicino, con il binocolo. E so che si
fa chiamare Hilger, almeno quando  in azione. Dox e io potremmo anche andare a fare due
chiacchiere con lui, per dirgli che non  stato bello, da parte sua, tenersi tutto il malloppo."
Dovreste riconsiderare l'accordo che la divisione Vicino Oriente aveva con Belghazi, dissi.
Non credo sia l'unico accordo del genere.
Non lo , infatti.
Vuoi dire che c' altra "brava" gente che vi prende in giro?
Ascolta: chi gioca con la sabbia si sporca le mani. Con Belghazi  andata male, ma questo non
significa che l'idea fosse sbagliata in s.
Se passate tutto questo tempo con gente sporca fino al midollo, voi che cosa siete?
Se non vuoi sporcarti le mani, ti conviene lasciare stare la sabbia.
Io risi. Vi stava prendendo in giro.
 naturale. Tra controparti si cerca sempre di fregarsi a vicenda, ma non per questo si rinuncia
a stringere dei patti. Finch entrambi hanno da guadagnarci, qualcosa si finisce sempre per
concludere.
Incredibile.
Neanche tanto.  cos che va il mondo. Guarda l'America. Tutti i gruppi di interesse fanno
donazioni a entrambi i partiti politici, ben sapendo che il vincitore, chiunque sia, sar in debito con
loro.
Mi soffermai a pensare, dopo di che dissi: C' una cosa che devi fare per me.
Spara.
Tu hai un dossier su di me. Nel dossier si parla di Rio de Janeiro e di Naomi Nascimento.
S.
Voglio che cancelli quei riferimenti.
Puoi contarci.
Bene, dissi. Ora ti riveler una cosa, e questa informazione comporter per te una certa
responsabilit. Una responsabilit pesante.
Kanezaki tacque per un istante e poi disse: D'accordo.
A quella donna tengo molto. Tra noi  finita, ma ci tengo molto. Sono in debito con lei. Se
qualcuno della tua organizzazione o tramite la tua organizzazione le far del male o prover anche
soltanto a seguirla per arrivare a me e io verr a saperlo, te la far pagare.
Sei stato chiarissimo.
Bene, ripetei.
Ci fu un'ulteriore, breve silenzio. Spero che quando sarai pronto per un'altra missione me lo
farai sapere, disse. C' un mucchio di lavoro da fare.
Ce n' sempre, dissi, e riagganciai.
Prima della mia partenza da Hong Kong, Dox disse che non poteva accettare tutti i soldi che gli
avevo fatto avere. Mi disse che i patti vanno rispettati, e che l'accordo prevedeva una divisione a met.
Io ribattei che non potevo dargli meno del cento per cento, dopo quello che aveva fatto per me, dopo
che lui aveva abbandonato i cinque milioni di dollari per salvarmi la vita, ma non riuscii a convincerlo.
Ci capiter un'altra occasione, mi disse, dandomi delle lievi pacche sulle spalle, con un'aria
improvvisamente paterna. Aspetta e vedrai.
Una volta avevi detto che certe occasioni capitano una volta sola.
Infatti, e quella non era la nostra occasione.
Annuii. Okay, mi arrendo. Rimandami i soldi.
Bene. Devi soltanto darmi il tuo numero di conto corrente.
Mi grattai la testa. Maledizione, non me lo ricordo.
Di, smettila! Non  giusto.
Se mi torna in mente, te lo dir.
Certo che sei proprio testardo, eh?!
Sorrisi. Grazie, Dox. Sei una brava persona.
Lui ricambi il sorriso. Se lo dici tu vuol dire che  vero.
Gli porsi la mano. Lui la afferr e mi tir a s per abbracciarmi.
"Oh, Cristo!", pensai. Ma che mi venga un colpo se non gli ho restituito l'abbraccio.
Tornai a Rio.
In citt faceva caldo. Era estate, l, a sud dell'equatore, ed ero felice di esserci tornato, di poter
passeggiare sulle spiagge e di immergermi nell'oceano, di ascoltare il choro e di bere caipirinha. Di
godermi, per un po' la vita nei panni di Yamada.
Sapevo che c'era gente cui sarebbe potuto venire in mente di cercarmi proprio l, ma non 
facile prendermi, anche conoscendo il nome della citt in cui vivo.
Tanto pi che, se pensavo alla gente che lo sapeva, non mi sentivo particolarmente minacciato.
Ovviamente, un segreto non  pi tale se altre persone ne sono al corrente. Ero convinto che
Kanezaki avrebbe purgato il mio dossier come gli avevo suggerito, ma non si pu mai sapere. E poi, se
anche l'avesse fatto, potevano esisterne diverse copie. Con i miei ultimi exploit mi ero fatto tutta una
serie di nuovi nemici. Se si fossero impegnati, chi poteva prevedere che cosa sarebbero riusciti a
scoprire?
Per il momento, per, mi sentivo al sicuro. Mi sarei limitato a tenere le antenne diritte, per
captare eventuali segnali di Tatsu o di Kanezaki. Per il resto, avrei pensato con calma al da farsi.
Il polso e la gamba ci misero un po' a guarire. Le costole, per, ci impiegarono di pi. I frullati
iper-proteici e altri supplementi non sembravano aiutare come avrebbero dovuto. Io volevo riprendere i
miei allenamenti di jujitsu alla Barra, ma per molto tempo non potei permettermi altro che lente
passeggiate nelle serate tropicali.
La lunga durata del processo di guarigione, per, fu probabilmente un bene. Serv a rafforzare
una consapevolezza con cui dovevo assolutamente fare i conti: stavo invecchiando. Ai bei tempi, uno
come Belghazi l'avrei reso inoffensivo prima che potesse arrecarmi il bench minimo danno. Ora,
invece, sebbene la mia abilit e il mio acume tattico fossero migliorati, la mia rapidit e la mia
resistenza erano in declino. Se fossi stato da solo come al solito, quella notte al Kwai Chung, non sarei
sopravvissuto.
Provai a convincermi del fatto che non ci sarebbe stato nulla di strano, che non sarebbe stata,
poi, una morte tanto terribile e che, infine, di qualcosa bisogna pur morire. Queste, per, erano pure e
semplici balle. L'essermi trovato cos vicino alla morte mi aveva mostrato quanto ancora volessi vivere.
Non avrei saputo spiegarlo chiaramente, ma non si trattava solo della vista di un bel
tramonto, del piacere del buon jazz, del gusto di un buon whisky.
Che cosa aveva detto Delilah quando io avevo elencato queste cose? Cose, comunque.
E aveva anche detto: Se si vive solo per s stessi, la morte  una prospettiva davvero
terrificante.
Le passeggiate, a poco a poco, si allungarono. Cominciai a intercalarle con qualche giro in
bicicletta. Le ferite guarivano, ma la loro presenza continuava a fungere da paradossale memento sia
della certezza della morte sia della vita che continua.
La citt di mare era bella come sempre, ma con il passare del tempo mi accorsi che Rio non mi
rilassava pi come una volta. Anzi, mi ritrovai stranamente a provare nostalgia per Tokyo, per qualcosa
che possedevo quando ci abitavo, anche se allora non avevo ben capito che cosa fosse.
L'improvvisa ricomparsa di Tokyo nei miei pensieri fu sorprendente, perch io non l'avevo mai
considerata mia, quando ci vivevo. E fu sorprendente anche perch, nonostante vi avessi trascorso una
parte dell'infanzia e venticinque anni di vita adulta, le prime cose che mi erano venute in mente in
occasione del mio recente ritorno avevano tutte a che fare con Midori.
Be', forse per me la casa sarebbe sempre stata questo: il luogo di cui avere nostalgia dopo averlo
lasciato. E anche per l'amore era un po' cos, perch la donna che amavo era l'unica che non avrei
potuto avere.
Dopo l'esperienza al Kwai Chung compresi che quello che pi di tutto aveva caratterizzato
Tokyo, per me, era il fatto che mi ci ero sempre sentito come se ci fosse qualcosa, in quella citt,
qualcosa che, se fossi riuscito a trovarlo, mi avrebbe appagato, come una risposta a una domanda che
non avrei neppure saputo formulare. Qualunque cosa fosse, per, e ammesso che davvero esistesse, mi
era sempre sfuggita, lasciandomi in preda alla frustrazione. Prendeva senza dare nulla in cambio.
Ora, per, mi pareva che io non dovessi smettere di cercarle. La vita, dopo quello che era
accaduto al Kwai Chung, mi pareva una proroga, una seconda opportunit. Sarebbe stato uno spreco
non approfittarne.
Non sapevo quanto tempo sarei rimasto a Rio, ma neppure per dove sarei partito. Ero come un
aquilone improvvisamente staccatosi dal suo filo: libero, per un attimo, e felice, ma anche sicuro di
dover perdere, a un certo punto, il sostegno del vento che fino a quel punto lo ha trasportato e di dover
precipitare a terra.
Dovevo ritrovare quel filo, ma non sapevo dove cercarlo.
C'era Naomi,  vero, e pi di una volta ebbi la tentazione di andare a trovarla, ma mi trattenni,
pensando che forse stava finalmente superando il dispiacere per com'era finita la nostra storia. Forse
stava lasciandosi alle spalle il passato, e io non volevo per nessuna ragione interferire. Soprattutto, non
avrei sopportato che per il suo legame con me qualcuno potesse farle del male.
Eppure c'erano notti in cui me ne restavo disteso a letto - ad ascoltare De Mais Ningum, la
canzone che risuonava allo Scenarium la sera che ero andato a trovarla, o altra musica che lei mi faceva
ascoltare nel suo appartamento quando facevamo l'amore - e il pensiero di quanto lei fosse vicina mi
risultava quasi intollerabile.
Pensai anche a Delilah, a come potevano esserle andate le cose, in generale, e a quanto di ci
che mi aveva detto fosse vero. Immaginai una quantit di ipotetici e oziosi scenari. Mi resi conto di
avere voglia di crederle e di credere che ci fosse qualcosa, tra noi, o che, almeno, ci sarebbe potuto
essere, e trovai alquanto misera e per certi versi sciocca questa consolazione.
Dox mi aveva sorpreso, certo, ma non al punto da indurmi a cambiare la mia visione della
natura umana.
Dopo un paio di mesi dal mio arrivo a Rio, trovai un
messaggio su una delle bacheche elettroniche. Il messaggio diceva: Sono in vacanza in una
citt meravigliosa. Ogni mattina vado a farmi una nuotata nella spiaggia pi famosa. Quella pi antica,
la pi settentrionale. Sarebbe bello se ci fossi anche tu.
Era la bacheca che avevo usato per comunicare con Delilah; password: Peninsula. Nessun
altro la conosceva.
Restai a fissare quel messaggio a lungo, dopo di che, senza neanche accorgermi di avere gi
preso una decisione, cominciai a preparare un bagaglio.
Quella stessa notte andai a registrarmi al Copacabana Palace Hotel, il pi lussuoso di tutta Rio
de Janeiro, situato sulla spiaggia di cui porta il nome. Presi una stanza con vista sull'oceano, al quinto
piano. Mi ero portato dietro un binocolo, non sofisticato come lo Zeiss che avevo usato al Kwai Chung,
ma pi che sufficiente per guardare il panorama.
Dormii poco e male. All'alba cominciai le mie osservazioni. Alle dieci, finalmente, la vidi.
Indossava un bikini scuro - blu navy, quasi blu notte -con perizoma. Stabilii che sarebbe stato
un crimine, da parte sua, indossare altro.
Nuot per una ventina di minuti e poi si sdrai al sole su un asciugamano. Sembrava sola, ma la
spiaggia andava popolandosi. Non potevo esserne sicuro.
Dissi a me stesso che lei non aveva motivo di fregarmi. E questo era vero, ma la cosa buffa era
che, in ogni caso, non me ne importava. Al momento non mi importava neppure di come avesse fatto a
trovarmi, o quasi.
Mi infilai un costume da bagno e un accappatoio dell'hotel. Il sole picchiava, e dovetti
socchiudere gli occhi per il bagliore riflesso dal mare e dalla sabbia. Stesi l'accappatoio accanto a lei e
mi sedetti.
E libero questo posto? domandai.
Lei apr gli occhi. Erano pi azzurri che mai, accentuati dal riflesso del mare e del cielo.
Sorrise, si rialz a sedere e mi fiss per un lungo istante. Poi disse: Hai ricevuto il mio
messaggio.
Annuii.  stata una sorpresa. Una piacevole sorpresa.
Vuoi sapere come ho fatto a trovarti?
Era bellissima. Semplicemente... bellissima. Voglio sapere come te la sei passata, le chiesi.
Non disse nulla. Si limit a guardarmi negli occhi; poi si sporse verso di me e mi baci. Il
suo sapore, la sensazione delle sue labbra, la sua presenza... Era come un sogno a occhi aperti.
Mi ritrassi e mi guardai intorno.
Non c' problema, disse lei. Sarei sospettosa anch'io se fossi nei tuoi panni.
La guardai per un attimo. Era bello stare con una persona che comprendeva le mie abitudini. E
le condivideva.
Vide il mio braccio e la mia coscia. Le medicazioni erano state tolte da tempo, e le tracce del
ricamo di Belghazi, in via di lenta guarigione, erano chiaramente visibili. La persona che mi aveva
ricucito doveva essersi preoccupata pi di richiudere le ferite che non della cosmesi. Pareva che fossi
stato aggredito da una falciatrice inferocita.
Ho saputo quello che hai fatto al Kwai Chung, disse.
Mi strinsi nelle spalle. Che cosa? Ah, quello... Io ho letto sui giornali che  stata un'operazione
congiunta della CIA e della polizia di Hong Kong.
Delilah ridacchi. Sai a chi erano destinati quei missili?
Scossi la testa.
A gruppi fondamentalisti finanziati dai sauditi che li avrebbero lanciati su Gerusalemme, Haifa
e Tel Aviv. I missili hanno una gittata di poco pi di quindici chilometri, e Israele, nella parte centrale,
non arriva ai quindici chilometri di larghezza. Avrebbero potuto colpire ovunque.
Dunque erano i missili il tuo obiettivo?
Annu. Non sapevamo chi fosse il venditore, ma tenevamo d'occhio Belghazi da molto vicino,
come ben sai. Non appena fosse entrato in possesso dei missili, sul suo computer sarebbe sicuramente
comparsa qualche traccia. Prendeva nota di ogni minimo particolare. E anche se criptava tutto, noi
disponevamo di persone in grado di forzare il suo codice.
E poi?
Avremmo seguito la nave destinata al trasporto dei missili. Quasi certamente sarebbe salpata
per un porto saudita, o per Dubai, e nel mare Cinese Meridionale sarebbe stata assaltata da commandos
specializzati che, dopo essersi accertati della natura del carico, se ne sarebbero impadroniti.
Ci sono molti pirati in quella parte del mondo, osservai.
E non tutti gli attacchi dei "pirati" diventano di dominio pubblico. Certe compagnie di
trasporto preferiscono far passare sotto silenzio eventuali furti. Dipende, ovviamente, anche dalla
natura del carico rubato.
Tu, insomma, aspettavi che avvenisse lo scambio per procurarti le informazioni sul trasporto.
S. Se a Belghazi fosse capitato qualcosa prima di quel momento, avremmo perso di vista i
missili. Sarebbero stati venduti a qualcun altro.
Annuii, assorto. Non credo che Belghazi intendesse spedire quei missili via mare, con dei
normali container. Da quello che ho potuto capire, una delle ultime cose che ha fatto  stata di caricarli
su un furgone.
Anche noi abbiamo raccolto informazioni che lo confermano. Gli Alazan erano una merce
insolita per tutte le parti coinvolte. Avrebbero usato sistemi di spedizione non usuali.
Cos mi  parso.
Quello che voglio dire  che, se avessimo proceduto secondo il piano prestabilito,
probabilmente avremmo perso di vista i missili, e questo sarebbe stato un disastro. Hai un mucchio di
ammiratori, ora, tra le persone con cui lavoro.
Sorrisi, ma con una vaga sfumatura di tristezza. Ho la sensazione che questa possa essere
un'offerta di lavoro.
Infatti.
Risi e distolsi lo sguardo. Per un attimo avevo davvero nutrito una speranza. Era bastata la vista
di un bikini per mandarmi il cervello in pappa. Ridicolo.
Se non altro, non sei arrabbiata per il fatto che non ho atteso il tuo segnale di via libera, dissi.
Certo che no, la sentii dire, ma tutto questo non ha niente a che vedere con il motivo per cui
sono qui.
Non intendevo cascarci. Ah, s? dissi.
Mi sono presa una vacanza, un periodo di decompressione, come si suol fare dopo una
missione lunga e pericolosa. L'organizzazione per cui lavoro  molto comprensiva, in questo senso, e
generosa. Sanno che faccio un lavoro stressante.
Mi suon deprimente come una televendita. Ah, non ne dubito.
Di solito, al termine delle missioni, mi do alla pazza gioia. Viaggio, rimorchio qualche bel
ragazzo, cerco di cancellare i ricordi recenti con il vino o con una grande passione. Nessuno sa dove me
ne vado, e nessuno me lo chiede. Quando sono pronta, mi ripresento.
E questa volta?
Questa volta contavo di passare un po' di tempo con un uomo che ho conosciuto, se a lui va
bene.
Guardai l'oceano. Il vento cominciava a imbiancare la cresta delle onde, che luccicavano al sole.
Come hai fatto a trovarmi? le domandai, dopo una pausa adeguata.
Dopo l'episodio del Kwai Chung, la nostra priorit  diventata quella di rintracciarti. Siamo
riusciti molto rapidamente a mettere insieme un bel po' di informazioni. Pi informazioni
raccoglievamo e pi ci veniva facile
raccoglierne. Siamo addirittura riusciti a consultare i registri della dogana di Hong Kong relativi
all'ultimo anno. Alcuni sapientoni hanno formulato ipotesi, alcuni tecnici hanno inserito i dati nei
supercomputer e alla fine sono riusciti a scoprire che eri arrivato in Sudamerica, dopo di che le tue
tracce si perdevano.
Non esattamente, a quanto pare.
Tu dimentichi che io ti conosco. Abbiamo passato un po' di tempo insieme. All'Oparium Caf,
a Macao, tu avevi ordinato caipirinha.
Mi strinsi nelle spalle. La caipirinha si beve in tutto il mondo.
Quando hai ordinato, hai detto "por favor".
No...
Lei annu. La cameriera era di origine portoghese, per cui, ai tempi, credevo che tu avessi
voluto semplicemente sfoggiare un minimo di conoscenza della lingua, ma quando i tecnici hanno detto
che eri scomparso in Sudamerica, mi  venuto in mente quello che avevi ordinato quella volta, e il
modo in cui l'avevi ordinato, l'accento... e poi ho pensato alla nutrita comunit giapponese presente in
Brasile.
Il problema, se si  poliglotti,  proprio questo, dissi. Certe volte parli senza sapere quale
lingua stai usando.
Lei rise. Di' un po': ti immagini che cosa avrebbe detto Belghazi se un bel giorno lo avessi
salutato con uno "shalom"?
Ridemmo entrambi. Poi Delilah disse: Rio, in ogni caso, mi sembrava proprio il posto giusto.
In parte per quello che avevi detto a proposito di ritirarsi e andare a vivere in un posto caldo e pieno di
spiagge. In parte, per... sentivo che era il posto giusto, e basta. Ho deciso di provare. In seconda
battuta avrei provato a San Paolo, ma una caipirinha a Rio  due volte pi buona, o no?
Ti va di berne una, adesso?
Sorrise. Sono le dieci del mattino.
Mi strinsi nelle spalle. Ho una stanza al Copacabana Palace, che  proprio qui dietro. Prima
potremmo passare un po' di tempo insieme.
Il suo sorriso si estese al massimo. Mi sembra una buona idea, disse.
Magari era tutto previsto, nei minimi particolari. Forse si trattava davvero di un'offerta di
lavoro, e lei era il mio benefit di benvenuto.
Probabilmente, non sarei mai riuscito a scoprirlo. Il suo movente, mi resi conto, sarebbe rimasto
un mistero, e il tempo che avrei potuto trascorrere con lei un miraggio, un caleidoscopio mosso dalle
mie sciocche speranze, un'allettante illusione, una proiezione.
D'altra parte, mi aveva messo in guardia da quel tizio che mi aspettava nella mia stanza
d'albergo a Macao. Questo era il particolare che non voleva rientrare nel quadro da me disegnato,
dettaglio unico, ma significativo. Sulla base di quello che da allora avevo appreso, infatti, nulla
indicava che lei avesse tratto il bench minimo vantaggio dal fatto di avermi avvertito. E se non erano
state le necessit operative a giustificare quel suo comportamento, doveva esserci sotto qualcos'altro.
Guardandola, l sulla sabbia, mi resi conto di averla giudicata un po' troppo schematicamente,
forse per un inconscio riflesso denigratorio derivante dal modo in cui io vedo me stesso. Si era rifiutata
di rispondermi, quando le avevo chiesto perch mi avesse avvertito. Forse non lo sapeva neppure lei. In
quel momento, per, ebbi l'impressione di avere capito. Si era trattato del desiderio di non sentirsi
responsabile - essendo gi immersa in un'orribile storia di inganni, omicidi e rimpianto - di un'ulteriore
morte, peraltro inutile ai suoi fini. Il desiderio di espiare i peccati della legittima difesa salvando anche
soltanto un'unica vita.
Non mi era difficile capirlo. Potevo addirittura sperarci. Fondamenta forse un po' troppo esili
per reggere il peso della fiducia, ma era pur sempre qualcosa.
Era un inizio.
La guardai e le domandai: Quanto tempo hai intenzione di trattenerti, qui a Rio? Lei sorrise.
Per un po', spero. Le porsi la mano, e lei la afferr. Ci alzammo in piedi e ci avviammo verso l'hotel.
...
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...
FINE.
...
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NOTA DELL'AUTORE
...
I locali di Hong Kong e Macao, di Rio, di Tokio e della Virginia che compaiono in questo libro sono descritti, come sempre, tali e quali li ho trovati.
...
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RINGRAZIAMENTI.
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...
I miei pi sentiti ringraziamenti: ai miei agenti, Nat Sobel e Judith Weber, della Sobel Weber
Associates, per il progetto; al mio editor David Highfill, della Putnam, per l'esecuzione; e a Michael
Barson, con tutti i barsoniani della Putnam, per la diffusione. Che squadra!
A Lori Andreini, per i suoi preziosi suggerimenti sul modo di vestire e di pensare delle donne
sofisticate e sexy come Delilah, e per le utili osservazioni sul manoscritto.
Al mio antico e futuro sensei Koichiro Fukasawa, della Wasabi Communications, per gli anni di
intuizioni, humour e amicizia che mi ha regalato, nonch - come sempre - per le utili osservazioni sul
manoscritto.
A Doug Patterson, per avermi indicato ripetutamente la strada da seguire, per aver precisato
molti degli aspetti che fanno da sfondo alla narrazione e per l'entusiasmo che ha sempre dimostrato nei
confronti del personaggio di John Rain in generale.
A Evan Rosen, M.D., Ph.D, e a Peter Zimetbaum, M.D., per aver di nuovo (sia pur con
riluttanza) offerto i loro competenti consigli riguardo a certe tecniche letali descritte in questo libro e
per i loro utili suggerimenti sul manoscritto.
A Ernie Tibaldi, per trentuno anni agente dell'FBI, che mi ha messo a disposizione la sua
conoscenza enciclopedica nel campo delle tecniche di polizia e di sicurezza personale, nonch per le
preziose osservazioni sul manoscritto; a Michael Stapleton, per trentatr anni agente speciale dell'FBI,
che ha mi ha dato modo di apprezzare
la sua competenza in fatto di impronte digitali e di applicazioni legali della genetica, in
particolare per quello che riguarda gli esami sul DNA; e a un certo agente dell'FBI tuttora in servizio,
di cui ho promesso di non fare il nome, per avermi illustrato le tecniche di difesa contro ordigni
esplosivi rudimentali.
Ad Amelia Chan, Monica Chan, Norman Chan, Daniel Fok e Kai Cheong Fok, per avermi cos
meravigliosamente ospitato in occasione dei miei sopralluoghi a Macao; per aver insegnato a Rain il
modo di mimetizzarsi e mischiarsi alla popolazione locale; e per aver messo a mia disposizione la loro
profonda conoscenza di Macao e di tutta la regione.
Ad Alika Yamamura, per il suo eccellente libro Sleeping with the Devil: How Washington Sold
Our Soul far Sau-di Crude, a cui Kanezaki deve alcune delle sue considerazioni in tema di relazioni tra
Stati Uniti e Arabia Saudita, inclusi i suoi riferimenti alla congiura del silenzio e all'incesto.
A Gavin De Becker per il suo libro The Gift of Fear, che ha aiutato Rain (e un'infinit di altri) a
individuare i pi sottili segnali di pericolo e a fronteggiare efficacemente situazioni potenzialmente
violente.
Al tenente colonnello Dave Grossman e a Loren W. Christensen per il loro libro On Combat,
che  servito a Rain - e, soprattutto, a un gran numero di militari e di agenti di polizia - a far fronte con
successo all'incontro con forze potenzialmente letali. A Dave vanno i miei ringraziamenti anche per i
preziosi suggerimenti sul manoscritto.
Al maggiore in pensione dell'esercito americano John L. Plaster, per il suo libro The Ultimate
Sniper: An Advanced Training Manual far Military & Police Snipers, e per tutti gli altri suoi eccellenti
libri e video sul mestiere del tiratore scelto, da cui ho tratto materiale di inestimabile valore per la
definizione del personaggio di Dox; e anche per SOG: The Secret Wars of America's Commandos in
Vietnam, da cui continuo a trarre ispirazione per la caratterizzazione di John Rain.
A Paulo Rocco e ad Ana Martins, della Rocco, la mia casa editrice brasiliana, per avermi fatto
conoscere Rio de Janeiro, per aver risposto con pazienza a tutte le mie domande e per avermi iniziato
alle gioie della caipirinha (pur avendomi nascosto quello che si rischia a berne pi di due dopo un
pranzo leggero). Grazie ad Ana, in particolare, per avermi fatto conoscere il meraviglioso bar-ristorante
Scenarium, alla Lapa, e la musica choro, di cui si parla in questo libro.
A Ralph Gracie, Sandro Batata Santiago, Dave Camarillo, Cameron Earle, Misho Ceko, Tom
Cicero, Alan Gumby Marques e a tutti gli altri miei insegnanti, ufficiali e non, nonch a tutti i miei
compagni di allenamento presso la Ralph Gracie Ju-Jitsu Academy, per avermi insegnato alcune delle
mosse che consentono a Rain di cavarsela in pi di un'occasione. Un ringraziamento speciale a Misho,
per avermi aiutato a precisare la scena in cui Dox e Rain combattono secondo le regole del sambo, per
la pazienza dimostrata come mio insegnante e per essere un vero ii hito.
A Carlinhos Gracie e a tutto il personale della Gracie Barra di Rio, per aver cos calorosamente
accettato che io mi allenassi con loro in occasione della mia visita-sopralluogo in Brasile, per avermi
insegnato una serie di mosse fantastiche e per avermi donato tanta gentilezza e simpatia; e grazie a
Scottie Nelson di OnTheMat.com per avermi fatto girare la citt.
A Randy Adams, per aver insegnato a Rain il gioco del baccarat; e ad Allan Murphy, per aver
fatto conoscere a Rain il Ben's Caf di Takadanobaba, a Tokyo.
Al dottor Wolfgang Gilliar, specialista in osteopatie, per aver risposto, non senza un certo
disagio, alle mie domande su quello che accade esattamente a un ginocchio quando subisce la presa di
sambo descritta nel libro.
A Tom Hayse, per avermi aiutato a capire come funzionano i telefoni satellitari e come ne
vengono intercettati i segnali, oltre che per le sue preziose osservazioni sul manoscritto.
A Seb Belisarius, ex SEAL e istruttore di tiro e di combattimento, a Craig Douglas, ex ranger
dell'esercito, agente della narcotici e istruttore di combattimento, e a Dennis Martin, istruttore di
guardie del corpo per VIP e di combattimento corpo a corpo, per avermi messo a disposizione la loro
incredibile competenza in materia di sorveglianza, di combattimento corpo a corpo e di vigilanza
tattica, ma anche per essersi accertati che Rain avesse sempre nel suo ncssaire una torcia elettrica Eie
SureFire, un orologio Traser, nastro isolante e molti altri pratici ed equivoci accessori.
A Toni Blauer, per avermi illustrato le sue pluridecennali ricerche ed esperienze nel campo
dell'efficace gestione delle situazioni violente e, soprattutto, per le informazioni utili a definire la
mentalit e le tattiche adottate da Rain nello scontro finale del libro.
A Matt Furey, per aver ideato il sistema di preparazione al combattimento utilizzato da Rain per
essere sempre aggressivo, ma anche per avermi donato parte della sua incomparabile competenza di
lottatore, trasformando in arma letale le prese al collo impiegate da Rain.
A Marc MacYoung, Dianna Gordon e a tutti gli altri denizen della Animal List che frequentano
il sito www.nononsenseselfdefense.com, la pi eclettica ed eccentrica banda di esperti tuttologi. Grazie,
in particolare, a Dave Bean, scienziato pazzo e filosofo della morale, per aver messo a mia disposizione
la sua conoscenza delle armi da fuoco e i risultati delle sue ricerche su che cosa davvero funziona e su
come farlo funzionare; ad Alan Burrese, ex cecchino dell'esercito, per avermi aiutato ad approfondire il
personaggio di Dox e a precisare le sue tattiche; a Ed Fanning, per le sue considerazioni sulle arti
marziali, sull'autodifesa e sulla differenza che corre tra queste due cose; a Jack Spook Finch,
veterano del Vietnam (offensiva di Pasqua), dell'operazione Just Cause e dell'operazione Desert
Storm, insignito della Silver Star, per aver condiviso il suo sapere in materia di armi da fuoco e i suoi
pensieri sulla vita dopo aver combattuto e ucciso; a Frank Panello Garza, per il suo frequente
filosofeggiare sulla violenza, sul galateo di strada e sulle pecore; a Montie Guthrie, Peter Huston,
Michael Marna Duck Johnson e Justin Kocher, per avermi spiegato le loro ben fondate cognizioni su
come si comportano i veri duri; a Marc, per la sua osservazione secondo cui i cecchini sarebbero, in
generale, gente tranquilla, nonch per i suoi innumerevoli spunti in tema di sicurezza personale,
violenza e galateo di strada; Kevin Menard, Guanto d'argento di savate, per avermi aiutato a conoscere
questa particolare specialit e a delineare, perci, il personaggio di Belghazi; a Slugg, per avermi
beneficiato della sua conoscenza delle armi da fuoco, dei suoi pensieri sull'invisibilit tra la folla e della
sua ricetta dello sciroppo per la tosse; a Tristan Sutrisno, ex membro delle forze speciali dell'esercito,
veterano del Vietnam e padrone del terribile Nessie, per avermi messo a parte dei suoi pensieri sulla
vita di chi ha combattuto e ucciso in guerra.
A Naomi Andrews e Dan Levin, a ve Bridberg, Alan Eisler, Judy Eisler, Shari Gersten e
David Rosenblatt, ajoe Konrath, Matthew Powers, Owen Rennert, Ted Schlein, Hank Shiffman, Pete
Wenzel e Jonathan Zimmerman per gli utili commenti sul manoscritto e per molti altri preziosi
suggerimenti e spunti forniti in corso d'opera.
Ai miei amici del Caf Borrone di Menlo Park, California, perch servono le migliori prime colazioni - il caff, in particolare - che uno scrittore potrebbe desiderare. Ma soprattutto, per tutto, per sempre, alla migliore di tutto il mondo, mia moglie Laura.
...
.
...
FINE.